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sabato 22 maggio 2010

Playmakers verso l'anello

Playmakers verso l'anello

Autore: Fraccu
Pubblicato il 16 maggio 2010
Anche quest’anno è bene ricordare che l’ultimo play-passatore a vincere l’anello fu il Thomas dei Bad Boys nel lontano 1990 (con 9,4 assist di media fu “solo” sesto: tutto un altro basket) e che l’ultimo membro della Top10 degli assist a vincere le Finals fu Wade nel 2006, 10mo con 6,7 (e prima di lui risaliamo al suddetto Thomas…).

Senza voler essere superstiziosi, ma piazzarsi bene nella classifica degli assist sembra un po’ come vincere il premio di “Coach of the year” (vero Mike Brown?): molto onore, ma a “breve scadenza”.

Così, anche quest’anno c’è ancora in lizza “zio Fisher” per i Lakers, uno dei “meno playmaker” di tutta l’Nba (ma forse uno degli ultimi che vorresti incontrare in una finale tirata), esperta quinta opzione offensiva di L.A.

Per i Magic tocca invece a Nelson, anch’egli “play” con le virgolette, dato che in post-season registra soli 5.3 assist a partita (33 minuti) a fronte di 21 punti con il 52 % dal campo e il 40% da tre, risultando il miglior realizzatore dei Magic.

Questi due play, mutatis mutandis, non eccellono nella quantità di assist anche perché sono incastonati in sistemi offensivi molto “corali” per quanto riguarda la circolazione di palla, senza un gestore egemonico; tanto l’attacco-triangolo dei Lakers che gli schemi dei Magic (pick n’ roll o dentro-fuori), prescindono da un unico fulcro decisionale.

Questo rende l’attacco più difficile da imbrigliare perché la palla circola molto, a differenza di quelle squadre in cui un monarca tiene palla e dà le direttive; in quest’ultima impostazione, braccare il palleggiatore può compromettere l’efficienza dell’intero attacco: difendere forte su uno per bloccarne cinque… se poi “la mente” del gioco è anche il go-to-guy, il rischio di questa “dittatura tattica” è elevato (ogni riferimento ai Cavs non è affatto casuale…).

Oltre alle finaliste dell’anno scorso, tuttavia, ci sono anche i Boston “di” Rondo e i Suns “di” Nash, veri play-maker, etimologicamente. Quel “di” non deve comunque far pensare ad un “possesso” di tipo “lebroniano”: si tratta semplicemente di due “play che fanno i play”, riuscendo anche a segnare senza compromettere la loro leadership strategica.

Al pari di Nelson, entrambi sono infatti ottimi realizzatori: circa 18 punti per Nash (terzo tra i Suns) con percentuali “da allenamento” e 18 esatti per Rondo, addirittura top scorer tra i bianco verdi, sebbene sia anche il più utilizzato con 42 minuti di media.

Per gli assist: ne abbiamo 11 a gara per Rajon (il minutaggio aiuta) e 9 per Steve (in 34 minuti); e qui la differenza con Jameer è già più lampante; inutile citare i numeri abulici di zio Derek…

Nondimeno, la presenza di due passatori-realizzatori “quantitativi” (oltre che indubbiamente qualitativi) non deve trarre in inganno: sia i Suns che i Celtics hanno attacchi ben equilibrati.

Personalmente, ritengo che la serie Magic vs Celtics nobiliterà l’espressione “5 vs 5” alla lettera (anzi, “al numero”), come raramente è capitato in tempi recenti.

A differenza di James, il “segnare e far segnare” di Rondo e Nash è di fatto contestualizzato in attacchi “di gruppo”: se i Lakers hanno l’evidente duopolio Bryant-Gasol, i Celtics, i Magic e i Suns hanno quartetti, quintetti e panchine rilevanti ai fini offensivi. L’aspetto interessante è che, nonostante il ruolo strutturale del collettivo, ciascuna squadra può al contempo contare su go-to-guy e uomini dell’ultimo tiro decisamente affidabili: Pierce & Allen per Boston, Lewis e Carter per Orlando (si, ho scritto “Carter”) e Nash per Phoenix (inutile fare nomi, anzi, “il nome” ad L.A.).

Per valutare l’impatto offensivo, anche nei playoff può essere utile considerare la percentuale di possessi di squadra finalizzati da un giocatore (con tiro, dal campo o libero, o palla persa) nei minuti giocati; statistica comunemente abbreviata in Usg% (“usage”).

Partiamo dunque dal più “finalizzatore” di ciascuna squadra e scendiamo del 15%, escludendo i giocatori con minuti di media inferiori a 12, così da poter enumerare quanti giocatori contribuiscono adeguatamente all’attacco in proporzione a quanto fatto dal maggior finalizzatore:

Lakers: Bryant 33,2% – Gasol 22,2% – Brown 21,2% – Farmar 18,9%.
Magic: Nelson 25,6% – Howard 24,9% – Carter 23,7% – Redick 19,1% – Pietrus 18,9% – Lewis 18,2% – Barnes 14,6%.
Suns: Stoudemire 25,9% – Barbosa 25,4% – Nash 25,2% – Dragic 24,9% – Richardson 24,7% – Hill 15,3% – Dudley 13,5% – Frye 13,3% – Amundson 11% (rientrano tutti i giocatori con almeno 12 minuti!).
Boston: Pierce 23,7% - Garnett 22,8% – Rondo 21,9% - R.Allen 20% - Davis 19,3% - T.Allen 18,7% – Wallace 14,6% - Perkins 13,4% (anche qui rientrano tutti i giocatori con almeno 12 minuti).

La ripartizione di responsabilità offensive di Boston e Phoenix ha palesemente del prodigioso, ai Magic restano fuori lo specialista difensivo Gortat e il play veterano Williams, mentre a L.A. è evidente quali siano i due binari preferiti della triangle offense.

Da notare come le due squadre più corali siano quelle con i due play-passatori. A questo punto, ci si potrebbe chiedere: questi due attacchi risultano bilanciati perché gestiti da play molto coinvolgenti o ciascun play fa molti assist perché gioca in un sistema omogeneo con buoni compagni? L’uovo o la gallina? Fate voi.

Ovviamente, la poliedricità dell’attacco è solo uno di numerosi fattori che possono determinare l’efficacia di una squadra, assieme a molti intangibles che non si piegano alla legge dei numeri.

Indubbiamente, su quattro finaliste di Conference, tre hanno un attacco piacevolmente corale, non solo nella circolazione (in questa anche i Lakers predicano bene), ma anche come finalizzazione; tre attacchi in cui “tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile”: basti considerare l’incertezza offensiva di Howard al primo turno (con i Magic che fanno comunque 4-0), o le prestazioni non eccelse al tiro di Pierce contro i Cavs (con Boston che passa il turno 4-2) o a quello che ha combinato il panchinaro Dragic in Gara3 contro San Antonio…

Magari vincerà la squadra meno corale facendo leva su altre qualità; o magari arriveranno in finale proprio i due migliori passatori, esorcizzando “la maledizione degli assist-man” e facendo alzare più di un sopracciglio dallo stupore…

Magic vs Celtics: Preview

Magic vs Celtics: Preview

Rubrica: Playoff 2010: Magic - Celtics
Autore: kevin85
Pubblicato il 15 maggio 2010
La finale di Conference più giusta, tecnicamente più interessante e con un pronostico tutt’altro che scontato.

Orlando Magic e Boston Celtics si ritrovano di fronte un anno dopo ma questa volta la serie ha dei contorni molto più elettici e sicuramente vale qualcosa di più, quella finale NBA che le due squadre hanno raggiunto negli ultimi due anni. Vincenti i Celtics nel 2008, perdenti i Magic nel 2009.

Se avesse avuto la possibilità di scegliere, Stan Van Gundy avrebbe preferito di gran lunga (paradossalmente, ma non troppo) incontrare i Cavaliers di Lebron James. Ed invece sulla finora facilissima strada verso le finals incrocerà i fastidiosi tentacoli degli esperti Celtics. Tentacoli che però hanno saputo domare sia lo scorso anno che in questa stagione regolare.

Boston ha tutto quello che serve per mettere in difficoltà il convulso e affascinante sistema offensivo dei Magic. Orlando ha la convinzione mentale e una freschezza fisica che alla lunga può risultare letale per i Celtics.

Il precedente della Semifinale di Conference dello scorso va preso con le pinze del caso.
Il 4-3 di Orlando è figlio di una versione molto sbiadita ma poco arrendevole della squadra di coach Rivers e dell’innata presenza scenica di quel Hedo Turkoglu che era l’anima della squadra nei momenti “clutch” e che ora si interroga sulla sua deludente esperienza canadese.

Il +19 di gara 7, al Garden, con un autoritario e spaventoso 4° periodo ha dato una dimensione totale ai Magic. I 25 punti e 12 assist del turco sono stati la goccia che ha trascinato la squadra di Van Gundy verso la finale con i Lakers.

Quest’anno è tutta un’altra storia. Facce nuove, facce diverse.
In Regular Season, il parziale è favorevole ad Orlando che è stata in grado di vincere 3 partite giocando una sola volta tra le mura amiche dell’Anway Arena e superando i Celtics per tre volte al TD Garden.

Aspetto abbastanza rilevante che fa deporre la tesi di una marginale importanza del fattore campo (vedi gara 7 dello scorso anno). Tre successi esterni limitando Boston sotto i 90 punti (due volte sotto gli 80) e con una durezza prima mentale e poi fisica in grado di recare enorme fastidio alle sicurezze interne dei Celtics.

Nella gara del 20 novembre (+5 Magic) al TD Garden, fondamentali le 10 triple e l’impatto emotivo di un Vince Carter da 29 tiri tentati ed un 4° quarto eroico. A Natale, Boston si è presa la rivincita con una delle gare più dure della stagione, limitando Orlando al 33% e con 21 errori dall’arco.

Un mese dopo, sempre a Boston, la presenza di Howard (19 pts, 10 rebs), il dominio a rimbalzo (+15) ed il canestro a 1.3 secondi dalla fine di Lewis consegnano la vittoria ai Magic mentre nell’ultimo confronto stagionale, il 36-11 del 3° quarto stronca la difesa di Boston con un sensazionale show di Vince Carter.

Sarà una serie che vivrà di dettagli, difesa e tanta, tantissima fisicità.


Le chiavi per i Magic


IL TIRO DA 3
La chiave per i destini degli Orlando Magic. In Regular Season, la squadra di Van Gundy ha prodotto il 30% dei suoi punti, il 28% dei suoi canestri segnati ed il 35% dei suoi canestri tentati dall’arco. Più di qualunque squadra NBA.

Il (finto) segreto è costruire il tiro da 3 nel miglior modo possibile. Le percentuali sono il termometro del sistema che è in grado di supportare (con la gentile presenza di Howard) anche delle giornate storte dall’arco. Basta soffermarsi sulla gara 6 dello scorso anno dove i Magic dominarono nonostante il 6/26 dall’arco ma con una gara da 23 punti e 22 rimbalzi di Howard.

Il bilanciamento delle tue variabili (tiro e Howard) è determinante ma non essenziale. Orlando è in grado di vincere con un Howard da 1/5 dal campo e totalmente avulso dal gioco ma il suo tasso di attività è sempre elevato con la percentuale ai tiri liberi (vedi finals 2009) che sarà risolutiva.

Nelle 8 partite di playoff (o presunte tali visto la relativa difficoltà delle serie contro Bobcats e Hawks) i Magic hanno infilato 89 triple, il 71% delle quali proviene dalle mani del trio Nelson-Pietrus-Lewis. Le 19 di Nelson sono le più sorprendenti, figlie di una grande varietà di soluzioni in situazioni di pick ‘n roll del play di Orlando mentre il duo Pietrus-Lewis semplifica nel migliore dei modi l’efficienza del sistema Magic.

Le mani sono armate. Tutto dipenderà dall’efficacia delle rotazioni dei Celtics.

ASSIST E ISOLAMENTI
Le cifre statistiche nei confronti stagionali contro i Celtics, sono quasi tutti dei season-low. Canestri segnati (29.5), canestri tentati (72.0) e soprattutto quelle del numero degli assist. Orlando non è andata oltre i 12.8 assist di media nelle 4 partite giocate. Segno di un continuo numero di isolamenti e della dipendenza, in certi momenti della gara, dal nuovo arrivato Vince Carter.

La ratio assist/TO è modesta. 7 assist per 10 palle perse.
La presenza di Vince Carter ha dato una dimensione nuova ed ha aggiunto quella sana imprevedibilità tecnica di un sistema che a volte è stato vittima di se stesso.

Carter può garantire (in qualsiasi momento della gara) un quarto da 15 punti e può colpire sia con il tiro da fuori (essenzialmente da 3, in stile Van Gundy), sia con le situazioni “inside” dove basa il 26% del suo attacco che conclude con un ottimo 55% di percentuale reale.

Saranno determinanti i secondi con la palla in mano di Howard nel pitturato e la capacità dello stesso di garantire ribaltamenti ed “hockey pass” per i compagni in grado di liberare i tiratori dall’angolo (Pietrus in primis) e dal mezzo angolo (Lewis).

MATT BARNES
Lebron o Pierce non avrebbe fatto molta differenza. La duttilità di Matt Barnes (dimostrata ampiamente anche contro Kobe Bryant) è la base della sottovalutata difesa degli Orlando Magic (per informazioni rivolgersi a Gerald Wallace e Joe Johnson).

Nella serie appena conclusa contro i Cavaliers, Paul Pierce pur disputando una esiziale gara 6, è stato al di sotto delle aspettative con diversi problemi con il ferro e con i falli. Il confronto diretto con Matt Barnes sarà esaltante e determinante per l’attacco dei Celtics e conseguentemente per la difesa dei Magic che deve assolutamente limitare i punti in contropiede degli avversari. Meno corre Boston, più isolamenti da difendere avrà Orlando e molta più responsabilità si poserà sulle spalle di Barnes.

Fondamentale la sua difesa in post basso, dove Pierce dovrebbe recargli le maggiori insidie.

Le chiavi per i Celtics


DEFENSE
La differenza. A sprazzi si è rivista l’attitudine difensiva del 2008. Eccellenti rotazioni sul lato debole, aiuti qualitativi ed una presenza fisica ed emotiva a centro area che ha respinto i tentativi di Wade e Lebron di entrare nel pitturato. Merito della fisicità di Perkins e di un Garnett che sta rispolverando l’intensità dei tempi belli.

Se offensivamente siamo alla quasi totale dipendenza dei “Big Four” con Rondo prima opzione offensiva, difensivamente l’apporto dei vari Wallace, Allen (pregevole il suo lavoro su James) e Perkins è fondamentale. Il tutto sotto l’inconfondibile ritmo vocale di un Garnett che non sarà difensivamente quello di due anni fa ma che garantisce ancora quelle 4/5 difese che possono far girare la partita in qualsiasi momento.

In Regular Season, i Celtics hanno concesso più di 101 punti a partita. Nei playoff, le cifre si sono sensibilmente abbassate con soli 91.7 punti concessi, seconda miglior difesa dietro ai Magic (83.7 ppg).

LA PANCHINA
Se la panchina di Orlando si può definire operaia e direttamente proporzionale al sistema di Van Gundy, quella dei Celtics è completamente l’opposto. Coach Doc Rivers ha già scelto le rotazioni ed i tre che andranno a completare il roster attivo dei Celtics saranno Wallace, Tony Allen e Glen Davis. Non il massimo dell’affidabilità.

Dopo un primo turno acerbo, Rasheed Wallace con la sua enigmatica predisposizione mentale si è iscritto a questa post-season con una sontuosa gara 2 contro i Cavs e con un’impressionante secondo tempo della freschissima gara 6 vinta e decisiva per l’accesso nella finale di Conference. Nel mezzo, un bel niente.

Molto più discontinuo rispetto ai fausti tempi dei Pistons, il buon Rasheed sa di essere il 6° uomo che potrà cambiare il destino di Boston sui due lati del campo. Deve solo limitare la sua propensione nell’accendere prima se stesso che la partita a suon di tecnici e proteste.

Fondamentale sarà l’apporto di un ritrovato Tony Allen. Difensivamente potrà mettere in difficoltà Vince Carter e sollevare l’altro Allen (Ray) da compiti difensivi che a volte sacrificano la fase offensiva (vedi lo 0/5 da 3 di gara 6).

MAGIC RONDO
Era l’estate del 2007. Roma ospitava la prima (non ufficiale) dei nuovi Celtics. Garnett, Allen e Pierce tutti insieme e con la maglia bianco-verde. Non una domanda sulla coabitazione tattica, tecnica e umana delle tre star. Solo dubbi, incertezze e perplessità sul nome di Rajon Rondo.

Il 2007 è lontano anni luce da oggi. Rajon Rondo è fondamentalmente la prima scelta dell’attacco dei Boston Celtics. La sua innata intelligenza, l’arrogante prova della sua fantasia ed una varietà di colpi in attacco che aveva già fatto intravedere nei Celtics pre-Garnett.

Ora è un All Star a tutti gli effetti. Per i 18 rimbalzi catturati e la clamorosa tripla doppia di gara 5, per la sua capacità di lettura, per la sua sistematica improvvisazione dai 4 metri dal canestro, ma soprattutto per l’impronta emotiva che incide sul match.

Se la vedrà con Jameer Nelson. Play atipici e diversi tra loro. Entrambi sono al centro della miglior istantanea della propria carriera. I colpi dicono Rajon, la concretezza vira su Jameer.

Pronostico


Orlando è completa, profonda e mentalmente al top. Boston ha il carattere dei campioni, il sangue della vittoria.

Magic leggermente favoriti ma i Celtics sono l’unica squadra che può sovvertire i pronostici. Basta vedere la malinconica fine di Lebron James.

Lettera aperta a Lebron James

Lettera aperta a Lebron James

Rubrica: Kicco's World
Autore: Kicco
Pubblicato il 18 maggio 2010
Buon giorno signor James, come va?
Si, lo so, e’ una domanda a meta’ tra lo scontato ed il crudele, fermo restando che non sto telefonando ad un operaio della Chrysler costretto a campare con pochi dollari al mese.

Le prometto che cerchero’ di essere meno scontato e populista del solito.

Dicevo, ho da poco terminato di vedere come la sua stagione sportiva, cosi’ ricca di riconoscimenti individuali, si sia chiusa esattamente come le altre, addirittura prima dello scorso anno.

Posso immaginare il suo disappunto, il suo scoramento ed i suoi dubbi.
Premetto che ho apprezzato il fatto che stavolta abbia trovato il tempo per congratularsi con gli avversari, rimediando alla clamorosa caduta di stile della passata stagione.
Sono contento che lei abbia cambiato registro, ma temo che i complimenti, in questa mia, siano gia’ finiti.

Sono certo che l’ultima cosa che Lei gradisca, in questi giorni, sia la ennesima opinione che spiega i perche’ ed i percome di un insuccesso che vede tutti, o almeno quelli che non hanno un buon motivo per tifare per i Cavs, armati di arma affilata e di crudeltà quanto basta per far sanguinare vieppiu’ la ferita.

Sopportero’ il suo fastidio, ben certo che quanto scrivero’ Le dara’ ancora maggiore fastidio.
Ma tant’e’: credo che qualcuno debba necessariamente spararle in faccia la verita’, ed e’ piu’ probabile che a farlo sia uno che con lei non ha niente a cui spartire, e che soprattutto non vedra’ il suo futuro gravemente compromesso dalle sue estive decisioni, particolare che probabilmente scarta tutta la popolazione dell’Ohio.

Di chi e’ dunque la colpa di questi anni senza vittorie?
La faccio breve. La colpa e’ principalmente Sua, signor James.

Chiariamo subito. Lei a questo gioco e’ molto bravo, non e’ peregrino pensare che lei, oggi, sia il piu’ bravo di tutti. A pensare che il signor Bryant sia, al momento, ancora piu’ bravo di lei, siamo rimasti in pochi, oltre al sottoscritto.

Quindi non sono in discussione le sue capacita’ tecniche. Sono anzi certo che lei, compatibilmente con il suo stato, abbia cercato di fare il massimo. Pero’……

Signor James, per spiegare il mio parere, mi avvalgo di un paragone che sono certo la onorera’, visto che Lei porta il suo stesso numero di maglia. Non serve neanche che lo nominiamo, sappiamo.

Orbene, facciamo un salto all’indietro, diciamo 20 anni, torniamo al 1990, quando il 23 originale chiudeva la sua campagna numero 6. Detroit, squadra carica di veterani, con grandi talenti, grande applicazione ed uno uso smodato delle provocazioni, fisiche e verbali (mi dica se Le ricordano qualcuno), aveva appena chiuso la porta delle Finali in faccia ai Bulls.

Posso immaginare, e credo lo possa intuire anche Lei, il rutilar di pensieri del nostro 23, reduce dall’ennesimo titolo di cannoniere, in caccia di svariati MVP (al settimo anno di NBA siete 2-2) ma ancora incapace di issarsi sul tetto di una Lega che, di fatto, aveva in lui la principale attrattiva.

E, esattamente come Lei, si arrovellava per capire cosa mancava, se fosse un giocatore, un allenatore, un ulteriore salto di qualita’ da parte sua.

Con Jordan abbiamo un vantaggio, sappiamo gia’ il finale della storia: doppio three-peat, 2 stagioni lasciate agli altri per ritemprarsi, leggenda vivente, cospicuo aiuto dato da altri grandissimi del gioco (Pippen e Rodman su tutti) un coach che da li’ e’ partito e non si e’ ancora fermato.

Alt! Abbiamo gia’ cominciato a svelare parte dell’arcano.
Micheal Jordan ha sicuramente penato prima di arrivare in cima, quanto Lei.
Ma non ci risulta abbia mai ricattato la franchigia, minacciando di fare le valigie.

Anzi: ha dato spesso una gigantesca apertura di credito alla sua dirigenza, accettando di essere pagato molto al di sotto del suo valore, pur di dare al suo management la possibilita’ di rinforzare il roster.

E Lei? Lungi da me pensare che Lei non avesse diritto al massimo salariale, ci mancherebbe e non e’ materia di discussione.

Ma come crede che si possa sentire una dirigenza di una squadra come i Cavs, costretta ad operare ben sapendo che fra 2 mesi tutto puo’ essere inghiottito in una nebulosa, al solo suo proferire di due paroline “Vado via?”.

E con che serenita’ puo’ lavorare un Danny Ferry, un Mike Brown, ben sapendo che le franchigie di mezza Lega stanno da anni facendosi la ceretta, risistemando tette e fianchi dal chirurgo, comprando la lingerie piu’ costosa ed arrapante, al solo scopo, sempre fra un paio di mesi, di accalappiare lo “scapolo” piu’ concupito del cucuzzaro e farsi da lui impalmare (potevo usare metafore piu’ erotiche, ma scrivo in fascia protetta….)?

Sono oramai mesi che, a Cleveland, tutto ruota attorno a Lei, le viene concesso tutto.
Serve il lungo? Prendiamo il lungo.
Serve la seconda opzione offensiva? Eccola.
Cediamo il nostro veterano europeo, ma poi al Sire piace riaverlo a corte, e questo ritorna dopo il mese di prammatica……si, si, si.

Le hanno detto sempre si ad ogni richiesta.
Probabilmente anche a qualche richiesta che Lei non ha fatto in tempo a fare.

Risultato? Una squadra impossibile da gestire.
Sotto canestro, il giocatore piu’ efficace (la Medusa Carioca) e’ quello che puo’ piu’ facilmente essere panchinato, mentre Shaq ed Ilga vanno in qualche modo onorati, non foss’altro che per le stellette sul petto.

Inoltre, in questi playoff, abbiamo perso le tracce di JJ Hickson, uno che in regular aveva giocato e tanto, e pure bene. Per tacere di Jamison, il famigerato lungo che tira da fuori, l’epitome del missmatch. Contro i Celts e’ andata decisamente male, ma mi sento di dire che contro i Magic sarebbe andata pure peggio.

Signor James, Jordan ha vinto dei titoli schierando in quintetto Longley, Cartwright, Perdue, e la buonanima Williams, peraltro solo per qualche mese. Niente che finisca solo lontanamente in qualche all star team. Altro che Ben Wallace (un MOSTRUOSO bagno di sangue) o questo Shaquille O’Neal.

Mi rendo conto che Lei porta su palla e fa canestro, ma, fino a prova contraria, non mette la firma sui contratti. Mi e’ difficile pero’ togliermi dalla testa che, implicitamente o meno, Lei non abbia avallato tutte queste mosse prima che venissero eseguite.

Torniamo al nostro paragone.
GM ed allenatore. Gestire megastar come Lei e’ mestiere duro. Si rischia di essere ricordati come quelli che non hanno vinto “nonostante Lebron”. Brutta storia.

Ci vuole gente con attributi, e con uno status tale da essere in grado di guardare negli occhi personaggi come Lei, senza il timore di essere licenziato il giorno dopo, causa capricci del Sire.

A costo di starvi sulle balle, lo scrivo fuor di metafora. Jerry Krause era detestatissimo da MJ, e lo e’ ancora. Ma costrui’ un meccanismo fantastico, e resta responsabile di quell’epopea. Pippen, per capirci, fu scelto da Seattle e scambiato il giorno stesso per tale Olden Polynice, uno che arrivo’ anche in Italia.

E poi Horace Grant, il capolavoro di Rodman, e tanti pezzi funzionali al tutto (i piccoli bianchi Paxson e Kerr, Harper, scambiare Oakley per un centro vero come Cartwright). Tutto questo, posso immaginare, con l’avallo di Jordan, ma il GM faceva il roster, non lo subiva.

E poi Phil Jackson. Lo staff tecnico impose a Jordan il triangolo, e, se non erro, quest’ultimo non si dimostro’ entusiasta all’inizio. Ma proseguirono, ed i frutti arrivarono.

Ci volle uno staff in grado di reggere la pressione, quella interna e quella esterna. Brown e’ un buon allenatore ed una buonissima persona. Ma non e’ possibile subire tutti quegli isolamenti dello scorso anno, e il suo giocare passivo delle ultime due gare. E poter dire poco, perche’ il rischio e’ quello di spingerLa tra le braccia di qualcun altro.

Fine della mia requisitoria. Ed adesso, che si fa?
Signor James, saro’ schietto. Le ho fracassato gli zebedei con questa storia del paragone, e sarebbe logico e nel segno della continuita’ consigliarle di restare dov’e’, perche’ tutti i grandi sono rimasti tutta la carriera in un posto solo.

Veda Lei. La situazione di Cleveland e’ sufficientemente incasinata per farle perdere altri 1-2 anni senza vincere nulla, a meno di un clamoroso repulisti (ma bisogna trovari chi si prende certi contratti, per esempio quello del suddetto Jamison).
Io le suggerirei di cambiare aria.

Le destinazioni? Non sono molte, credo non piu’ 3-4.
Se, parafrasando la nota pubblicita’, “Le piace vincere facile”, non credo ci sia nulla di meglio di Miami.

Spazio salariale, una superstar fatta e finita, e probabilmente anche un coach/GM in grado di tirarle pure un calcio nel sedere, se necessario. In ogni caso, un ambiente che ha gia’ vinto, e non troppo tempo fa.

Non oso immaginare come verrebbe gestito l’ultimo pallone di una gara punto a punto, ma sarebbe terrorizzante per la difesa avversaria doversi preoccupare di due belve simili. E poi il contesto ambientale non fa certo cosi’ schifo.

Se invece Lei e’ un nostalgico, e quel paragone con il 23 passato la stuzzica in modo irresistibile, ci sarebbe sempre da rivitalizzare i fasti chicagoani. Partendo da un impianto tecnico neppure tanto male.

Demandare la gestione della boccia ad un giovanotto come Derrick Rose e’ infatti privilegio di pochi, ed e’ certo che i Bulls tornerebbero ad essere meta ambita di parecchi free agent in odore di argenteria. Qui manca sia il GM che il manico, visto che mesi fa si son presi a mani in faccia. Pero’ e’ probabile che ci sarebbe la fila per governare una simile nave. I pissi pissi bao bao conducono a Calipari, veda Lei se Le aggrada il nome.

Ho tenuto per ultima La sfida per antonomasia. Quella per la quale nessuno L’accuserebbe di codardia.

Trovare un pied a terre a Manhattan e spiegare a Spike Lee e soci che il tempo del digiuno e’ finito. Non una citta’, ma LA CITTA’ ai suoi piedi, e con la dirigenza pronta. Qui a roster c’e’ davvero pochino, anzi no. Un ragazzo nato dalle nostre parti, con un curioso rapporto con il numero 8, una schiena ballerina ed un talento di quelli che non passano tutti gli anni, neanche da voi che il giochino lo avete inventato.

Se ne dev’essere accorto anche Lei, che quest’anno ci ha scambiato un paio di convenevoli post gara. Se n’e’ accorto Melo Anthony, il suo Dioscuro, una sera in cui faceva sempre canestro ma ci ha perso contro, quel mocciosetto con quel tiro da 3 che spacca e quella faccia da schiaffi che solo a qualche mio connazionale appartiene.

Ecco, mi sono tradito, le ho confessato dove mi piacerebbe che atterrasse la Sua astronave.

Is up to you, Mr. James. Le attendono alcune settimane di pensieri decisive. Auguri a Lei.

Super Gasol, Lakers in finale

Super Gasol, Lakers in finale

Rubrica: Playoff 2010: L.A. Lakers - Utah Jazz
Autore: xandro24
Pubblicato il 11 maggio 2010
Gli Orlando Magic superano gli Atlanta Hawks in 4 gare, i Phoenix Suns fanno altrettanto con i San Antonio Spurs ed entrambe volano alle Finali di Conference... potevano i Los Angeles Lakers essere da meno?

No, e infatti anche loro vincono nettamente Gara-4 contro gli Utah Jazz e si preparano a sfidare proprio i Suns in quella che si preannuncia come una sfida molto interessante.

A Salt Lake City è stato tutto fin troppo facile per i ragazzi di Phil Jackson, che invece di bearsi del vantaggio di 3 partite a 0 nella serie ed andare in campo deconcentrati, giocano la miglior gara dei propri play-off.

L'inizio del primo quarto è equilibrato, con Bryant (8 punti, 4 su 5 dal campo) e Williams (7 punti, 3 su 5) protagonisti. Lo schema tattico di Utah è sempre lo stesso: essa continua a riempire la propria area, cercando di rendere difficile il gioco in post a Bynum, Gasol ed Odom. Naturalmente, come nelle precedenti partite, questo sistema difensivo porta gli esterni avversari ad essere spesso liberi sul perimetro.

I Lakers rispondono bene alla difesa avversaria, e chiudono il primo quarto avanti 29 a 24. L'inerzia continua a stare dalla parte dei giallo-viola anche nel secondo periodo, con Odom e Gasol grandi protagonisti in attacco e una superiorità schiacciante a rimbalzo. Tutti questi fattori portano ad un cospicuo vantaggio, e il primo tempo si chiude con il punteggio di 58 a 41.

Nel terzo quarto, Utah cerca di mettere punti a referto giocando molto in velocità. I Lakers decidono di adeguarsi alla scelta degli avversari, correndo da una parte all'altra del campo e rischiando di farli rientrare, dato che il vantaggio si riduce al -5. Ma quando la situazione si fa difficile, Bryant e Gasol prendono per mano la squadra e la riportano al sicuro.

L'ultimo periodo di gioco si apre così sull'80 a 67 in favore dei giallo-viola, i quali riusciranno a gestire gli ultimi 12 minuti di gioco con tranquillità. Utah, infatti, non riesce mai a riportare lo svantaggio sotto le 10 lunghezze, e alla fine il tabellone recita: 111-96 per i Lakers, che portano a casa la serie 4-0 e vanno in Finale di Conference.


Los Angeles Lakers


L'intensità messa in campo dai giallo-viola è stata notevole, e lo stesso Phil Jackson si è detto molto contento di come si sono comportati i suoi ragazzi. Il risultato finale non è praticamente mai stato in discussione, neanche in quel terzo quarto che ha visto i Jazz riportarsi sotto fino al -5, con un parziale che è stato prontamente stroncato dai canestri di Bryant e Gasol.

Bryant e Gasol, già. Le due stelle dei Lakers sono stati anche i migliori giocatori della partita, con il numero 24 che ha messo a segno canestri importanti e si è guadagnato ben 12 tiri liberi, derivati da un continuo attacco alla difesa avversaria.

Bryant ha chiuso con 32 punti, mentre Gasol ne ha messi a segno 33 (con 14 rimbalzi). I Jazz hanno provato a raddoppiarlo, ma non sono riusciti ad arginare il suo gioco in post e hanno pagato a caro prezzo la serata di grazia dello spagnolo, che ha chiuso con un ottimo 12 su 18 dal campo.

Odom e Artest hanno inciso moderatamente in attacco (rispettivamente 10 e 5 punti), ma hanno svolto il proprio compito in difesa in modo egregio. Molto buono, invece, il contributo di Shannon Brown nella metà campo offensiva, visti i suoi 12 punti con il 50% dal campo.

Ma al di là delle singole prestazioni, il dato più importante è quello relativo alle palle perse: soltanto 6 in tutta la partita, e alla fine del primo tempo era solo una. Segno di una circolazione di palla con i fiocchi, che ha portato infatti ad una larga vittoria.

Utah Jazz


Quando si perde così nettamente, bisogna sempre cercare le cause della sconfitta, e non una causa unica. Innanzitutto, l'approccio alla gara è stato sbagliato, nel senso che i Jazz non hanno giocato con quell'aggressività messa in campo nella scorsa partita, probabilmente perchè frustrati da un 3-0 pesante da ribaltare.

Inoltre, Carlos Boozer ha deluso. Poco incisivo in attacco (10 punti, 4 su 11 dal campo) ma soprattutto incapace di limitare Pau Gasol in difesa. I limiti difensivi di Boozer sono noti, ma in questa sfida sono emersi in modo davvero netto.

Anche Deron Williams non è riuscito a trascinare i suoi compagni alla vittoria, e nonostante il suo contributo alla parziale rimonta del terzo quarto, la sua gara rimane insufficiente.

Ai cosiddetti comprimari, invece, si poteva chiedere poco di più. Dal punto di vista offensivo i vari Millsap, Matthews, Miles e via dicendo hanno giocato discretamente, mentre in difesa pur mettendoci impegno non potevano contenere degli avversari nettamente più forti e, soprattutto, in grande forma.

Dichiarazioni post-partita


Kobe Bryant: “Abbiamo giocato come nelle gare precedenti. Quando si arriva ad una gara che può chiudere una serie in tuo favore, il rischio è quello di perdere la concentrazione. Per fortuna noi abbiamo giocato la nostra solita pallacanestro, siamo scesi in campo con l'atteggiamento giusto e abbiamo fatto attenzione anche ai dettagli”

Pau Gasol: “Avevamo fretta di chiudere la partita, e la serie, il prima possibile. Fin dall'inizio i Jazz ci hanno raddoppiato sotto canestro, ma lo hanno fatto con poca energia, e io sono riuscito ad entrare subito in ritmo. Mi sentivo bene stasera, i miei compagni mi hanno dato la possibilità di muovermi spalle a canestro da buone posizioni, e io l'ho sfruttata con pazienza”

Jerry Sloan: “Sapevamo fin dall'inizio che avremmo avuto di fronte una grande squadra, tant'è che nei pronostici nessuno ci dava come favoriti per la vittoria finale. In alcune fasi abbiamo giocato bene, in altre non abbiamo giocato bene, e alla fine il risultato è sotto gli occhi di tutti”

Carlos Boozer: “Siamo stati battuti da una squadra che è semplicemente più forte di noi. Ma non mi è comunque piaciuta la nostra prestazione. Sia io che i miei compagni non abbiamo giocato la miglior partita della serie, potevamo dare di più e non lo abbiamo fatto. Perdere in questo modo è davvero spiacevole”

Phil Jackson: “Oggi abbiamo giocato la nostra migliore partita in questi play-off, e per la prima volta in queste 10 gare posso dire di essere realmente soddisfatto di come ha giocato la mia squadra. Abbiamo avuto 6 minuti difficili nel terzo quarto, quando i Jazz sono riusciti a recuperare larga parte dello svantaggio, ma siamo stati bravi a riprendere il controllo della gara”

Deron Williams: “Purtroppo in queste 4 partite è emersa la differenza tra noi e i Lakers: noi siamo una squadra da play-off, loro sono una squadra da titolo. Tutti noi siamo abbattuti per questa sconfitta, ancora una volta ci siamo trovati nella condizione di dover recuperare 10 o 12 punti di svantaggio, ma riuscire a farlo contro una squadra del genere è davvero difficile”

I Fantastici 15 della NBA

http://www.playitusa.com/articolo.php?id=10473

I Fantastici 15 della NBA

Autore: xandro24
Pubblicato il 20 maggio 2010
Nel corso dei Play-Off NBA vengono assegnati i cosiddetti “premi individuali”, ovvero quei riconoscimenti che vengono conferiti a dei singoli giocatori, in base alle prestazioni di cui essi si sono resi protagonisti in regular season.

Il più importante di questi premi è sicuramente quello di MVP, il quale racchiude in sé molti significati: esso, infatti, viene assegnato al giocatore che più si è distinto come uomo-squadra, capace cioè di migliorare il rendimento dei propri compagni.

Poi c'è il premio assegnato al miglior difensore, alla migliore matricola, al giocatore più migliorato e al sesto uomo dell'anno. Sono tutti riconoscimenti importanti, certo, ma molto importante è anche il riconoscimento che trattiamo in questa pagina, dove ci occuperemo degli “All-NBA Team”.

Il meccanismo è molto semplice: 122 tra commentatori e giornalisti americani e canadesi sono chiamati a scegliere 15 giocatori (suddivisi in tre quintetti) che si sono distinti per rendimento nel corso della regular season. Ogni quintetto è formato da due guardie, due ali e un centro.

Se un giocatore viene inserito nel primo quintetto, riceve 5 punti. Se viene inserito nel secondo quintetto ne riceve 3, mentre se viene inserito nel terzo quintetto ne riceve 1. Andiamo allora a vedere quali sono state le scelte della giuria per questo 2009/2010...


PRIMO QUINTETTO: Dwayne Wade (520) – Kobe Bryant (604) – Kevin Durant (579) – LeBron James (610) – Dwight Howard (610)

SECONDO QUINTETTO: Steve Nash (366) – Deron Williams (343) – Carmelo Anthony (321) – Dirk Nowitzki (356) – Amar'e Stoudemire (239)

TERZO QUINTETTO: Brandon Roy (87) – Joe Johnson (118) – Tim Duncan (125) – Pau Gasol (94) – Andrew Bogut (149)


Ecco qua. Nel primo quintetto non poteva mancare l'MVP di stagione, LeBron James, che ha chiuso con delle medie spaventose (29.7 punti, 8.5 assist e 7.3 rimbalzi), guidando i suoi Cleveland Cavaliers al primo posto nella regular season, con un record di 61 vittorie e 21 sconfitte.

Oltre a lui, non poteva mancare neanche Dwight Howard, che ha dimostrato una volta di più di essere il miglior centro della Lega. Oltre a vincere il premio come miglior difensore dell'anno per la seconda volta di fila, Howard è stato anche il miglior rimbalzista e il miglior stoppatore, e ha avuto la miglior percentuale al tiro (61%).

Dietro di loro ci sono Kobe Bryant e Kevin Durant, entrambi in corsa fino all'ultimo per la vittoria del titolo di MVP, e infine Dwayne Wade. Quest'ultimo è l'unico giocatore che, a mio parere, avrebbe potuto lasciare il posto nel primo quintetto ad un altro, e in particolare a Steve Nash o a Deron Williams.

Intendiamoci, Wade ha giocato molto bene e ha portato i Miami Heat al quinto posto della Eastern Conference. Ma sia Nash che Williams sono stati i trascinatori, sia sul campo che fuori, di due squadre, Suns e Jazz, che hanno disputato una stagione ben al di sopra delle attese.

In particolar modo, Nash è ritornato a giocare quel basket fatto di grande velocità che ha nel sangue, mentre Williams è stato il solito, impeccabile direttore d'orchestra dei Jazz, ed ha aiutato molto i suoi compagni a disputare una stagione di alto livello nonostante qualche infortunio di troppo (da Kirilenko ad Okur, passando per Korver).

Inoltre, bisogna considerare anche il fatto che la Western Conference, dove giocano sia Nash che Williams, è più competitiva della Eastern Conference di Wade. Insomma, dovendo scegliere avrei premiato prima Nash, poi Williams e infine Wade, anche se il distacco tra i tre è comunque molto ridotto.

Per il resto, ci sono pochi appunti da fare. Il secondo e il terzo quintetto mi sembrano perfetti, e non credo che ci sia nessun escluso che avrebbe meritato di entrare in uno dei quintetti.

Certo, qualche escluso eccellente c'è. Ad esempio che fine hanno fatto i Boston Celtics, a partire da Rajon Rondo? E Chris Bosh, che quest'anno ha impressionato per costanza di rendimento? E ancora: Manu Ginobili, Chauncey Billups, Mo Williams...

In realtà, pur essendo tutti giocatori che hanno disputato un'ottima stagione, sembrano avere qualcosa in meno dei 15 votati. Rondo, ad esempio, è stato formidabile, ma avrebbe dovuto prendere il posto di Brandon Roy, che ha trascinato i suoi Blazers ai play-off nonostante i mille infortuni, o di Joe Johnson, leader degli Hawks che sono stati la rivelazione dell'anno insieme agli Oklahoma City Thunder.

Anche Bosh sarebbe potuto rientrare nel terzo quintetto, se non fosse per il record negativo dei suoi Raptors, che hanno chiuso con 40 vittorie a fronte di 42 sconfitte, frutto di un calo pauroso nel periodo successivo all'All-Star Game.

Lo stesso Ginobili è esploso sul serio solo negli ultimi due mesi di regular season, e gioca comunque in una squadra di tutto rispetto come gli Spurs, dove ha Duncan, Parker e Jefferson ad aiutarlo. E così via...un plauso, perciò, ai commentatori e ai giornalisti che hanno votato, dal momento che le loro preferenze sembrano rispettare in pieno l'andamento della stagione.


Curiosità


1)Shaquille O'Neal, per ora, rinuncia al record di Kareem Abdul-Jabbar. Quest'ultimo, infatti, è stato inserito in uno dei tre quintetti per 15 volte, mentre Shaq si è fermato l'anno scorso a quota 14, a pari merito con Karl Malone.

2)Kevin Durant è stato inserito per la prima volta in questa speciale classifica, entrando subito nel primo quintetto. Anche Joe Johnson ed Andrew Bogut sono al loro primo riconoscimento, anche se si sono “fermati” al terzo quintetto.

3)Kobe Bryant è stato eletto in uno dei tre All-NBA Team per la dodicesima volta in carriera, ed è un record per le guardie che hanno ricevuto questo onore. Kobe condivide questo record con altri due mostri sacri del basket come Jerry West e Bob Cousy.

4) LeBron James e Dwight Howard sono riusciti a mettere d'accordo tutti e 122 i votanti, dal momento che sono stati inseriti nel primo quintetto in ogni singola scheda, raggiungendo così il punteggio massimo (610).