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sabato 22 maggio 2010

Playmakers verso l'anello

Playmakers verso l'anello

Autore: Fraccu
Pubblicato il 16 maggio 2010
Anche quest’anno è bene ricordare che l’ultimo play-passatore a vincere l’anello fu il Thomas dei Bad Boys nel lontano 1990 (con 9,4 assist di media fu “solo” sesto: tutto un altro basket) e che l’ultimo membro della Top10 degli assist a vincere le Finals fu Wade nel 2006, 10mo con 6,7 (e prima di lui risaliamo al suddetto Thomas…).

Senza voler essere superstiziosi, ma piazzarsi bene nella classifica degli assist sembra un po’ come vincere il premio di “Coach of the year” (vero Mike Brown?): molto onore, ma a “breve scadenza”.

Così, anche quest’anno c’è ancora in lizza “zio Fisher” per i Lakers, uno dei “meno playmaker” di tutta l’Nba (ma forse uno degli ultimi che vorresti incontrare in una finale tirata), esperta quinta opzione offensiva di L.A.

Per i Magic tocca invece a Nelson, anch’egli “play” con le virgolette, dato che in post-season registra soli 5.3 assist a partita (33 minuti) a fronte di 21 punti con il 52 % dal campo e il 40% da tre, risultando il miglior realizzatore dei Magic.

Questi due play, mutatis mutandis, non eccellono nella quantità di assist anche perché sono incastonati in sistemi offensivi molto “corali” per quanto riguarda la circolazione di palla, senza un gestore egemonico; tanto l’attacco-triangolo dei Lakers che gli schemi dei Magic (pick n’ roll o dentro-fuori), prescindono da un unico fulcro decisionale.

Questo rende l’attacco più difficile da imbrigliare perché la palla circola molto, a differenza di quelle squadre in cui un monarca tiene palla e dà le direttive; in quest’ultima impostazione, braccare il palleggiatore può compromettere l’efficienza dell’intero attacco: difendere forte su uno per bloccarne cinque… se poi “la mente” del gioco è anche il go-to-guy, il rischio di questa “dittatura tattica” è elevato (ogni riferimento ai Cavs non è affatto casuale…).

Oltre alle finaliste dell’anno scorso, tuttavia, ci sono anche i Boston “di” Rondo e i Suns “di” Nash, veri play-maker, etimologicamente. Quel “di” non deve comunque far pensare ad un “possesso” di tipo “lebroniano”: si tratta semplicemente di due “play che fanno i play”, riuscendo anche a segnare senza compromettere la loro leadership strategica.

Al pari di Nelson, entrambi sono infatti ottimi realizzatori: circa 18 punti per Nash (terzo tra i Suns) con percentuali “da allenamento” e 18 esatti per Rondo, addirittura top scorer tra i bianco verdi, sebbene sia anche il più utilizzato con 42 minuti di media.

Per gli assist: ne abbiamo 11 a gara per Rajon (il minutaggio aiuta) e 9 per Steve (in 34 minuti); e qui la differenza con Jameer è già più lampante; inutile citare i numeri abulici di zio Derek…

Nondimeno, la presenza di due passatori-realizzatori “quantitativi” (oltre che indubbiamente qualitativi) non deve trarre in inganno: sia i Suns che i Celtics hanno attacchi ben equilibrati.

Personalmente, ritengo che la serie Magic vs Celtics nobiliterà l’espressione “5 vs 5” alla lettera (anzi, “al numero”), come raramente è capitato in tempi recenti.

A differenza di James, il “segnare e far segnare” di Rondo e Nash è di fatto contestualizzato in attacchi “di gruppo”: se i Lakers hanno l’evidente duopolio Bryant-Gasol, i Celtics, i Magic e i Suns hanno quartetti, quintetti e panchine rilevanti ai fini offensivi. L’aspetto interessante è che, nonostante il ruolo strutturale del collettivo, ciascuna squadra può al contempo contare su go-to-guy e uomini dell’ultimo tiro decisamente affidabili: Pierce & Allen per Boston, Lewis e Carter per Orlando (si, ho scritto “Carter”) e Nash per Phoenix (inutile fare nomi, anzi, “il nome” ad L.A.).

Per valutare l’impatto offensivo, anche nei playoff può essere utile considerare la percentuale di possessi di squadra finalizzati da un giocatore (con tiro, dal campo o libero, o palla persa) nei minuti giocati; statistica comunemente abbreviata in Usg% (“usage”).

Partiamo dunque dal più “finalizzatore” di ciascuna squadra e scendiamo del 15%, escludendo i giocatori con minuti di media inferiori a 12, così da poter enumerare quanti giocatori contribuiscono adeguatamente all’attacco in proporzione a quanto fatto dal maggior finalizzatore:

Lakers: Bryant 33,2% – Gasol 22,2% – Brown 21,2% – Farmar 18,9%.
Magic: Nelson 25,6% – Howard 24,9% – Carter 23,7% – Redick 19,1% – Pietrus 18,9% – Lewis 18,2% – Barnes 14,6%.
Suns: Stoudemire 25,9% – Barbosa 25,4% – Nash 25,2% – Dragic 24,9% – Richardson 24,7% – Hill 15,3% – Dudley 13,5% – Frye 13,3% – Amundson 11% (rientrano tutti i giocatori con almeno 12 minuti!).
Boston: Pierce 23,7% - Garnett 22,8% – Rondo 21,9% - R.Allen 20% - Davis 19,3% - T.Allen 18,7% – Wallace 14,6% - Perkins 13,4% (anche qui rientrano tutti i giocatori con almeno 12 minuti).

La ripartizione di responsabilità offensive di Boston e Phoenix ha palesemente del prodigioso, ai Magic restano fuori lo specialista difensivo Gortat e il play veterano Williams, mentre a L.A. è evidente quali siano i due binari preferiti della triangle offense.

Da notare come le due squadre più corali siano quelle con i due play-passatori. A questo punto, ci si potrebbe chiedere: questi due attacchi risultano bilanciati perché gestiti da play molto coinvolgenti o ciascun play fa molti assist perché gioca in un sistema omogeneo con buoni compagni? L’uovo o la gallina? Fate voi.

Ovviamente, la poliedricità dell’attacco è solo uno di numerosi fattori che possono determinare l’efficacia di una squadra, assieme a molti intangibles che non si piegano alla legge dei numeri.

Indubbiamente, su quattro finaliste di Conference, tre hanno un attacco piacevolmente corale, non solo nella circolazione (in questa anche i Lakers predicano bene), ma anche come finalizzazione; tre attacchi in cui “tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile”: basti considerare l’incertezza offensiva di Howard al primo turno (con i Magic che fanno comunque 4-0), o le prestazioni non eccelse al tiro di Pierce contro i Cavs (con Boston che passa il turno 4-2) o a quello che ha combinato il panchinaro Dragic in Gara3 contro San Antonio…

Magari vincerà la squadra meno corale facendo leva su altre qualità; o magari arriveranno in finale proprio i due migliori passatori, esorcizzando “la maledizione degli assist-man” e facendo alzare più di un sopracciglio dallo stupore…

Magic vs Celtics: Preview

Magic vs Celtics: Preview

Rubrica: Playoff 2010: Magic - Celtics
Autore: kevin85
Pubblicato il 15 maggio 2010
La finale di Conference più giusta, tecnicamente più interessante e con un pronostico tutt’altro che scontato.

Orlando Magic e Boston Celtics si ritrovano di fronte un anno dopo ma questa volta la serie ha dei contorni molto più elettici e sicuramente vale qualcosa di più, quella finale NBA che le due squadre hanno raggiunto negli ultimi due anni. Vincenti i Celtics nel 2008, perdenti i Magic nel 2009.

Se avesse avuto la possibilità di scegliere, Stan Van Gundy avrebbe preferito di gran lunga (paradossalmente, ma non troppo) incontrare i Cavaliers di Lebron James. Ed invece sulla finora facilissima strada verso le finals incrocerà i fastidiosi tentacoli degli esperti Celtics. Tentacoli che però hanno saputo domare sia lo scorso anno che in questa stagione regolare.

Boston ha tutto quello che serve per mettere in difficoltà il convulso e affascinante sistema offensivo dei Magic. Orlando ha la convinzione mentale e una freschezza fisica che alla lunga può risultare letale per i Celtics.

Il precedente della Semifinale di Conference dello scorso va preso con le pinze del caso.
Il 4-3 di Orlando è figlio di una versione molto sbiadita ma poco arrendevole della squadra di coach Rivers e dell’innata presenza scenica di quel Hedo Turkoglu che era l’anima della squadra nei momenti “clutch” e che ora si interroga sulla sua deludente esperienza canadese.

Il +19 di gara 7, al Garden, con un autoritario e spaventoso 4° periodo ha dato una dimensione totale ai Magic. I 25 punti e 12 assist del turco sono stati la goccia che ha trascinato la squadra di Van Gundy verso la finale con i Lakers.

Quest’anno è tutta un’altra storia. Facce nuove, facce diverse.
In Regular Season, il parziale è favorevole ad Orlando che è stata in grado di vincere 3 partite giocando una sola volta tra le mura amiche dell’Anway Arena e superando i Celtics per tre volte al TD Garden.

Aspetto abbastanza rilevante che fa deporre la tesi di una marginale importanza del fattore campo (vedi gara 7 dello scorso anno). Tre successi esterni limitando Boston sotto i 90 punti (due volte sotto gli 80) e con una durezza prima mentale e poi fisica in grado di recare enorme fastidio alle sicurezze interne dei Celtics.

Nella gara del 20 novembre (+5 Magic) al TD Garden, fondamentali le 10 triple e l’impatto emotivo di un Vince Carter da 29 tiri tentati ed un 4° quarto eroico. A Natale, Boston si è presa la rivincita con una delle gare più dure della stagione, limitando Orlando al 33% e con 21 errori dall’arco.

Un mese dopo, sempre a Boston, la presenza di Howard (19 pts, 10 rebs), il dominio a rimbalzo (+15) ed il canestro a 1.3 secondi dalla fine di Lewis consegnano la vittoria ai Magic mentre nell’ultimo confronto stagionale, il 36-11 del 3° quarto stronca la difesa di Boston con un sensazionale show di Vince Carter.

Sarà una serie che vivrà di dettagli, difesa e tanta, tantissima fisicità.


Le chiavi per i Magic


IL TIRO DA 3
La chiave per i destini degli Orlando Magic. In Regular Season, la squadra di Van Gundy ha prodotto il 30% dei suoi punti, il 28% dei suoi canestri segnati ed il 35% dei suoi canestri tentati dall’arco. Più di qualunque squadra NBA.

Il (finto) segreto è costruire il tiro da 3 nel miglior modo possibile. Le percentuali sono il termometro del sistema che è in grado di supportare (con la gentile presenza di Howard) anche delle giornate storte dall’arco. Basta soffermarsi sulla gara 6 dello scorso anno dove i Magic dominarono nonostante il 6/26 dall’arco ma con una gara da 23 punti e 22 rimbalzi di Howard.

Il bilanciamento delle tue variabili (tiro e Howard) è determinante ma non essenziale. Orlando è in grado di vincere con un Howard da 1/5 dal campo e totalmente avulso dal gioco ma il suo tasso di attività è sempre elevato con la percentuale ai tiri liberi (vedi finals 2009) che sarà risolutiva.

Nelle 8 partite di playoff (o presunte tali visto la relativa difficoltà delle serie contro Bobcats e Hawks) i Magic hanno infilato 89 triple, il 71% delle quali proviene dalle mani del trio Nelson-Pietrus-Lewis. Le 19 di Nelson sono le più sorprendenti, figlie di una grande varietà di soluzioni in situazioni di pick ‘n roll del play di Orlando mentre il duo Pietrus-Lewis semplifica nel migliore dei modi l’efficienza del sistema Magic.

Le mani sono armate. Tutto dipenderà dall’efficacia delle rotazioni dei Celtics.

ASSIST E ISOLAMENTI
Le cifre statistiche nei confronti stagionali contro i Celtics, sono quasi tutti dei season-low. Canestri segnati (29.5), canestri tentati (72.0) e soprattutto quelle del numero degli assist. Orlando non è andata oltre i 12.8 assist di media nelle 4 partite giocate. Segno di un continuo numero di isolamenti e della dipendenza, in certi momenti della gara, dal nuovo arrivato Vince Carter.

La ratio assist/TO è modesta. 7 assist per 10 palle perse.
La presenza di Vince Carter ha dato una dimensione nuova ed ha aggiunto quella sana imprevedibilità tecnica di un sistema che a volte è stato vittima di se stesso.

Carter può garantire (in qualsiasi momento della gara) un quarto da 15 punti e può colpire sia con il tiro da fuori (essenzialmente da 3, in stile Van Gundy), sia con le situazioni “inside” dove basa il 26% del suo attacco che conclude con un ottimo 55% di percentuale reale.

Saranno determinanti i secondi con la palla in mano di Howard nel pitturato e la capacità dello stesso di garantire ribaltamenti ed “hockey pass” per i compagni in grado di liberare i tiratori dall’angolo (Pietrus in primis) e dal mezzo angolo (Lewis).

MATT BARNES
Lebron o Pierce non avrebbe fatto molta differenza. La duttilità di Matt Barnes (dimostrata ampiamente anche contro Kobe Bryant) è la base della sottovalutata difesa degli Orlando Magic (per informazioni rivolgersi a Gerald Wallace e Joe Johnson).

Nella serie appena conclusa contro i Cavaliers, Paul Pierce pur disputando una esiziale gara 6, è stato al di sotto delle aspettative con diversi problemi con il ferro e con i falli. Il confronto diretto con Matt Barnes sarà esaltante e determinante per l’attacco dei Celtics e conseguentemente per la difesa dei Magic che deve assolutamente limitare i punti in contropiede degli avversari. Meno corre Boston, più isolamenti da difendere avrà Orlando e molta più responsabilità si poserà sulle spalle di Barnes.

Fondamentale la sua difesa in post basso, dove Pierce dovrebbe recargli le maggiori insidie.

Le chiavi per i Celtics


DEFENSE
La differenza. A sprazzi si è rivista l’attitudine difensiva del 2008. Eccellenti rotazioni sul lato debole, aiuti qualitativi ed una presenza fisica ed emotiva a centro area che ha respinto i tentativi di Wade e Lebron di entrare nel pitturato. Merito della fisicità di Perkins e di un Garnett che sta rispolverando l’intensità dei tempi belli.

Se offensivamente siamo alla quasi totale dipendenza dei “Big Four” con Rondo prima opzione offensiva, difensivamente l’apporto dei vari Wallace, Allen (pregevole il suo lavoro su James) e Perkins è fondamentale. Il tutto sotto l’inconfondibile ritmo vocale di un Garnett che non sarà difensivamente quello di due anni fa ma che garantisce ancora quelle 4/5 difese che possono far girare la partita in qualsiasi momento.

In Regular Season, i Celtics hanno concesso più di 101 punti a partita. Nei playoff, le cifre si sono sensibilmente abbassate con soli 91.7 punti concessi, seconda miglior difesa dietro ai Magic (83.7 ppg).

LA PANCHINA
Se la panchina di Orlando si può definire operaia e direttamente proporzionale al sistema di Van Gundy, quella dei Celtics è completamente l’opposto. Coach Doc Rivers ha già scelto le rotazioni ed i tre che andranno a completare il roster attivo dei Celtics saranno Wallace, Tony Allen e Glen Davis. Non il massimo dell’affidabilità.

Dopo un primo turno acerbo, Rasheed Wallace con la sua enigmatica predisposizione mentale si è iscritto a questa post-season con una sontuosa gara 2 contro i Cavs e con un’impressionante secondo tempo della freschissima gara 6 vinta e decisiva per l’accesso nella finale di Conference. Nel mezzo, un bel niente.

Molto più discontinuo rispetto ai fausti tempi dei Pistons, il buon Rasheed sa di essere il 6° uomo che potrà cambiare il destino di Boston sui due lati del campo. Deve solo limitare la sua propensione nell’accendere prima se stesso che la partita a suon di tecnici e proteste.

Fondamentale sarà l’apporto di un ritrovato Tony Allen. Difensivamente potrà mettere in difficoltà Vince Carter e sollevare l’altro Allen (Ray) da compiti difensivi che a volte sacrificano la fase offensiva (vedi lo 0/5 da 3 di gara 6).

MAGIC RONDO
Era l’estate del 2007. Roma ospitava la prima (non ufficiale) dei nuovi Celtics. Garnett, Allen e Pierce tutti insieme e con la maglia bianco-verde. Non una domanda sulla coabitazione tattica, tecnica e umana delle tre star. Solo dubbi, incertezze e perplessità sul nome di Rajon Rondo.

Il 2007 è lontano anni luce da oggi. Rajon Rondo è fondamentalmente la prima scelta dell’attacco dei Boston Celtics. La sua innata intelligenza, l’arrogante prova della sua fantasia ed una varietà di colpi in attacco che aveva già fatto intravedere nei Celtics pre-Garnett.

Ora è un All Star a tutti gli effetti. Per i 18 rimbalzi catturati e la clamorosa tripla doppia di gara 5, per la sua capacità di lettura, per la sua sistematica improvvisazione dai 4 metri dal canestro, ma soprattutto per l’impronta emotiva che incide sul match.

Se la vedrà con Jameer Nelson. Play atipici e diversi tra loro. Entrambi sono al centro della miglior istantanea della propria carriera. I colpi dicono Rajon, la concretezza vira su Jameer.

Pronostico


Orlando è completa, profonda e mentalmente al top. Boston ha il carattere dei campioni, il sangue della vittoria.

Magic leggermente favoriti ma i Celtics sono l’unica squadra che può sovvertire i pronostici. Basta vedere la malinconica fine di Lebron James.

Lettera aperta a Lebron James

Lettera aperta a Lebron James

Rubrica: Kicco's World
Autore: Kicco
Pubblicato il 18 maggio 2010
Buon giorno signor James, come va?
Si, lo so, e’ una domanda a meta’ tra lo scontato ed il crudele, fermo restando che non sto telefonando ad un operaio della Chrysler costretto a campare con pochi dollari al mese.

Le prometto che cerchero’ di essere meno scontato e populista del solito.

Dicevo, ho da poco terminato di vedere come la sua stagione sportiva, cosi’ ricca di riconoscimenti individuali, si sia chiusa esattamente come le altre, addirittura prima dello scorso anno.

Posso immaginare il suo disappunto, il suo scoramento ed i suoi dubbi.
Premetto che ho apprezzato il fatto che stavolta abbia trovato il tempo per congratularsi con gli avversari, rimediando alla clamorosa caduta di stile della passata stagione.
Sono contento che lei abbia cambiato registro, ma temo che i complimenti, in questa mia, siano gia’ finiti.

Sono certo che l’ultima cosa che Lei gradisca, in questi giorni, sia la ennesima opinione che spiega i perche’ ed i percome di un insuccesso che vede tutti, o almeno quelli che non hanno un buon motivo per tifare per i Cavs, armati di arma affilata e di crudeltà quanto basta per far sanguinare vieppiu’ la ferita.

Sopportero’ il suo fastidio, ben certo che quanto scrivero’ Le dara’ ancora maggiore fastidio.
Ma tant’e’: credo che qualcuno debba necessariamente spararle in faccia la verita’, ed e’ piu’ probabile che a farlo sia uno che con lei non ha niente a cui spartire, e che soprattutto non vedra’ il suo futuro gravemente compromesso dalle sue estive decisioni, particolare che probabilmente scarta tutta la popolazione dell’Ohio.

Di chi e’ dunque la colpa di questi anni senza vittorie?
La faccio breve. La colpa e’ principalmente Sua, signor James.

Chiariamo subito. Lei a questo gioco e’ molto bravo, non e’ peregrino pensare che lei, oggi, sia il piu’ bravo di tutti. A pensare che il signor Bryant sia, al momento, ancora piu’ bravo di lei, siamo rimasti in pochi, oltre al sottoscritto.

Quindi non sono in discussione le sue capacita’ tecniche. Sono anzi certo che lei, compatibilmente con il suo stato, abbia cercato di fare il massimo. Pero’……

Signor James, per spiegare il mio parere, mi avvalgo di un paragone che sono certo la onorera’, visto che Lei porta il suo stesso numero di maglia. Non serve neanche che lo nominiamo, sappiamo.

Orbene, facciamo un salto all’indietro, diciamo 20 anni, torniamo al 1990, quando il 23 originale chiudeva la sua campagna numero 6. Detroit, squadra carica di veterani, con grandi talenti, grande applicazione ed uno uso smodato delle provocazioni, fisiche e verbali (mi dica se Le ricordano qualcuno), aveva appena chiuso la porta delle Finali in faccia ai Bulls.

Posso immaginare, e credo lo possa intuire anche Lei, il rutilar di pensieri del nostro 23, reduce dall’ennesimo titolo di cannoniere, in caccia di svariati MVP (al settimo anno di NBA siete 2-2) ma ancora incapace di issarsi sul tetto di una Lega che, di fatto, aveva in lui la principale attrattiva.

E, esattamente come Lei, si arrovellava per capire cosa mancava, se fosse un giocatore, un allenatore, un ulteriore salto di qualita’ da parte sua.

Con Jordan abbiamo un vantaggio, sappiamo gia’ il finale della storia: doppio three-peat, 2 stagioni lasciate agli altri per ritemprarsi, leggenda vivente, cospicuo aiuto dato da altri grandissimi del gioco (Pippen e Rodman su tutti) un coach che da li’ e’ partito e non si e’ ancora fermato.

Alt! Abbiamo gia’ cominciato a svelare parte dell’arcano.
Micheal Jordan ha sicuramente penato prima di arrivare in cima, quanto Lei.
Ma non ci risulta abbia mai ricattato la franchigia, minacciando di fare le valigie.

Anzi: ha dato spesso una gigantesca apertura di credito alla sua dirigenza, accettando di essere pagato molto al di sotto del suo valore, pur di dare al suo management la possibilita’ di rinforzare il roster.

E Lei? Lungi da me pensare che Lei non avesse diritto al massimo salariale, ci mancherebbe e non e’ materia di discussione.

Ma come crede che si possa sentire una dirigenza di una squadra come i Cavs, costretta ad operare ben sapendo che fra 2 mesi tutto puo’ essere inghiottito in una nebulosa, al solo suo proferire di due paroline “Vado via?”.

E con che serenita’ puo’ lavorare un Danny Ferry, un Mike Brown, ben sapendo che le franchigie di mezza Lega stanno da anni facendosi la ceretta, risistemando tette e fianchi dal chirurgo, comprando la lingerie piu’ costosa ed arrapante, al solo scopo, sempre fra un paio di mesi, di accalappiare lo “scapolo” piu’ concupito del cucuzzaro e farsi da lui impalmare (potevo usare metafore piu’ erotiche, ma scrivo in fascia protetta….)?

Sono oramai mesi che, a Cleveland, tutto ruota attorno a Lei, le viene concesso tutto.
Serve il lungo? Prendiamo il lungo.
Serve la seconda opzione offensiva? Eccola.
Cediamo il nostro veterano europeo, ma poi al Sire piace riaverlo a corte, e questo ritorna dopo il mese di prammatica……si, si, si.

Le hanno detto sempre si ad ogni richiesta.
Probabilmente anche a qualche richiesta che Lei non ha fatto in tempo a fare.

Risultato? Una squadra impossibile da gestire.
Sotto canestro, il giocatore piu’ efficace (la Medusa Carioca) e’ quello che puo’ piu’ facilmente essere panchinato, mentre Shaq ed Ilga vanno in qualche modo onorati, non foss’altro che per le stellette sul petto.

Inoltre, in questi playoff, abbiamo perso le tracce di JJ Hickson, uno che in regular aveva giocato e tanto, e pure bene. Per tacere di Jamison, il famigerato lungo che tira da fuori, l’epitome del missmatch. Contro i Celts e’ andata decisamente male, ma mi sento di dire che contro i Magic sarebbe andata pure peggio.

Signor James, Jordan ha vinto dei titoli schierando in quintetto Longley, Cartwright, Perdue, e la buonanima Williams, peraltro solo per qualche mese. Niente che finisca solo lontanamente in qualche all star team. Altro che Ben Wallace (un MOSTRUOSO bagno di sangue) o questo Shaquille O’Neal.

Mi rendo conto che Lei porta su palla e fa canestro, ma, fino a prova contraria, non mette la firma sui contratti. Mi e’ difficile pero’ togliermi dalla testa che, implicitamente o meno, Lei non abbia avallato tutte queste mosse prima che venissero eseguite.

Torniamo al nostro paragone.
GM ed allenatore. Gestire megastar come Lei e’ mestiere duro. Si rischia di essere ricordati come quelli che non hanno vinto “nonostante Lebron”. Brutta storia.

Ci vuole gente con attributi, e con uno status tale da essere in grado di guardare negli occhi personaggi come Lei, senza il timore di essere licenziato il giorno dopo, causa capricci del Sire.

A costo di starvi sulle balle, lo scrivo fuor di metafora. Jerry Krause era detestatissimo da MJ, e lo e’ ancora. Ma costrui’ un meccanismo fantastico, e resta responsabile di quell’epopea. Pippen, per capirci, fu scelto da Seattle e scambiato il giorno stesso per tale Olden Polynice, uno che arrivo’ anche in Italia.

E poi Horace Grant, il capolavoro di Rodman, e tanti pezzi funzionali al tutto (i piccoli bianchi Paxson e Kerr, Harper, scambiare Oakley per un centro vero come Cartwright). Tutto questo, posso immaginare, con l’avallo di Jordan, ma il GM faceva il roster, non lo subiva.

E poi Phil Jackson. Lo staff tecnico impose a Jordan il triangolo, e, se non erro, quest’ultimo non si dimostro’ entusiasta all’inizio. Ma proseguirono, ed i frutti arrivarono.

Ci volle uno staff in grado di reggere la pressione, quella interna e quella esterna. Brown e’ un buon allenatore ed una buonissima persona. Ma non e’ possibile subire tutti quegli isolamenti dello scorso anno, e il suo giocare passivo delle ultime due gare. E poter dire poco, perche’ il rischio e’ quello di spingerLa tra le braccia di qualcun altro.

Fine della mia requisitoria. Ed adesso, che si fa?
Signor James, saro’ schietto. Le ho fracassato gli zebedei con questa storia del paragone, e sarebbe logico e nel segno della continuita’ consigliarle di restare dov’e’, perche’ tutti i grandi sono rimasti tutta la carriera in un posto solo.

Veda Lei. La situazione di Cleveland e’ sufficientemente incasinata per farle perdere altri 1-2 anni senza vincere nulla, a meno di un clamoroso repulisti (ma bisogna trovari chi si prende certi contratti, per esempio quello del suddetto Jamison).
Io le suggerirei di cambiare aria.

Le destinazioni? Non sono molte, credo non piu’ 3-4.
Se, parafrasando la nota pubblicita’, “Le piace vincere facile”, non credo ci sia nulla di meglio di Miami.

Spazio salariale, una superstar fatta e finita, e probabilmente anche un coach/GM in grado di tirarle pure un calcio nel sedere, se necessario. In ogni caso, un ambiente che ha gia’ vinto, e non troppo tempo fa.

Non oso immaginare come verrebbe gestito l’ultimo pallone di una gara punto a punto, ma sarebbe terrorizzante per la difesa avversaria doversi preoccupare di due belve simili. E poi il contesto ambientale non fa certo cosi’ schifo.

Se invece Lei e’ un nostalgico, e quel paragone con il 23 passato la stuzzica in modo irresistibile, ci sarebbe sempre da rivitalizzare i fasti chicagoani. Partendo da un impianto tecnico neppure tanto male.

Demandare la gestione della boccia ad un giovanotto come Derrick Rose e’ infatti privilegio di pochi, ed e’ certo che i Bulls tornerebbero ad essere meta ambita di parecchi free agent in odore di argenteria. Qui manca sia il GM che il manico, visto che mesi fa si son presi a mani in faccia. Pero’ e’ probabile che ci sarebbe la fila per governare una simile nave. I pissi pissi bao bao conducono a Calipari, veda Lei se Le aggrada il nome.

Ho tenuto per ultima La sfida per antonomasia. Quella per la quale nessuno L’accuserebbe di codardia.

Trovare un pied a terre a Manhattan e spiegare a Spike Lee e soci che il tempo del digiuno e’ finito. Non una citta’, ma LA CITTA’ ai suoi piedi, e con la dirigenza pronta. Qui a roster c’e’ davvero pochino, anzi no. Un ragazzo nato dalle nostre parti, con un curioso rapporto con il numero 8, una schiena ballerina ed un talento di quelli che non passano tutti gli anni, neanche da voi che il giochino lo avete inventato.

Se ne dev’essere accorto anche Lei, che quest’anno ci ha scambiato un paio di convenevoli post gara. Se n’e’ accorto Melo Anthony, il suo Dioscuro, una sera in cui faceva sempre canestro ma ci ha perso contro, quel mocciosetto con quel tiro da 3 che spacca e quella faccia da schiaffi che solo a qualche mio connazionale appartiene.

Ecco, mi sono tradito, le ho confessato dove mi piacerebbe che atterrasse la Sua astronave.

Is up to you, Mr. James. Le attendono alcune settimane di pensieri decisive. Auguri a Lei.

Super Gasol, Lakers in finale

Super Gasol, Lakers in finale

Rubrica: Playoff 2010: L.A. Lakers - Utah Jazz
Autore: xandro24
Pubblicato il 11 maggio 2010
Gli Orlando Magic superano gli Atlanta Hawks in 4 gare, i Phoenix Suns fanno altrettanto con i San Antonio Spurs ed entrambe volano alle Finali di Conference... potevano i Los Angeles Lakers essere da meno?

No, e infatti anche loro vincono nettamente Gara-4 contro gli Utah Jazz e si preparano a sfidare proprio i Suns in quella che si preannuncia come una sfida molto interessante.

A Salt Lake City è stato tutto fin troppo facile per i ragazzi di Phil Jackson, che invece di bearsi del vantaggio di 3 partite a 0 nella serie ed andare in campo deconcentrati, giocano la miglior gara dei propri play-off.

L'inizio del primo quarto è equilibrato, con Bryant (8 punti, 4 su 5 dal campo) e Williams (7 punti, 3 su 5) protagonisti. Lo schema tattico di Utah è sempre lo stesso: essa continua a riempire la propria area, cercando di rendere difficile il gioco in post a Bynum, Gasol ed Odom. Naturalmente, come nelle precedenti partite, questo sistema difensivo porta gli esterni avversari ad essere spesso liberi sul perimetro.

I Lakers rispondono bene alla difesa avversaria, e chiudono il primo quarto avanti 29 a 24. L'inerzia continua a stare dalla parte dei giallo-viola anche nel secondo periodo, con Odom e Gasol grandi protagonisti in attacco e una superiorità schiacciante a rimbalzo. Tutti questi fattori portano ad un cospicuo vantaggio, e il primo tempo si chiude con il punteggio di 58 a 41.

Nel terzo quarto, Utah cerca di mettere punti a referto giocando molto in velocità. I Lakers decidono di adeguarsi alla scelta degli avversari, correndo da una parte all'altra del campo e rischiando di farli rientrare, dato che il vantaggio si riduce al -5. Ma quando la situazione si fa difficile, Bryant e Gasol prendono per mano la squadra e la riportano al sicuro.

L'ultimo periodo di gioco si apre così sull'80 a 67 in favore dei giallo-viola, i quali riusciranno a gestire gli ultimi 12 minuti di gioco con tranquillità. Utah, infatti, non riesce mai a riportare lo svantaggio sotto le 10 lunghezze, e alla fine il tabellone recita: 111-96 per i Lakers, che portano a casa la serie 4-0 e vanno in Finale di Conference.


Los Angeles Lakers


L'intensità messa in campo dai giallo-viola è stata notevole, e lo stesso Phil Jackson si è detto molto contento di come si sono comportati i suoi ragazzi. Il risultato finale non è praticamente mai stato in discussione, neanche in quel terzo quarto che ha visto i Jazz riportarsi sotto fino al -5, con un parziale che è stato prontamente stroncato dai canestri di Bryant e Gasol.

Bryant e Gasol, già. Le due stelle dei Lakers sono stati anche i migliori giocatori della partita, con il numero 24 che ha messo a segno canestri importanti e si è guadagnato ben 12 tiri liberi, derivati da un continuo attacco alla difesa avversaria.

Bryant ha chiuso con 32 punti, mentre Gasol ne ha messi a segno 33 (con 14 rimbalzi). I Jazz hanno provato a raddoppiarlo, ma non sono riusciti ad arginare il suo gioco in post e hanno pagato a caro prezzo la serata di grazia dello spagnolo, che ha chiuso con un ottimo 12 su 18 dal campo.

Odom e Artest hanno inciso moderatamente in attacco (rispettivamente 10 e 5 punti), ma hanno svolto il proprio compito in difesa in modo egregio. Molto buono, invece, il contributo di Shannon Brown nella metà campo offensiva, visti i suoi 12 punti con il 50% dal campo.

Ma al di là delle singole prestazioni, il dato più importante è quello relativo alle palle perse: soltanto 6 in tutta la partita, e alla fine del primo tempo era solo una. Segno di una circolazione di palla con i fiocchi, che ha portato infatti ad una larga vittoria.

Utah Jazz


Quando si perde così nettamente, bisogna sempre cercare le cause della sconfitta, e non una causa unica. Innanzitutto, l'approccio alla gara è stato sbagliato, nel senso che i Jazz non hanno giocato con quell'aggressività messa in campo nella scorsa partita, probabilmente perchè frustrati da un 3-0 pesante da ribaltare.

Inoltre, Carlos Boozer ha deluso. Poco incisivo in attacco (10 punti, 4 su 11 dal campo) ma soprattutto incapace di limitare Pau Gasol in difesa. I limiti difensivi di Boozer sono noti, ma in questa sfida sono emersi in modo davvero netto.

Anche Deron Williams non è riuscito a trascinare i suoi compagni alla vittoria, e nonostante il suo contributo alla parziale rimonta del terzo quarto, la sua gara rimane insufficiente.

Ai cosiddetti comprimari, invece, si poteva chiedere poco di più. Dal punto di vista offensivo i vari Millsap, Matthews, Miles e via dicendo hanno giocato discretamente, mentre in difesa pur mettendoci impegno non potevano contenere degli avversari nettamente più forti e, soprattutto, in grande forma.

Dichiarazioni post-partita


Kobe Bryant: “Abbiamo giocato come nelle gare precedenti. Quando si arriva ad una gara che può chiudere una serie in tuo favore, il rischio è quello di perdere la concentrazione. Per fortuna noi abbiamo giocato la nostra solita pallacanestro, siamo scesi in campo con l'atteggiamento giusto e abbiamo fatto attenzione anche ai dettagli”

Pau Gasol: “Avevamo fretta di chiudere la partita, e la serie, il prima possibile. Fin dall'inizio i Jazz ci hanno raddoppiato sotto canestro, ma lo hanno fatto con poca energia, e io sono riuscito ad entrare subito in ritmo. Mi sentivo bene stasera, i miei compagni mi hanno dato la possibilità di muovermi spalle a canestro da buone posizioni, e io l'ho sfruttata con pazienza”

Jerry Sloan: “Sapevamo fin dall'inizio che avremmo avuto di fronte una grande squadra, tant'è che nei pronostici nessuno ci dava come favoriti per la vittoria finale. In alcune fasi abbiamo giocato bene, in altre non abbiamo giocato bene, e alla fine il risultato è sotto gli occhi di tutti”

Carlos Boozer: “Siamo stati battuti da una squadra che è semplicemente più forte di noi. Ma non mi è comunque piaciuta la nostra prestazione. Sia io che i miei compagni non abbiamo giocato la miglior partita della serie, potevamo dare di più e non lo abbiamo fatto. Perdere in questo modo è davvero spiacevole”

Phil Jackson: “Oggi abbiamo giocato la nostra migliore partita in questi play-off, e per la prima volta in queste 10 gare posso dire di essere realmente soddisfatto di come ha giocato la mia squadra. Abbiamo avuto 6 minuti difficili nel terzo quarto, quando i Jazz sono riusciti a recuperare larga parte dello svantaggio, ma siamo stati bravi a riprendere il controllo della gara”

Deron Williams: “Purtroppo in queste 4 partite è emersa la differenza tra noi e i Lakers: noi siamo una squadra da play-off, loro sono una squadra da titolo. Tutti noi siamo abbattuti per questa sconfitta, ancora una volta ci siamo trovati nella condizione di dover recuperare 10 o 12 punti di svantaggio, ma riuscire a farlo contro una squadra del genere è davvero difficile”

I Fantastici 15 della NBA

http://www.playitusa.com/articolo.php?id=10473

I Fantastici 15 della NBA

Autore: xandro24
Pubblicato il 20 maggio 2010
Nel corso dei Play-Off NBA vengono assegnati i cosiddetti “premi individuali”, ovvero quei riconoscimenti che vengono conferiti a dei singoli giocatori, in base alle prestazioni di cui essi si sono resi protagonisti in regular season.

Il più importante di questi premi è sicuramente quello di MVP, il quale racchiude in sé molti significati: esso, infatti, viene assegnato al giocatore che più si è distinto come uomo-squadra, capace cioè di migliorare il rendimento dei propri compagni.

Poi c'è il premio assegnato al miglior difensore, alla migliore matricola, al giocatore più migliorato e al sesto uomo dell'anno. Sono tutti riconoscimenti importanti, certo, ma molto importante è anche il riconoscimento che trattiamo in questa pagina, dove ci occuperemo degli “All-NBA Team”.

Il meccanismo è molto semplice: 122 tra commentatori e giornalisti americani e canadesi sono chiamati a scegliere 15 giocatori (suddivisi in tre quintetti) che si sono distinti per rendimento nel corso della regular season. Ogni quintetto è formato da due guardie, due ali e un centro.

Se un giocatore viene inserito nel primo quintetto, riceve 5 punti. Se viene inserito nel secondo quintetto ne riceve 3, mentre se viene inserito nel terzo quintetto ne riceve 1. Andiamo allora a vedere quali sono state le scelte della giuria per questo 2009/2010...


PRIMO QUINTETTO: Dwayne Wade (520) – Kobe Bryant (604) – Kevin Durant (579) – LeBron James (610) – Dwight Howard (610)

SECONDO QUINTETTO: Steve Nash (366) – Deron Williams (343) – Carmelo Anthony (321) – Dirk Nowitzki (356) – Amar'e Stoudemire (239)

TERZO QUINTETTO: Brandon Roy (87) – Joe Johnson (118) – Tim Duncan (125) – Pau Gasol (94) – Andrew Bogut (149)


Ecco qua. Nel primo quintetto non poteva mancare l'MVP di stagione, LeBron James, che ha chiuso con delle medie spaventose (29.7 punti, 8.5 assist e 7.3 rimbalzi), guidando i suoi Cleveland Cavaliers al primo posto nella regular season, con un record di 61 vittorie e 21 sconfitte.

Oltre a lui, non poteva mancare neanche Dwight Howard, che ha dimostrato una volta di più di essere il miglior centro della Lega. Oltre a vincere il premio come miglior difensore dell'anno per la seconda volta di fila, Howard è stato anche il miglior rimbalzista e il miglior stoppatore, e ha avuto la miglior percentuale al tiro (61%).

Dietro di loro ci sono Kobe Bryant e Kevin Durant, entrambi in corsa fino all'ultimo per la vittoria del titolo di MVP, e infine Dwayne Wade. Quest'ultimo è l'unico giocatore che, a mio parere, avrebbe potuto lasciare il posto nel primo quintetto ad un altro, e in particolare a Steve Nash o a Deron Williams.

Intendiamoci, Wade ha giocato molto bene e ha portato i Miami Heat al quinto posto della Eastern Conference. Ma sia Nash che Williams sono stati i trascinatori, sia sul campo che fuori, di due squadre, Suns e Jazz, che hanno disputato una stagione ben al di sopra delle attese.

In particolar modo, Nash è ritornato a giocare quel basket fatto di grande velocità che ha nel sangue, mentre Williams è stato il solito, impeccabile direttore d'orchestra dei Jazz, ed ha aiutato molto i suoi compagni a disputare una stagione di alto livello nonostante qualche infortunio di troppo (da Kirilenko ad Okur, passando per Korver).

Inoltre, bisogna considerare anche il fatto che la Western Conference, dove giocano sia Nash che Williams, è più competitiva della Eastern Conference di Wade. Insomma, dovendo scegliere avrei premiato prima Nash, poi Williams e infine Wade, anche se il distacco tra i tre è comunque molto ridotto.

Per il resto, ci sono pochi appunti da fare. Il secondo e il terzo quintetto mi sembrano perfetti, e non credo che ci sia nessun escluso che avrebbe meritato di entrare in uno dei quintetti.

Certo, qualche escluso eccellente c'è. Ad esempio che fine hanno fatto i Boston Celtics, a partire da Rajon Rondo? E Chris Bosh, che quest'anno ha impressionato per costanza di rendimento? E ancora: Manu Ginobili, Chauncey Billups, Mo Williams...

In realtà, pur essendo tutti giocatori che hanno disputato un'ottima stagione, sembrano avere qualcosa in meno dei 15 votati. Rondo, ad esempio, è stato formidabile, ma avrebbe dovuto prendere il posto di Brandon Roy, che ha trascinato i suoi Blazers ai play-off nonostante i mille infortuni, o di Joe Johnson, leader degli Hawks che sono stati la rivelazione dell'anno insieme agli Oklahoma City Thunder.

Anche Bosh sarebbe potuto rientrare nel terzo quintetto, se non fosse per il record negativo dei suoi Raptors, che hanno chiuso con 40 vittorie a fronte di 42 sconfitte, frutto di un calo pauroso nel periodo successivo all'All-Star Game.

Lo stesso Ginobili è esploso sul serio solo negli ultimi due mesi di regular season, e gioca comunque in una squadra di tutto rispetto come gli Spurs, dove ha Duncan, Parker e Jefferson ad aiutarlo. E così via...un plauso, perciò, ai commentatori e ai giornalisti che hanno votato, dal momento che le loro preferenze sembrano rispettare in pieno l'andamento della stagione.


Curiosità


1)Shaquille O'Neal, per ora, rinuncia al record di Kareem Abdul-Jabbar. Quest'ultimo, infatti, è stato inserito in uno dei tre quintetti per 15 volte, mentre Shaq si è fermato l'anno scorso a quota 14, a pari merito con Karl Malone.

2)Kevin Durant è stato inserito per la prima volta in questa speciale classifica, entrando subito nel primo quintetto. Anche Joe Johnson ed Andrew Bogut sono al loro primo riconoscimento, anche se si sono “fermati” al terzo quintetto.

3)Kobe Bryant è stato eletto in uno dei tre All-NBA Team per la dodicesima volta in carriera, ed è un record per le guardie che hanno ricevuto questo onore. Kobe condivide questo record con altri due mostri sacri del basket come Jerry West e Bob Cousy.

4) LeBron James e Dwight Howard sono riusciti a mettere d'accordo tutti e 122 i votanti, dal momento che sono stati inseriti nel primo quintetto in ogni singola scheda, raggiungendo così il punteggio massimo (610).

sabato 27 febbraio 2010

Magic vs Bird 2 part

Magic vs Bird 2 part

Magic Vs Bird Part One

Magic Vs Bird Part One

Stockton & Malone,scritto da Goat

Ok, lo ammetto. Ho barato.
Dovevano essere venticinque ed invece ne sono ventisei.
Imperdonabile.

Ma ho due valide giustificazioni a mia discolpa.
Almeno credo.
La prima è che avrei dovuto escludere una delle precedenti superstar per far posto al duo di Utah e non sapevo proprio chi togliere. Certo non Bob Pettit che ha avuto l'ingrato compito di inaugurare questa nostra classifica.

La seconda è che ho provato a giudicare separatamente le carriere dei due immortali da Salt Lake City. Lo giuro.
Ma mi sono trovato di fronte ad uno spesso muro di cemento armato. Senza che avessi la minima possibilità di abbatterlo o di aggirarlo.

Come avrei potuto, io misero mortale, sperare di valutare singolarmente le carriere di John Stockton e Karl Malone?
Come pensare di essere in grado di capire là dove finivano i meriti di uno e iniziavano quelli dell'altro e quindi classificarli in maniera corretta, se fior di esperti si sono arresi di fronte a questo improbo compito?

Stockton è stato John Stockton, ha smazzato più assist di tutti nella storia del gioco grazie a Malone che tramutava ogni suo passaggio in un canestro, oppure Malone è stato Karl Malone, ha segnato quasi trentasettemila punti in carriera (secondo realizzatore di sempre) grazie a Stockton, i cui passaggi erano manna dal cielo per chiunque?

Probabile che la verità stia nel mezzo ma, alla fine della fiera, quanto ha influito l'uno sulla carriera dell'altro?
E come sarebbero evolute le storie cestistiche di John e Karl se i loro destini non si fossero incrociati nell'estate del 1985?
Ci sono domande cui passano i mesi e gli anni e la vita non risponde.

Lo stesso Malone, che pure immaginiamo qualcosa in più di noi ne sappia sull'argomento, si è limitato ad affermare:
"Non puoi avere l'uovo senza la gallina. E non puoi avere la gallina senza uovo. Bene io non so. John è l'uovo o la gallina? E io chi sarei? Nessuno lo può dire ed è per questo che non si può valutare appieno quanto uno di noi valga per l'altro!"

Con i suoi passaggi perfetti Stockton ha dato al collega molte opportunità. D'altro canto senza i blocchi durissimi di Malone e il suo costante pericolo in area, John non avrebbe potuto sviluppare appieno la sua pericolosità nel tiro dalla lunga. Né battere tutti i record della lega alla voce assistenze.

Immagini nitide riaffiorano alla mente. Di un passato neanche troppo lontano.
Malone che blocca per Stockton. Poi scivola via. E, a seconda del comportamento del difensore, la palla che arriva dal play all'ala per il tiro immediato o rimane fra le mani esperte di John, liberato dal blocco del collega, per la tripla. Spesso decisiva.

E' il celeberrimo pick and roll. Uno schema semplice ma cui nessuno ha mai saputo porre rimedio. Un'arma devastante che con il duo di Utah ha raggiunto la perfezione assoluta.

Stockton to Malone, quindi. Inscindibili, nei secoli dei secoli. Anche in questa classifica.
Una delle combo più forti nella storia di questo sport. Un'unica entità.
Uno splendido, sontuoso, devastante animale a due teste, ma... con i suoi lati oscuri. I suoi punti deboli.
Inutile negarlo.


Karl Malone alla fine degli anni '90 era considerato la migliore Power Forward di sempre.
John Stockton è tuttora considerato il miglior playmaker puro di sempre.
Nessuno fra gli immortali del ruolo, né Magic o Robertson, né Thomas o Frazier, giocatori probabilmente nel complesso superiori al numero 12 da Gonzaga, è stato tanto bravo a far girare la propria squadra quanto lo è stato John.

Eppure il miglior play e la migliore ala, messi per quasi venti anni nella stessa squadra, non sono mai riusciti a vincere un titolo. Mai.
Sonore sconfitte nei Playoffs. Tre in finale di Conference, due in finale NBA.
Perché?

Sarebbe troppo banale, oltre che ingiusto, imputare tutto ad una squadra non sempre all'altezza. Certo, potrebbe essere una spiegazione, almeno all'inizio. Ma non è tutto qui.
Perché, Jordan insegna, arriva il momento in cui il grandissimo leader non ha l'appoggio della squadra. E allora deve caricarsela sulle spalle e condurla per mano alla vittoria.

D'altro canto sarebbe anche un errore spiegare il tutto con la presenza di Jordan. Certo, Michael ha falsato un po' i valori, ha relegato al ruolo di perdenti giocatori che invece avrebbero meritato ben altra fortuna.
Ma Jordan è stato due anni a giocare a baseball, si è ritirato nel '98. Eppure i due di Utah hanno trovato altri avversari di fronte a loro, che ne hanno comunque ostacolato il cammino verso la gloria imperitura.

Il maggior imputato è ovviamente Karl Malone. Il bersaglio più grosso.
Il postino nel corso della sua carriera si è reso protagonista di alcune giocate cruciali che hanno significato sconfitta per i suoi Jazz.
In alcuni momenti decisivi il suo apporto è stato insoddisfacente, facendo storcere la bocca a tutti i suoi detrattori, coloro che spesso lo hanno definito un magnifico perdente.
Uno capace di fare il duro quando si trattava di mandare al tappeto il piccolo Isiah Thomas con una gomitata che gli procurava 35 punti di sutura o spedire a terra il morbido David Robinson, ma poi incapace di sovrastare l'esuberante Rodman, che pure gli rende diversi centimetri ma soprattutto parecchi chili.

Nella carriera del numero 32 pesano come macigni i due tiri liberi sbagliati nella decisiva gara 7 di finale di Conference contro Seattle nel 1996. Errori che hanno spalancato ai Sonics le porte della finale.

Pesano le due finali non giocate alla sua altezza. I due errori decisivi dalla lunetta in gara 1 nel '97. Errori che hanno consegnato la vittoria a Chicago.
Poi la palla rubata da Jordan in gara 6 nella finale del '98. La faccia di Malone che consegna le armi.
Sconfitto ancora una volta.

Dubbi sulla reale tenuta psicologica di Karl, quando la partita diventava incandescente, sono stati più volte avanzati.
Dubbi però che non possono farci dimenticare la reale grandezza dell'intramontabile combo. Per la loro carriera, i loro numeri. Per quanto hanno dato alle lega.
Perchè senza lo Stockton to Malone la NBA sarebbe stata un bel po' più povera.


La prima volta che John Houston Stockton e Karl Malone hanno incrociato i loro destini è stato nell'estate del 1985, allorché il postino veniva scelto con la tredicesima chiamata assoluta dagli Utah Jazz.

Karl era reduce da tre anni di parziale anonimato a Lousiana Tech, dove aveva viaggiato ad un dignitosa media di 18.7 punti e 9.3 rimbalzi a partita. Di lui al college si ricordavano fondamentalmente due tabelloni frantumati ed un bel servizio di Sport Illustated che ne aveva accresciuto la notorietà.

Al momento della scelta, un emozionantissimo Malone creò ilarità fra i giornalisti ritrovandosi a dichiarare: "Non vedo l'ora di giocare nella città di Utah".

A Salt Lake City Karl incontrò il secondo anno Stockton.
John, prodotto di Gonzaga, era stato scelto al draft dell'anno prima. Il famoso draft dell'84, quello di Olajuwon, Jordan, Barkley.
Era approdato nella NBA in punta di piedi, sconosciuto agli occhi dei più. Fisico normale, da impiegato. Un metro e ottantacinque centimetri, bianco, atteggiamento modesto, ragazzo schivo.

Aveva partecipato al precamp della selezione statunitense che si apprestava a vincere le Olimpiadi del 1984, sotto la guida di Bobby Knight.
Fu tagliato però dalla rosa finale insieme a Barkley e a Porter.

Si narra che al Madison, la notte del draft, lo storico radiocronista dei Jazz, Rod Hundley, fosse in collegamento telefonico col Salt Lake Palace, dove erano assiepati alcune centinaia di tifosi per seguire in diretta televisiva l'evento.
Alla chiamata del nome di Stockton, Hundley riferì al giocatore di sentir provenire un serie di "Booooh" che ne indicavano il poco gradimento.
Salvo poi immediatamente dopo correggersi: No, no! Dicono "Whooo?"
Stockton? Chiiii?

John al suo primo anno in NBA fu la riserva di Rickey Green.
18.2 minuti e 5.6 punti per gara, che gli valsero comunque il primo quintetto rookie.
Una stagione dignitosa per Utah che approdò ai Playoffs (in ognuna delle singole stagione di Stockton, i Jazz disputeranno la postseason).
Con non poca sorpresa Utah superò al primo turno Houston della prima scelta Hakeem Olajuwon. Perse la semifinale di Conference contro Denver.

La stagione successiva, la prima di Karl, un leggero passo indietro.
Stockton aumentò il minutaggio, passando a poco più di 20 minuti a partita (7.7 punti e 7.4 assist), Malone realizzò 14.9 punti e 8.9 rimbalzi (terzo nelle votazioni per il rookie of the year, premiazione dominata da Ewing). Malone si consolò col primo quintetto delle matricole.
Ma Utah si fermò al primo turno di PO contro i Mavericks.

I primi passi verso l'immortalità, l'inizio della leggenda, arrivarono dalla stagione 1986-87.
La seconda di Karl, la terza di John.
Stockton partì titolare, pur spartendosi il ruolo con Greer.
La dirigenza spedì il top scorer Adrian Dantley a Detroit e Malone assunse il ruolo di principale terminale offensivo della squadra, salendo a 21.7 punti a partita.
Da quella stagione Malone non sarebbe più sceso sotto i 25 punti a partita per 11 anni consecutivi.

L'anno dopo, gli Charlotte Hornets fecero il loro ingresso nella lega.
All'expansion draft Layden decise di non proteggere Greer, convinto com'era che Stockton potesse diventare il leader della squadra.
Greer finì a Charlotte. John ebbe tutto per lui il ruolo di playmaker dei Jazz.
E fu subito record.

Correva la Regular Season 1987-88. La magica stagione di Jordan, quella della doppietta dei Lakers e di Magic. E il numero 12 in maglia Jazz fu superbo.
Smazzò 13.8 assist a partita per un totale di 1128 in stagione, 5 in più dei 1123 di Isiah Thomas, registrati nel 1985 e, fino ad allora, record della lega.

Malone ne approfittò per segnare 27.7 punti a partita (quarto nella lega). Accompagnando il tutto con 12 rimbalzi (quinto).
Realizzò almeno trenta punti in ognuna delle ultime 8 partite di Regular, compreso un 41 contro Seattle.
Kar fece la sua comparsa al primo di 14 All Star Game consecutivi. Utah vinse 47 gare, all'epoca record di franchigia.
Stockton e Malone furono inclusi nel secondo quintetto NBA.

L'intera America sportiva cominciava ad accorgersi della straripante presenza di questi due giocatori. Così diversi fisicamente, così simili caratterialmente.

John era cresciuto rispetto agli esordi, ma la sua vera forza era data da qualcosa che difficilmente si poteva imparare con l'allenamento o con l'impegno continuo.
Il senso del passaggio, della posizione, del gioco. La consapevolezza del momento migliore in cui dare la palla. All'uomo giusto. Nel posto giusto.
La sua era una dote naturale. La dote di una mente geniale.

"Quando penso a Stockton mi viene in mente la parola intelligenza!" dichiarò Cotton Fitzsimmons, all'epoca coach dei Suns.

Ma l'omaggio più bello arrivava dal più grande di tutti nel suo ruolo.
Magic dirà:
"Nessuno sa distribuire la palla ed essere leader come lui. La sua preoccupazione principale in campo è mettersi al servizio dei compagni".

Dal canto suo Karl faceva della straordinaria potenza fisica e del suo atletismo dirompente, il principale punto di forza.

"Nel ruolo di Power Forward, difficile trovare uno più veloce di lui. Lo vedi correre dietro ad un avversario ed un attimo dopo lo vedi d’avanti. E quando esce in contropiede, per Stckton è elementare trovarlo con un passaggio telepatico" era solito sottolineare coach Sloan.

Ma limitare Malone alla sola potenza o velocità, non sarebbe giusto.
Il suo merito è stato migliorare giorno dopo giorno. Ha imparato progressivamente ad allontanarsi da canestro e salire in sospensione da tre, quattro metri, non permettendo più ai difensori di lasciargli troppo spazio, cosa che prima avveniva puntualmente, per evitare che mettesse palla a terra e andasse ad attaccare il canestro, con risultati prevedibili visti la sua stazza e la sua velocità.

Malone negli anni è diventato un giocatore completo, quasi perfetto. Il prototipo dell'ala forte moderna.
Ha migliorato la sue percentuale ai liberi, cosa fondamentale considerando che per cinque anni consecutivi, dall'88 al '93, è andato in lunetta più di tutti. Jordan compreso. Fino a diventare nella storia della NBA colui che ha tirato e realizzato più liberi.


Al primo turno dei Playoffs del 1988 i Jazz eliminarono i Trail-Blazers, poi il faccia a faccia contro i campioni in carica di Los Angeles.
Una serie che pareva scontata e invece si concluse solo alla settima partita.

In gara 5 John smazzò 24 assist sotto la sguardo attonito di Magic Johnson. Era record NBA per numero di assist in una partita di PO, record che precedentemente apparteneva proprio al 32 dei Lakers.
Nella settima gara fu Karl a salire in cattedra. Tenne a galla i suoi segnando 31 punti e tirando giù 15 rimbalzi.

L'esperienza dei Lakers alla fine prevalse. Ma Stockton e Malone furono superbi.
Los Angeles volò verso la vittoria dell'anello, ma nelle undici partite di Post Season, Malone chiuse con 29.7 punti e 11.1 rimbalzi di media. Stockton con 19.5 punti e 14.8 assist.
Stockton to Malone. Il verbo era ufficialmente nato.

Nella stagione successiva (1988-89), la prima di Sloan in panca, Utah migliorò ancora il suo record di franchigia arrivando a vincere 51 partite.
Malone fu MVP all'All Star Game (28 punti, 12 su 17 dal campo). Stockton si classificò secondo nella votazioni dopo una prestazione da 11 punti e 17 assist.

Durante la premiazione Malone tentò di rifarsi dalla gaffe di otto anni prima in sede di draft, e dichiarò entusiasta ai microfoni:
"Grazie a me adesso la gente sa dov’è lo Utah. E' a Salt Lake City".
Gli andò male anche stavolta. Poi non ci provò più. Per fortuna.

Karl segnò 29.1 punti a partita in stagione. Solo la presenza di Jordan gli privò del titolo di miglior realizzatore. Finì terzo nelle votazioni per l'MVP della lega e fu per la prima di undici volte consecutive primo quintetto NBA.
Stockton fu secondo quintetto NBA e secondo quintetto difensivo. Servì 13.6 assist a partita, accompagnati da 3.21 recuperi (leader NBA in entrambe le categorie).

I Jazz si ritrovarono per la prima volta ad affrontare una serie di Playoffs da superfavoriti.
E ci fu la prima sgradita sorpresa.
I Warriors eliminarono in tre gare Utah, nonostante Stockton (27 punti e 14 assist nella serie) e Malone (30.7 punti e 16.3 rimbalzi).
Il problema fondamentale era che i due di Utah si ritrovavano spesso a predicare basket nel deserto.

Nella stagone 1989-90, Stockton strabiliò il mondo smazzando 1134 assist, nuovo record della lega. Una media di 14.5 a partita. Malone ancora una volta fu secondo miglior realizzatore dietro Jordan con 31 punti a gara.
Ma ai Playoffs una nuova delusione. Di nuovo fuori al primo turno. Questa volta contro i Suns.

Fu allora che la dirigenza si rese conto che servivano mosse di mercato per non sprecare la splendida carriera del duo nel vano tentativo di un anello.
Quell'estate arrivò a Salt Lake City Jeff Malone, secondo terminale offensivo della squadra. Pian piano iniziarono una serie di mosse di mercato tese a migliorare il supporting cast dei Jazz e che nel giro di qualche anno porteranno nello Utah Jeff Hornacek, la terza punta di una luminosa stella.

Due anni dopo, nel 1992, arrivò la prima finale di Conference della storia per la squadra dello stato mormone.
Fu sconfitta contro i Trail Blazers ma la squadra e la dirigenza realizzarono che l'anello era davvero ad un passo.

L'All star game del 1993 si giocò a Salt Lake City. Malone segnò 28 punti e 10 rimbalzi. Stockton 9 punti e 15 assist.
Per la prima volta nella storia della partite delle stelle, l'MVP veniva vinto da due giocatori ex aequo. Ovviamente Stockton e Malone.

La stagione successiva, John divenne il terzo giocatore dopo Robertson e Magic a superare i 9000 assist (in seguito ci riusciranno anche Thomas e Jackson).
Per la prima volta entrava nel primo quintetto NBA.
Fu nuovamente finale di Conference. Ma fu una nuova sconfitta contro i Rockets che si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia.

Nel 1995 i Jazz chiusero addirittura con 60 vittorie.
Ma al primo turno di playoffs incontrarono nuovamente i Rockets che, qualificatisi ottavi ai playoffs, si apprestavano a riscrivere la storia della lega, andando a rivincere il titolo capovolgendo in ogni singola serie il fattore campo.

Una nuova delusione.
Ne seguirà un'altra l'anno dopo, quando in finale di Conference ci furono stavolta i Sonics.
Malone sbagliò i due liberi decisivi di gara 7. Stockton guardò l'amico fraterno sconsolato. Uno sguardo che valeva più di mille parole.

Dopo 12 anni in Nba, Stockton, ormai trentquattrenne, stava infrangendo qualsiasi record per quanto riguardava assist e recuperi.
Maolne di anni ne aveva trentatrè e stava collezionando una serie di secondi posti come miglior realizzatore della lega. Segnava catturava rimbalzi, lottava.
Entrambi avevano saltato fino ad allora solo 4 partite in carriera, donando tutto alla causa dei Jazz.
Ma mai un anello. Mai una finale. Mai una vittoria nel momento decisivo.

C'erano state tre finali di Conference. Tre sconfitte. Contro tre avversari diversi. Portand, Houston, Seattle.

Poi i due anni migliori. Le due finali.
Nel 1996-97, nuovo record di franchigia per i Jazz: 64 vittorie che valsero ai ragazzi della città sul Lago Salato per la prima volta il miglior record ad ovest.
Malone divenne il quinto giocatore nella storia a segnare oltre 25.000 punti e catturare 10.000 rimbalzi.
Portò a termine una stagione numericamente devastante.
Fu per la prima volta in carriera MVP della lega.
Un premio che in quel di Chicago digerirono poco, promettendo vendetta nell'ipotetica finale.
Stockton invece dopo 9 titoli di migliori assistman della Nba (anche qui record della lega), cedette il suo scettro a Marck Jackson.

Ma ormai contava poco. Utah non giocava più per i numeri. Ma solo ed esclusivamente per il titolo.
Nella strepitosa finale della Western Conferece che vedeva contrapposti ai Jazz i favolosi Rockets di Olajuwon, Barkley e Drexler, fu fondamentale Stockton. Decise la serie in gara 6 con una tripla oltre le braccia distese di Barkley.
Quando la sfera infuocò la retina fu finale.
Fu festa in tutto lo Utah.

Delle due finali consecutive disputate dai Jazz si è scritto e detto di tutto.
Un avversario troppo forte da battere. Un singolo giocatore che non conosceva la parola sconfitta. Un Jordan incommensurabile.
E per Utah furono due sconfitte, entrambe in sei gare.

Un Malone che giocò da Malone solo a tratti, limitato bene da Rodman.
Uno Stockton che giocò una splendida gara 4 nel '97, autore di uno dei più bei passaggi che si ricordino. Da canestro a canestro dopo rimbalzo difensivo, per le braccia tese di Karl che andava a depositare a canestro.

Ma questi sprazzi di gran classe non bastarono. Né quell'anno, né il successivo.

Eppure nel '98 sembrava la volta buona.
Chicago sembrava stanca. Divorata dalle diatribe interne. Krause che aveva promesso di smantellare la squadra per la ricostruzione. Jordan che premeva perché si andasse avanti ancora per un anno. Ancora con Jackson in panca, con Pippen e Rodman come suoi scudieri.

I Jazz avevano chiuso la stagione col miglior record della lega. Avevano demolito ogni sorta di concorrenza ad ovest. Avevano distrutto i Lakers di O'Neal e Bryant nella finale della Western con un sonoro 4 a 0.
Avevano il fattore campo a favore nella finale ed erano partiti con una bella vittoria in gara 1 guidati da un eccellente Stockton.
Poi la fine del sogno.

La decisiva gara 6 fu giocata al Delta Center, l'arena più chiassosa d'America, con Pippen rotto e Harper febbricitante.
Ma Malone perse quella maledetta palla. La decisiva.
E Jordan andò a depositare il canestro della vittoria.

I Jazz non tornarono più in finale.
L'anno successivo, senza Jordan a calcare i parquet, erano considerati i super favoriti. Malone vinse il secondo titolo di MVP di stagione. Era la stagione del Lock Out.

Fallirono però la postseason, sconfitti al secondo turno di playoffs dai Trail Blazers.
Ed il nuovo profeta nel ruolo di Power Forward, Tim Duncan, andò a vincere il suo primo titolo imponendosi in finale contro i sorprendenti Knicks.

Stockton e Malone giocarono altri 4 anni a Salt Lake City.
Incrementarono i loro record, ma non giocarono mai più per il titolo.
Stckton arrivò a 15.806 assist in carriera. Malone superò Jordan e Chamberlain come miglior realizzatore di sempre, ponendosi alle spalle di Jabbar.

Poi l'ultimo anno assieme.
La sera del 30 aprile 2003, gara 5 del primo turno di Playoffs contro i Sacramento Kings, vide l'ultima partita in carriera di Stockton. Una sonora sconfitta per 101 a 78.
La leggenda era giunta al suo epilogo.
Stockton abbandonò il fastoso mondo della NBA così come vi era entrato. In punta di piedi.

Di lui vogliamo ricordare le parole che disse il santone di UCLA, il mitico John Wooden che un giorno si ritrovò ad affermare:
"L'unico giocatore che amo vedere su un campo di gioco è John Stockton. L'unico per cui pagherei il biglietto"

Un'altra leggenda del basket a stelle strisce, Jack Ramsay, l'ha definito The ultimate team player.


Mentre John appendeva le scarpe al chiodo, Malone abbandonava le montagne dello Utah per il mare della California.
Era divorato dalla voglia di vincere un anello. E Los Angeles (sponda Lakers ovviamente) era il posto migliore per ingioiellarsi le dita.
Andò a fare il terzo violino in un Dream Team che comprendeva O'Neal, Bryant e Payton.

Ma non fu una stagione facile. Dapprima gli infortuni lo tennero lontano dai campi di gioco per 40 partite.

Ai playoffs duellò alla pari con Tim Duncan. I Lakers approdarono da super favoriti alla finale contro i Detroit Pistons.
Fu una tremenda batosta. I gialloviola persero in cinque gare, senza mai dare l'impressione di poter contrastare la supremazia degli avversari.

Gara 5 fu l'ultima partita in carriera di Malone.
Al termine di quella serie disse basta.
E l'anello rimase per sempre una chimera. Karl Malone
John Stockton

Moses Malone

Quando il 12 Gennaio del 1995 fu messo in Injured List dai San Antonio Spurs per non fare mai più ritorno sul terreno di gioco, Moses Eugene Malone era unanimamente considerato il quarto miglior centro di tutti i tempi dopo l'ineguagliato trio delle meraviglie, Russell, Chamberlain, Jabbar.

Al suo attivo aveva una ventennale carriera fra i professionisti. Un titolo NBA, un MVP delle finali, tre MVP di Regular Season, quattro primi quintetti, altrettanti secondi quintetti, dodici presenze alla partite delle stelle e svariati record.

Ancora oggi, dodici anni dopo, a guardare i numeri di Moses Malone ci sarebbe da togliersi il cappello.
E' tuttora fra i primi dieci di sempre in ben sei categorie: secondo nei tiri liberi realizzati, terzo in quelli tentati, quinto per punti messi a segno e per rimbalzi catturati, ottavo nel numero di partite, decimo per minuti giocati.

Sono solo numeri, vero. Ma per quanto freddi e riduttivi possano apparire, risultano ampiamente indicativi del solco profondo che Moses Malone ha scavato nella storia della NBA.

Un solco difficilmente colmabile, tracciato da un giocatore magari non bello da vedere, non dalla tecnica sopraffina, ma in possesso di una forza fisica spaventosa, di una notevole tenacia caratteriale e di un velocità di piedi sorprendente.

Piedi da ballerino sotto un fisico da lottatore, si diceva di lui. Piedi che rendevano Moses dotato di un'agilità ed una velocità insospettabili.

Vederlo correre con la testa china, incastonata fra le spalle larghe e spesso curve, il collo taurino proteso in avanti, portava alla mente la nitida immagine di un bisonte lanciato alla carica.
Stessa forza, stessa velocità, stessa grazia.

Le sue mani erano piccolissime ma la sua ferocia a rimbalzo leggendaria.
Con i suoi due metri e zero otto pagava in termini di centimetri rispetto ai rivali dell'epoca, ma suppliva a questa carenza con un senso della posizione ed un tempismo perfetti che lo portavano ad avere una naturale propensione al rimbalzo, soprattutto offensivo, consacrandolo fra i migliori di sempre nella categoria.
Se consideriamo anche i due anni nell'ABA infatti, solo Chamberlain e Russell hanno preso più rimbalzi di lui nella storia della pallacanestro americana.

L'eccellente uso del piede perno poi, la maestria nel post basso, gli ottimi movimenti sotto canestro, lo rendevano difficilmente marcabile e quindi realizzatore di livello assoluto.

Da qui i sei titoli di miglior raccattapalloni della lega e le sedici stagioni consecutive in doppia cifra a rimbalzo. Da qui le undici stagione consecutive sopra i 20 punti di media.
E tutto questo in un'epoca in cui i suoi avversari si chiamavano Artis Gilmore e Kareem Abdul Jabbar, Bill Walton e Bob Lanier, Robert Parish e Bill Laimbeer e per finire Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing.


Moses Malone, per tutti semplicemente Big Mo, nacque a Petersburg, in Virginia, il 23 marzo del 1955.
Un'infanzia difficile, contrassegnata dall'estrema povertà e dalla totale assenza di una figura paterna, non aiutò il carattere del ragazzo, molto chiuso, lontano da qualsiasi forma di apertura verso l'esterno, verso chi non facesse parte della sua ristretta cerchia.

Moses conobbe la pallacanestro fra i playground della sua città, dove ben presto si fece un nome.
Il problema è che aveva serie difficoltà a trovare avversari al suo livello o comunque ragazzi disposti a rivaleggiare con lui. Pur di poter partecipare alle agguerrite sfide di strada arrivò ad accettare una regola che gli venne imposta da compagni ed avversari. Avrebbe potuto giocare solo se durante le partite non avesse mai superato la linea del tiro libero.

Poi arrivò l'età per iscriversi alla High School. E il nome di Moses Malone varcò i modesti confini di Petersburg.

Il suo impatto con la scuola locale fu devastante.
Condusse la sua squadra ad una serie di 50 vittorie consecutive e due titoli dello stato. La sua media in quei due anni parla di quasi 38 punti a partita.

Il dominio sui coetanei risultò così evidente che Moses fu il primo giocatore della storia a prendere in considerazione la possibilità di saltare il college.

Fu una scelta valutata attentamente dal giocatore. Sembrò sul punto di rinunciare quando firmò una lettera di intenti con Maryland, ma la situazione economica della famiglia continuava ad essere tragica. Ai limiti della sopravvivenza.
Così il ragazzo fece la scelta più ovvia. Una scelta clamorosa per l'epoca.

Il 17 aprile, uno storico 17 aprile per tutto il basket a stelle e strisce, gli Utah Stars dell'ABA lo chiamarono al terzo giro del draft del 1974.

Pochi giorni dopo Malone firmò con la sua nuova squadra un contratto da tre milioni di dollari. Era diventato improvvisamente ricco. Lui e la sua famiglia.

Moses aveva 19 anni e nessuno sapeva ancora quanto un giocatore così giovane, che non aveva giocato un singolo minuto al college, potesse dare alla causa del basket professionistico.

La risposta è nei numeri di quel primo anno.
Ottantatre partite, 18.8 punti e 14.6 rimbalzi di media. Convocazione all'All Star Game e infine primo quintetto Rookie.

Numeri maturati tra l'altro in un contesto difficile.
Moses, ragazzo nero cresciuto fra la miseria e la disperazione di Petersburg, non si ambientò mai a Salt Lake City, città bianca e mormone. E del resto la stessa Salt Lake non accettò mai pienamente il giovane centro dalle grandi potenzialità.

Un Disk Jockey locale lo soprannominò "Mumble" per via del suo carattere chiuso, ombroso, per le difficoltà a relazionarsi con la stampa, con i tifosi. Per le sue risposte a qualsiasi intervista che spesso erano più che altro mugugni o borbottii incomprensibili.

L'anno successivo Moses fu ceduto a St. Louis. Giocò appena venti partite con gli Spirits, poi un infortunio troncò bruscamente la sua stagione.
Era l'ultimo anno di vita dell'ABA.

Alla fine di quella stagione, la NBA assorbì le quattro più importanti franchigie della ormai disciolta lega (Nets, Spurs, Pacers e Nuggets) e i restanti giocatori, tramite un dispersal draft che avrebbe potuto rivoluzionare lo scenario della lega.

Il 5 agosto del 1976 al Madison Square Garden di New York, Moses Malone veniva scelto con la quinta chiamata assoluta dai Portland Trail-Blazers.

Meno di dieci anni dopo, tutte le grandi stelle provenienti dall'ABA e approdate in NBA avrebbero già appeso le loro scarpe al chiodo.

Malone invece avrebbe continuato la sua carriera, riuscendo ad attraversare da vincente i gloriosi anni '80 e persino a scollinare negli anni '90, rimanendo durante il dominio di Jordan ed i primissimi anni nella lega di Shaquille O'Neal, l'ultimo grande veterano proveniente dall'ormai storica, leggendaria American Basketball Association.

Frattanto i Trail-Blazers che quell'anno si apprestavano a vincere il primo (ed unico) titolo della loro storia, erano ottimamente coperti sotto canestro dal terzo anno Bill Walton, colui che si pensava avrebbe letteralmente riscritto il ruolo di centro.

Così Malone fu spedito a Buffalo in cambio di una prima scelta futura. La storia narra di un Walton stupito ed arrabbiato con la propria dirigenza per quella trade.
Moses disputò appena due partite con i Braves, poi fu nuovamente ceduto. A Houston.
E fu in Texas che iniziò a prendere corpo la straordinaria carriera di Malone.

Al suo primo anno in NBA fu terzo nella classifica dei rimbalzisti dopo Jabbar e Walton, ma stabilì il nuovo record nella lega per rimbalzi offensivi, record che lui stesso migliorerà tre anni dopo.
Malone condusse i Rockets alla finale di Conference contro i Sixers guidati dal più grande dei suoi ex colleghi in ABA, quel Julius Erving all'apice della carriera.

Houston perse in sei gare, ma il bottino personale di Moses parlava di 19 punti e quasi 17 rimbalzi in 12 partite di post season.
In gara due della semifinale della Eastern Conference contro i Bullets, Malone prese 15 rimbalzi offensivi. Era record per una partita di Playoffs.

Due stagioni dopo (1978-79), mentre i suoi parietà esordivano nella lega e si contendevano il titolo di matricola dell'anno, il quinto anno Malone disputò una delle migliori annate della sua carriera.
In 82 partite realizzò 24.8 punti e raccolse la stratosferica cifra di 17.6 rimbalzi.

Cifra che acquista ancor più valore se paragonata a quelle degli altri grandi specialisti nel settore, quali Jabbar (12.8 rimbalzi), Hayes (12.1), Unseld (10.8).
Moses stabilì un nuovo record NBA (tuttora ineguagliato) per rimbalzi offensivi, tirò dal campo col 54% ed in una partita contro New Orleans catturò la bellezza di 37 rimbalzi.
Finì nel primo quintetto NBA e vinse il titolo di MVP di Regular Season.

L'anno successivo i numeri furono ancora una volta di livello eccelso. Ma i playoffs rimanevano un muro invalicabile.
La concorrenza ad est era spietata. La Boston del rookie Larry Bird e la Philadelphia del Dottore erano squadre che non lasciavano spazio alla concorrenza.

Il destino di Moses si stava rivelando quello di combattere con i pugni e con i denti per portare Houston oltre il primo turno, salvo poi venir schiantati in semifinale di Conference da una delle due contendenti al titolo.
Difatti in quei playoffs Malone mise insieme 37 punti e 20 rimbalzi nella decisiva gara 3 contro i San Antonio Spurs al primo turno. Quindi ci fu il poco sorprendete sweep subito dai Celtics.

Quando al termine di quella stagione, conclusasi con la superba prova del rookie Magic Johnson in gara 6 di finale, ci fu un rimescolamento fra le due Conference che portò Houston ad ovest (dove, Lakers a parte, la concorrenza era più blanda), qualcosa sembrò poter cambiare per l'ancor giovane centro in maglia Rockets.

Correva la Regular Season 1980-81 e Moses fu di nuovo miglior rebounder della lega, mentre la sua media realizzativa aumentò ulteriormente fino a sfiorare i 28 punti a partita. Ma fu in Post Season che cominciarono i veri fuochi d'artificio.

Al primo turno i Rockets eliminarono fra lo stupore generale i Lakers, campioni in carica.
Fecero a loro modo storia in quella serie gli air ball di un giovanissimo Magic nella decisiva gara 3.
Il famoso Tragic Johnson, come titolarono alcuni giornali il giorno dopo.

Al turno successivo Houston superò dopo sette combattutissime partite gli Spurs di un Gervin da oltre 27 punti di media.
Nell'ultimo atto della Western Conference arrivò una facile vittoria in cinque gare contro i Kings di Kansas City.

E fu finale. Avversari, i terribili Boston Celtics.

Una serie di cui abbiamo già avuto modo di parlare in NBA Legendary Games (I nipotini di Bill Russell), che da un lato coronò il sogno di anello di Bird e dei Celtics, dall'alto consacrò definitivamente l'immenso strapotere sotto canestro di Moses Malone, che quasi da solo affrontò l'intera, temibile, invincibile front line di Boston, da molti considerata la più forte di sempre.

La lotta fra le due squadre sembrava impari. L'intera serie sembrava dall'esito scontato. Eppure ci fu un momento in cui il pronostico sembrò doversi capovolgere e il clamoroso, incredibile upset dietro l'angolo.

I Celtics venivano infatti da una durissima battaglia fisica e psicologica conclusa solo alla settima gara contro i Sixers nella finale della Eastern Conference. Una battaglia in cui più volte si erano ritrovati sull'orlo del collasso, salvo poi puntualmente riprendersi, riuscendo infine a raggiungere l'insperata ed agognata vittoria nella serie (si veda La maledizione dello Spectrum).

Boston però si presentò all'atto finale con il fiato corto e le gambe molli.
Il resto lo fece Malone. E la sfida si mantenne estremamente equilibrata fino a gara 4, partita in cui il Moses trascinò i suoi alla vittoria e ad impattare la serie sul 2 a 2.

I Celtics sembravano fisicamente ed emotivamente a terra. I Rokcets al contrario avevano via via acquistato sempre più fiducia nei propri mezzi. Tanto che un gasatissimo Malone si ritrovò a pronunciare la storica frase:
"Potrei prendere 4 ragazzi dalle strade di Petersburg e battere comunque i Celtics".

Come andò a finire lo sappiamo tutti. Houston non vinse più e Boston si impose in gara sei.
Ma a dispetto della sconfitta furono gloria ed onori per il centro in maglia Rockets che quasi da solo aveva retto il confronto contro una squadra decisamente di un altro livello.
Ed il meglio doveva ancora arrivare.

La stagione successiva (1981-82) fu, numericamente parlando, la migliore della sua carriera.
Il ventisettenne Moses non poteva ancora saperlo ma si stava apprestando a disputare il suo ultimo anno in maglia Rockets.

Mise a segno 31.1 punti a partita (secondo in NBA), cui aggiunse 14.7 rimbalzi (primo).
Il due febbraio realizzò 53 punti contro i Clippers. Nove giorni dopo, l'11 febbraio, chiuse una partita contro i SuperSonics con 21 rimbalzi offensivi.
Vinse il secondo titolo di MVP.

Al termine di quella devastante stagione, Malone divenne Restricted Free Agent.
Harold Katz, proprietario dei Sixers, una squadra stellare con una grossa lacuna sotto canestro (lacuna che spesso era costata la vittoria nei momenti cruciali contro i Celtics e contro i Lakers), decise che era giunto il momento di portare colui che ormai era ritenuto il miglior centro della NBA a Philadelphia.

Decise che era giunto il momento per lui, per i Sixers, per Julius Erving e per lo stesso Moses di vincere un titolo NBA.

L'offerta che Katz fece a Malone fu faraonica, ma Houston ovviamente la pareggiò, per poi decidere comunque di imbastire una trade che portasse il centro a Philadelphia.
Moses arrivò nella città dell'amore fraterno in cambio di Caldweel Jones e della prima scelta al draft dell'anno successivo.

C'era molta curiosità attorno alla nuova accoppiata Erving/Malone.
Due giocatori per certi versi opposti. Julius è stato forse il miglior comunicatore fra tutti i giocatori che abbiano mai calcato un parquet americano. La sua disponibilità nei confronti della stampa era leggendaria, la fila dei giornalisti davanti al suo armadietto chilometrica.

Moses era l'esatto opposto. Musone, se mai c'è stato un giocatore che abbia meritato questo appellativo.

Eppure Malone nella conferenza stampa di presentazione fu bravo a guadagnarsi subito il rispetto e la simpatia di compagni, giornalisti e tifosi, quando con estrema umiltà tenne a precisare che Philadelphia era e rimaneva la squadra del Doc. Lui era lì solo per aiutare.
E l'aiuto ovviamente arrivò.

L'impatto di Malone coi Sixers fu devastante.
Philly vinse 65 partite, nove in più dei Celtics, sette più dei Lakers.
Malone mise assieme 24.5 punti e 15.3 rimbalzi. Per il secondo anno consecutivo vinse il trofeo di MVP della lega.
In post season tavolse qualsiasi cosa si potesse frapporre fra lui e l'anello.

Prima dei playoffs pronosticò un azzardato quanto memorabile "Fo, Fo, Fo", il che equivaleva a dire tre sweep per arrivare al titolo.
Sbagliò davvero di poco.

I Sixers rifilarono un secco 4 a 0 ai Knicks al primo turno.
Malone abusò letteralmente della coppia Webster-Cartwright di New York, segnando 125 punti contro 60 e prendendo 62 rimbalzi contro i 36 dei rivali.

In finale di Conference i Sixers vinsero 4-1 contro i Bucks. Bob Lanier, centro di Milwaukee, fu letteralmente spazzato via.
Al termine di questa serie Malone, sorridendo, corresse in "Fo, Fi, Fo" il percorso della squadra prima del titolo.

In finale a contendere l'anello a Philly c'erano i soliti Lakers dello showtime.
Non ci fu confronto.
Moses fu assolutamente devastante.
Una dimostrazione di forza in cui distrusse completamente ed impietosamente il suo diretto rivale, Kareem Abdul Jabbar.

Durante le 4 partite il numero 2 in maglia Sixers segnò 103 punti e catturò 72 rimbalzi (18 a partita) contro i 94 punti e gli appena 30 rimbalzi del centro in maglia gialloviola.
L'NBA che avrebbe gradito premiare l'icona Julius Erving al suo primo, meritatissimo anello nella lega, non poté far altro che assegnare il sacrosanto titolo di MVP a Malone.

Quelle finali rappresentarono il culmine della sua carriera.
Dopo di allora iniziò ad essere vittima di infortuni più o meno gravi che ne minarono in parte il rendimento.

L'anno successivo infatti una caviglia malconcia limitò il player nella parte finale di stagione. Arrivò comunque ancora un primo posto nella classifica dei rimbalzi.

Con i 13.1 rimbalzi della stagione 1984-85, il trentenne Moses divenne il primo giocatore a vincere per cinque volte consecutive il trofeo di miglior rimbalzista di stagione.
Chamberlain c'era riuscito in due occasioni per 4 volte di seguito.

La stagione 1985-86 fu l'ultima di Malone coi Sixers. Non fu una stagione fortunata.
Un nuovo infortunio lo obbligò a guardare l'intera parte finale della Regular Season e i playoffs dalla panchina.

Bill Laimbeer dei Pistons gli tolse lo scettro di miglior raccattappalloni.
Anche un suo compagno di squadra, il giovane Charles Barkley, prese più rimbalzi di lui.

Philadelphia decise di ricostruire attorno al ventitreenne sir Charles, così ne approfittò per cedere Malone ai Washington Bullets, dove il centro giocò due stagioni numericamente di ottimo livello.
Poi ci fu un nuovo trasferimento. Agli Hawks di Dominique Wilkins.

Anche il primo anno ad Atlanta (20.2 punti e 11.8 rimbalzi a partita) fu decisamente molto positivo.
Seguirono ancora due stagioni con la maglia dei Falchi. Stagioni in cui Malone dapprima scese dopo 11 anni sotto i 20 punti di media, in seguito scese dopo 16 lunghissimi anni sotto la doppia cifra alla voce rimbalzi.

Nell'estate del 1991 Moses era Free Agent. Firmò per i Bucks.
Aveva 36 anni e mise assieme 15.6 punti e 9.1 rimbalzi. Cifre che a quell'età erano assolutamente incredibili, in un'epoca in cui nel ruolo di centro evolvevano giocatori del calibro di Olajuwon, Ewing, Robinson, nel pieno della loro maturità

L'anno successivo gli infortuni tornarono però ancora una volta a bussare a casa Malone.
Moses disputò appena 11 gare con Milwaukee, poi fu Injured List fino alla fine della stagione.
Sembrava che il ritiro dovesse essere ormai prossimo, ma i Sixers lo convinsero a giocare un altro anno per fare da chioccia al giovane Shawn Bradley.

Terminato l'anno a Philadelphia, Moses era di nuovo pronto ad annunciare il ritiro.
Michael Jordan era a giocare a baseball. Houston aveva appena vinto il suo primo titolo ed Olajuwon era il suo grande profeta.

Gli Spurs cercavano un centro che desse supporto sotto canestro a David Robinson nelle dure battaglie di Post Season contro i Rockets e contro Hakeem.

Big Mo vide così arrivare sulla scrivania del suo agente una nuova offerta.
La accettò. Ma dopo 17 partite si infortunò nuovamente.
Il 12 gennaio gli Spurs misero il giocatore ormai quarantenne in Injured List. La carriera di Moses Malone stavolta era definitivamente giunta al suo capolinea.

In punta di piedi, senza troppe parole, al massimo con qualche mugugno e qualche borbottio, Big Mo, lo schivo e scorbutico ragazzo di Petersburg, diede addio al basket giocato.

Sei anni dopo il suo nome, forse ingiustamente troppo spesso dimenticato quando si parla dei più grandi di sempre, varcherà la soglia della Hall of Fame di Springfield, splendido e naturale omaggio ad uno dei maggiori interpreti nella storia del gioco.Moses Malone

John Hondo Havlicek.

"Hondo: Celtic Man in Motion" è il titolo della biografia autorizzata, scritta da Bob Ryan e pubblicata nel 1977, sulla vita di una delle più grandi leggende che abbiano mai attraversato il mondo della pallcanestro a stelle e striscie.

Ogni singola parola del titolo ha una sua logica spiegazione.
"Hondo" come l'aveva soprannominato, ispirandosi all'omonimo film di John Wayne, un suo compagno di squadra ai tempi dell'high school.
"Celtic" perché se c'è stato qualcuno che ha incarnato pienamente dentro di sé lo spirito della più gloriosa franchigia della storia della NBA, è stato lui. A dispetto di un Russell o di un Bird.
"Man in Motion" perché in campo lui non si fermava mai. Una perfetta macchina dal moto perpetuo o, per dirla alla Red Holzman, "la miglior dinamo umana che abbia mai calcato un parquet".

Lui è John Havlicek.
Sedici stagioni in NBA, tutte con l'indimenticabile maglia numero 17 di Boston. Se c'è stato un Mister Celtic non si può ovviamente prescindere dalla sua figura.

Otto titoli NBA lo rendono, dopo Bill Russell, il giocatore più vincente nella storia della pallacanestro americana. Oltre ventiseimila punti in carriera lo collocano sul gradino più alto fra gli scorer di ogni tempo in maglia celtica. Cui vanno aggiunti più di ottomila rimbalzi e di seimila assist, tredici All Star Game consecutivi, undici quintetti di lega, otto quintetti difensivi.
Sport Illustrated l'ha definito un giorno il miglior All Around Player nella storia della NBA, con tanti saluti ad Oscar Robertson e Magic Johnson, due che della tripla doppia hanno fatto un vero e proprio credo.

Protagonista leggendario di due ere dei Boston Celtics, sopraffino realizzatore, eccellente difensore, uomo dell'ultimo tiro nei momenti chiave, esterno dalla grande versatilità, instancabile corridore, Havlicek, giocando indifferentemente in tre ruoli, è stato l'unico giocatore della grande dinastia celtica degli anni '60 che è riuscito a vincere un titolo senza l'immenso Russell. Ed in due occasioni: nel 1974 e nel 1976, quando da veterano e leader assoluto, ha condotto alla gloria una squadra giovane che in molti reputavano dovesse vivere anni di intera, mediocre ricostruzione, dopo i fasti dell'epoca precedente.

Con Havlicek e su Havlicek pongono le proprie radici alcune delle più grandi tradizioni dei Celtics. Auerbach ha inventato a Boston la fiugura del sesto uomo e John è universalmente considerato il miglior sesto uomo di sempre. I Celtics hanno vinto tre cruciali serie di playoffs rubando palla nei momenti decisivi e la prima volta che accadde fu grazie a John. Un recupero consegnato direttamente ai libri di storia dall'urlo rauco di Johnny Most, nella più famosa radiocronaca sportiva della storia del basket:

"Greer is putting the ball into play. He gets it out deep..." poi la voce che si alza, le successive parole urlate al microfono "Havlicek steals it. Over to Sam Jones... Havlicek stole the ball! It's all over! Johnny Havlicek stole the ball! It's all over! It's all over!".

Correva l'anno 1965. Era la finale di Conference. Gara sette. Da un lato i Boston Celtics, dall'altro i Philadelphia Sixers. La solita superba sfida fra Russell e Chamberlain.
I Celtics costruirono un vantaggio di sette punti nell'ultimo minuto di gioco. Come suo costume, Auerbach accese il sigaro della vittoria, ma Chamberlain reagì portando i suoi sul meno uno. Mancavano 5 secondi alla sirena ed il risultato era fermo sul 110 a 109.
I Sixers avevano l'ultimo possesso. Hal Greer alla rimessa. Russell si piazzò su Wilt per ostacolarne la ricezione. K.C. Jones si posizionò davanti a Greer ed iniziò a sbracciarsi ossessivamente per ostacolarne la visuale.

Greer colse con la coda dell'occhio Chet Walker che si era liberato del suo marcatore e gli passò la sfera. Havlicek scattò in quel preciso momento, le sue lunghe braccia distese intercettarono il passaggio. Aveva realizzato la più grande palla rubata nella storia della pallacanestro americana, più di quella di Henderson su Magic nelle finali del 1984. Più di quella di Bird su Thomas nelle finali di conference del 1987.


Pensavamo che avrebbero cercato di servire Chamberlain e dovevamo impedire che ciò avvenisse. Avevamo un quintetto molto basso con me, Sam Jones, K.C. Jones, Satch Sanders e Russell. Con Bill su Wilt, qualcuno doveva prensersi l'altro lungo, Johnny Kerr. Volevo farlo io, ma Satch disse che poteva prenderlo lui, così io finii a marcare Walker. Quando Greer perse i primi due secondi senza dar via la palla, capii che era nei guai e istintivamente realizzai come e quando avrebbe effettuato la rimessa. Era un lob per Walker. Rimasi sorpreso per un attimo perché non potevo credere che non avrebbe dato la palla a Chamberlain. Decisi di rischiare, scattai e anticipai Walker, misi il corpo davanti al suo e con la punta delle dita deviai la palla verso Sam Jones..."


E Most urlò. Quel giorno prese corpo la leggende di John J. Havlicek. Per tutti semplicemente Hondo.


Figlio di immigrati dell'est europero (padre cecoslovacco, madre jugoslava), John nacque in un paesino dell'Ohio. Per lui eccellere nello sport si rivelò ben presto essere la norma. All'high school primeggiava nel basket, nel baseball e soprattutto nel football giocando da quaterback, fino a figurare fra i migliori giocatori dello stato in tutti e tre gli sport.

Scelse come college Ohio State, dove però decise di non praticare il football. Nel suo anno da freshman giocò a baseball, per poi dedicarsi a tempo pieno al basket in una squadra imperniata sulla stella Jerry Lucas. Nel 1960 arrivò il titolo NCAA. Dopo i tre anni di Havlicek ad Ohio State il record di squadra parlava di 78 vittorie e 6 sconfitte.

Al termine della stagione da senor, nel 1962, John fu scelto al draft da due squadre differenti. Ovviamente di due sport differenti.
I Cleveland Browns della NFL, impressionati dalle sue qualità atletiche, lo scelsero al settimo giro. Mentre i Cletics della NBA fecero il suo nome all'ultima chiamata del primo round.

Havlicek che non praticava il fottoball dai tempi dell'high school, giocò alcune partite di esibizione con i Browns quell'estate, ma fu tagliato l'ultimo giorno disponibile dopo un poco fortunato incontro con Pittsburgh. In seguito i Browns inviteranno altre cinque volte il giocatore a ritentare l'avventura in NFL, ma ormai John aveva fatto la sua scelta. Il suo futuro era proiettato verso Boston. Verso l'Arca della Gloria.

Correva la stagione 1962-63. Una stagione speciale per i Celtics che avevano appena conquistato quattro titoli consecutivi, cinque negli ultimi sei anni. Era l'ultima di Cousy nella NBA e già nell'ambiente si parlava di ricambio generazionale ormai inevitabile per i pluricampioni in maglia verde.

Sport Illustrated dopo l'epico titolo dell'anno prima, conquistato in sette gare contro i Los Angeles Lakers di Baylor e West, aveva aperto la nuova stagione con la storica omelia funebre:
"I Boston Celtics sono una squadra vecchia, nelle cui vene varicose scorre ormai solo sangue stanco".

L'arrivo di Havlicek fu una vera e propria scarica di adrenalina per i biancoverdi, non tanto per l’apporto numerico del giocatore che almeno inizialmente fu abbastanza modesto, quanto per la consapevolezza che la squadra in maglia verde poteva progressivamente ringiovanire un roster vecchio nell'ossatura (oltre a Cousy, anche Bill Sharman, Frank Ramsey e Jim Loscutoff stavano spendendo le ultime cartucce di una gloriosa carriera) con uomini che a lungo termine avrebbero potuto garantire un livello di gioco se non superiore almeno simile.

Alla sua prima stagone in maglia celtica, partendo dalla panchina, John mise a segno 14.3 punti a partita. Finì nel quintetto rookie, si distinse per una difesa tenace ma a parte questo il suo primo anno non fu memorabile. Cousy lo definì "un non tiratore, che probabilmente presto si sarebbe bruciato".

Ma probabilmente Cousy non aveva fatto i conti con la voglia di imporsi del ragazzo da Ohio State. John passò l'intera estate a migliorare il tiro ed il suo ball-handing. Lavorò tanto e lavorò duro. Come sua abitudine, del resto. Per lui un grande successo non sarebbe stato tale se non fosse inevitabilmente passato attraverso il lavoro, il sudore ed il sacrificio.

La stagione successiva John guidò la squadra per punti con 19.9 a gara, guadagnandosi la fiducia dei compagni e di Red Auerbach che lo promosse a sesto uomo al posto dell'anziano Frank Ramsey, colui che aveva inaugurato il ruolo nella storia della lega, colui che anni dopo, nelle vesti di coach, porterà i Trail-Blazers di Bill Walton a vincere l'unico anello della loro storia.
Senza più Cousy, ma con un Havlicek al secondo anno, i Celtics vinsero 59 partite e poi nuovamente il titolo. John finì nel secondo quintetto della lega.

Poi arrivò la stagione 1964-65. Hondo rubò quella palla che per Boston volle dire nuovamente anello, il settimo consecutivo per i Celtics. E la sua carriera cambiò.
John partì dalla panchina anche nelle successive quattro stagioni, quelle che chiusero per sempre la magica epopea di Russell in maglia celtica. Ma l'essere un sesto uomo non gli impedì di risultare in ogni singola stagione il giocatore, dopo Bill, con il minutaggio più alto della squadra.

Il suo ingresso in campo era un'arma devastante per Boston. Cambiava i valori sul parquet. Havlicek entrava e i Celtics magicamente allungavano. Lo stesso giocatore in seguito commenterà:
"Non mi ha mai infastidito non partire nello starting five. Il ruolo che ricoprivo era fondamentale. Una volta Auerbach mi disse che non era importante chi iniziava la gara, ma chi la finiva. Ed io una volta entrato non uscivo più".

Il non tiratore era frattanto diventato un ottimo realizzatore anche dalla distanza, capace in ogni singolo anno in cui partì da sesto uomo di segnare fra i 18 e i 21 punti a partita.
Le notevoli capacità realizzative di Havlicek erano agevolate dai suoi notevoli mezzi fisici. Più veloce della ali, più grosso delle guardie, oscillava fra due ruoli, rendendo difficile la marcatura degli avversari.

"Havlicek è uno di quei rari giocatori che obbliga i marcatori a modificare i loro normali metodi difensivi, pur di contenerlo. E' un 6-5 per 205 libbre, è incredibilmente veloce per uno della sua taglia, ha una forza spaventosa ed un'agilità da piccolo. E' arduo riuscire a contenerlo" scrisse di lui Sport Illustrated nel 1966.

Ma ciò che più di ogni altra cosa contraddistingueva il gioco del 17 biancoverde era la capacità di non fermarsi mai in partita, il suo moto perpetuo. Attacco, difesa, nuovamente attacco e poi di nuovo di corsa in difesa, solitamente sull'avversario più difficile: è stato stimato che percorreva dalle 3 alle 5 miglia in ogni singola partita.

Col tempo John divenne anche il giocatore dall'affidabilissimo ultimo tiro. Colui cui aggrapparsi in attacco quando la partita diventava calda. Il famoso Havlicek Time come era stato ribattezzato da Red Auerbach.

In gara 7 delle finali di Conference del 1968 contro i Sixers campioni in carica, John realizzò una delle sue migliori prestazioni segnando 40 punti e consegnando la finale a Boston.
L'anno dopo furono introdotti per la prima volta nella lega i quintetti difensivi. Havlicek non ne sarebbe mai uscito per i successivi otto anni. In quella stagione fu il vero trascinatore dei Celtics. K.C. Jones si era appena ritirato. Sam Jones aveva 36 anni. Bill Russell 35. Satch Sanders 30. Boston era una squadra vecchia e appagata da 10 titoli in 12 anni.

I Celtics finirono quarti in Regular Season, ma raggiunsero comunque la finale. Gli avversari erano i terribili Lakers di Chamberlain, West e Baylor (Quei palloncini al Forum di L.A.)

In gara 1 John siglò 39 punti, rispondendo ai 53 di West. In gara 2 ne mise 43. In gara 7 si caricò per larghi tratti di partita sulle sue spalle l'intero attacco di una Boston provata dalle fatiche di una stagione interminabile. Con John a sostenere il peso offensivo della squadra e Russell quello difensivo, Boston riuscì a vincere l'undicesimo anello in tredici anni.

La dinastia celtica finiva quel giorno. Russell e Jones si ritiravano. L'ex Tom Heinson divenne il nuovo coach della squadra. Havlicek fece il suo esordio in quintetto. Era il nuovo faro, il leader indiscusso dei nuovi e giovanissimi Celtics. In stagione segnò 24.2 punti, prese 7.8 rimbalzi, smazzò 6.8 assist, primo in tutte e tre le categorie per i celtici. Ottavo nella lega per punti, settimo per assist.
Ma per la prima volta dopo 20 anni, la squadra mancò l'accesso ai PO.

L'anno seguente fu numericamente il migliore della sua carriera: 28.9 punti, 9 rimbalzi, 7.5 assist a partita. E nonostante avesse passato le 30 primavere continuava a guidare la lega per minuti giocati.
Fu durante questi anni che la grandezza di Havlicek, fino ad allora talvolta sottovalutata o comunque ridimensionata dall'ingombrante presenza di un personaggio come Bill Russell, emerse in modo netto, inequivocabile, assoluto.

Nella stagione 1972-73, da leader di una squadra che comprendeva giovani come Dave Cowens, Don Cheaney, Jo Jo White, e veterani come Paul Silas e Don Nelson, condusse i Celtics ad uno strabiliante record di 68 vittorie e 14 sconfitte. Giocò superbamente per tutta la Regular Season, ovviamente su entrambi i lati del campo (per lui ormai quello con il primo quintetto difensivo della lega era diventato un appuntamento fisso) e nei playoffs sembrò addirittura migliorare. In gara 1 della semifinale della Eastern Conference contro gli Hawks segnò 54 punti, realizzando 24 canestri, cifra quest'ultima che tuttora è record NBA per una partita di playoffs.

La fortuna però gli voltò le spalle al turno successivo. Durante gara 3 della finale di conference contro i Knciks si infortunò alla spalla. Saltò gara 4 in cui i tifosi di New York lo omaggiarono con un lunghissimo e rispettoso applauso. Tornò per gara 5 con i Celtics sotto per 3-1, nonostante il parere contrario dei medici. Realizzò 18 punti e portò i suoi alla vittoria. Ma lo sforzo di quella prestazione si fece sentire nelle due partite successive. I Knicks si imposero in sette gare e andarono a vincere il titolo.

Bill Bradley dopo quella serie ebbe modo di dire "Difendere su John Havlicek è stata l'esperienza più dura che abbia mai fatto durante la mia carriera. Ogni suo movimento ha uno scopo e un'utilità, non è mai fine a sé stesso".

Ma l'appuntamento con un nuovo, ennesimo anello era rimandato di ua sola stagione.
Nel 1974, cinque anni dopo l'addio di Bill il grande, i Celtics ritornavano sul tetto del mondo grazie a John. La finale, la prima di sempre di Boston senza Russell sotto i tabelloni, fu contro i Milwaukee Bucks di Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson.

Avanti per 3-2 nella serie i Celtics giocarono una gara 6 casalinga che passerà alla storia. Una partita epocale che si prolungò per due overtime. Nel secondo supplementare con Dave Cowens fuori per falli, Havlicek prese in mano squadra e partita. Realizzò 9 degli 11 punti complessivi dei Celtics, score che è ancora oggi record per una partita di finale. Il suo ultimo canestro, sopra il braccio disteso di Jabbar, 25 cm più alto, portò i Celtics avanti per 101 a 100.

Ma lo stesso Jabbar nel possesso successivo con un gancio dall'angolo spedì la serie a gara 7, a Milwaukee.

Nella decisiva settima partita John siglò solo 16 punti ma si dedicò anima e corpo alla difesa. Fu anche grazie al suo aiuto che Robertson chiuse quella gara con 2 su 13 al tiro e i Celtics vinsero facilmente gara, serie e titolo.

Havlicek fu l'MVP della serie. Visibilmente emozionato al momento della premiazione esclamò "This is the greatest one". Era il suo settimo titolo.

La stagione successiva John continuò a correre senza mai fermarsi. Aveva ormai 35 anni e non concepiva di risparmiarsi neanche in Regular Season.
Il New York Times riporta la storica esclamazione di Bill Russell dopo averlo visto in una partita di stagione regolare contro i Knicks, correre, attaccare, difendere, inseguire le palle vaganti, tuffarsi, lottare in ogni zona del campo su tutti i palloni, come se da ogni singolo possesso potesse dipendere la vittoria o la sconfitta di una vita: "Quell'uomo è matto. Un giorno si alzerà e scoprirà di non poter più fare queste cose".

Ma Havlicek aveva un fisico di acciaio. Nel 1976 portò i Celtics nuovamente sul tetto del mondo. Fu la stagione della Greatest Game Ever. La storica gara 5 di finale contro i Phoenix Suns, in cui il trentaseienne John che aveva problemi ad un piede doveva restare in campo solo una ventina di minuti e finì per giocarne 58. Ovviamente portò i suoi a vincere quella gara (La Maratona di Boston):
"Arrivai alla partita in anticipo. L'infortunio al piede non mi permetteva di allenarmi ed ero quasi completamente fuori forma. Andai al Garden molto presto per lavorare sul tiro. Almeno quello volevo recuperarlo. Pensavo di giocare una ventina di minuti. Finii per restare in campo per 58".

I Celtics si imposero sui Suns in sei gare. Era l'ottavo anello della sua impareggiabile carriera. L'ultimo.

Nella stagione 1977-78 Havlicek disputò tutte le 82 partite di Regular Season. Aveva 38 anni e giocò oltre 34 minuti per gara. Realizzò 16.1 punti, catturò 4 rimablzi e smazzò altrettanti assist a partita. Si apprestava a dire addio al basket giocato dopo 16 anni ininterrotti ad inseguire una sfera arancione senza mai fermarsi. Dovunque i Celtics andassero a giocare, per John erano sempre e solo grandi tributi ed interminabili applausi.

Jerry West dirà di lui: "John è l'ambasciatore del nostro sport nel mondo. Ha dato sempre il massimo in ogni singola gara, ogni singola sera. In campo non si è mai risparmiato. Fuori dal campo ha avuto sempre tempo per tutti, la squadra, i tifosi, i media".

Dave Cowens aggiungerà: "Tutte le squadre NBA dovrebbero ritirare il suo numero. Prendere il 17 e lasciarlo appeso, in alto, fra le luci".

Ma il più grande complimento arrivò durante l'intervallo della sua ultima partita nella lega, nella quale, inutile dirlo, mise a referto 29 punti: "Lui incarna il bene. Se avessi un figlio com John, sarei l'uomo più felice del mondo".
Parole di Arnold Jacob "Red" Auerbach.John Hondo Havlicek