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sabato 27 febbraio 2010

Stockton & Malone,scritto da Goat

Ok, lo ammetto. Ho barato.
Dovevano essere venticinque ed invece ne sono ventisei.
Imperdonabile.

Ma ho due valide giustificazioni a mia discolpa.
Almeno credo.
La prima è che avrei dovuto escludere una delle precedenti superstar per far posto al duo di Utah e non sapevo proprio chi togliere. Certo non Bob Pettit che ha avuto l'ingrato compito di inaugurare questa nostra classifica.

La seconda è che ho provato a giudicare separatamente le carriere dei due immortali da Salt Lake City. Lo giuro.
Ma mi sono trovato di fronte ad uno spesso muro di cemento armato. Senza che avessi la minima possibilità di abbatterlo o di aggirarlo.

Come avrei potuto, io misero mortale, sperare di valutare singolarmente le carriere di John Stockton e Karl Malone?
Come pensare di essere in grado di capire là dove finivano i meriti di uno e iniziavano quelli dell'altro e quindi classificarli in maniera corretta, se fior di esperti si sono arresi di fronte a questo improbo compito?

Stockton è stato John Stockton, ha smazzato più assist di tutti nella storia del gioco grazie a Malone che tramutava ogni suo passaggio in un canestro, oppure Malone è stato Karl Malone, ha segnato quasi trentasettemila punti in carriera (secondo realizzatore di sempre) grazie a Stockton, i cui passaggi erano manna dal cielo per chiunque?

Probabile che la verità stia nel mezzo ma, alla fine della fiera, quanto ha influito l'uno sulla carriera dell'altro?
E come sarebbero evolute le storie cestistiche di John e Karl se i loro destini non si fossero incrociati nell'estate del 1985?
Ci sono domande cui passano i mesi e gli anni e la vita non risponde.

Lo stesso Malone, che pure immaginiamo qualcosa in più di noi ne sappia sull'argomento, si è limitato ad affermare:
"Non puoi avere l'uovo senza la gallina. E non puoi avere la gallina senza uovo. Bene io non so. John è l'uovo o la gallina? E io chi sarei? Nessuno lo può dire ed è per questo che non si può valutare appieno quanto uno di noi valga per l'altro!"

Con i suoi passaggi perfetti Stockton ha dato al collega molte opportunità. D'altro canto senza i blocchi durissimi di Malone e il suo costante pericolo in area, John non avrebbe potuto sviluppare appieno la sua pericolosità nel tiro dalla lunga. Né battere tutti i record della lega alla voce assistenze.

Immagini nitide riaffiorano alla mente. Di un passato neanche troppo lontano.
Malone che blocca per Stockton. Poi scivola via. E, a seconda del comportamento del difensore, la palla che arriva dal play all'ala per il tiro immediato o rimane fra le mani esperte di John, liberato dal blocco del collega, per la tripla. Spesso decisiva.

E' il celeberrimo pick and roll. Uno schema semplice ma cui nessuno ha mai saputo porre rimedio. Un'arma devastante che con il duo di Utah ha raggiunto la perfezione assoluta.

Stockton to Malone, quindi. Inscindibili, nei secoli dei secoli. Anche in questa classifica.
Una delle combo più forti nella storia di questo sport. Un'unica entità.
Uno splendido, sontuoso, devastante animale a due teste, ma... con i suoi lati oscuri. I suoi punti deboli.
Inutile negarlo.


Karl Malone alla fine degli anni '90 era considerato la migliore Power Forward di sempre.
John Stockton è tuttora considerato il miglior playmaker puro di sempre.
Nessuno fra gli immortali del ruolo, né Magic o Robertson, né Thomas o Frazier, giocatori probabilmente nel complesso superiori al numero 12 da Gonzaga, è stato tanto bravo a far girare la propria squadra quanto lo è stato John.

Eppure il miglior play e la migliore ala, messi per quasi venti anni nella stessa squadra, non sono mai riusciti a vincere un titolo. Mai.
Sonore sconfitte nei Playoffs. Tre in finale di Conference, due in finale NBA.
Perché?

Sarebbe troppo banale, oltre che ingiusto, imputare tutto ad una squadra non sempre all'altezza. Certo, potrebbe essere una spiegazione, almeno all'inizio. Ma non è tutto qui.
Perché, Jordan insegna, arriva il momento in cui il grandissimo leader non ha l'appoggio della squadra. E allora deve caricarsela sulle spalle e condurla per mano alla vittoria.

D'altro canto sarebbe anche un errore spiegare il tutto con la presenza di Jordan. Certo, Michael ha falsato un po' i valori, ha relegato al ruolo di perdenti giocatori che invece avrebbero meritato ben altra fortuna.
Ma Jordan è stato due anni a giocare a baseball, si è ritirato nel '98. Eppure i due di Utah hanno trovato altri avversari di fronte a loro, che ne hanno comunque ostacolato il cammino verso la gloria imperitura.

Il maggior imputato è ovviamente Karl Malone. Il bersaglio più grosso.
Il postino nel corso della sua carriera si è reso protagonista di alcune giocate cruciali che hanno significato sconfitta per i suoi Jazz.
In alcuni momenti decisivi il suo apporto è stato insoddisfacente, facendo storcere la bocca a tutti i suoi detrattori, coloro che spesso lo hanno definito un magnifico perdente.
Uno capace di fare il duro quando si trattava di mandare al tappeto il piccolo Isiah Thomas con una gomitata che gli procurava 35 punti di sutura o spedire a terra il morbido David Robinson, ma poi incapace di sovrastare l'esuberante Rodman, che pure gli rende diversi centimetri ma soprattutto parecchi chili.

Nella carriera del numero 32 pesano come macigni i due tiri liberi sbagliati nella decisiva gara 7 di finale di Conference contro Seattle nel 1996. Errori che hanno spalancato ai Sonics le porte della finale.

Pesano le due finali non giocate alla sua altezza. I due errori decisivi dalla lunetta in gara 1 nel '97. Errori che hanno consegnato la vittoria a Chicago.
Poi la palla rubata da Jordan in gara 6 nella finale del '98. La faccia di Malone che consegna le armi.
Sconfitto ancora una volta.

Dubbi sulla reale tenuta psicologica di Karl, quando la partita diventava incandescente, sono stati più volte avanzati.
Dubbi però che non possono farci dimenticare la reale grandezza dell'intramontabile combo. Per la loro carriera, i loro numeri. Per quanto hanno dato alle lega.
Perchè senza lo Stockton to Malone la NBA sarebbe stata un bel po' più povera.


La prima volta che John Houston Stockton e Karl Malone hanno incrociato i loro destini è stato nell'estate del 1985, allorché il postino veniva scelto con la tredicesima chiamata assoluta dagli Utah Jazz.

Karl era reduce da tre anni di parziale anonimato a Lousiana Tech, dove aveva viaggiato ad un dignitosa media di 18.7 punti e 9.3 rimbalzi a partita. Di lui al college si ricordavano fondamentalmente due tabelloni frantumati ed un bel servizio di Sport Illustated che ne aveva accresciuto la notorietà.

Al momento della scelta, un emozionantissimo Malone creò ilarità fra i giornalisti ritrovandosi a dichiarare: "Non vedo l'ora di giocare nella città di Utah".

A Salt Lake City Karl incontrò il secondo anno Stockton.
John, prodotto di Gonzaga, era stato scelto al draft dell'anno prima. Il famoso draft dell'84, quello di Olajuwon, Jordan, Barkley.
Era approdato nella NBA in punta di piedi, sconosciuto agli occhi dei più. Fisico normale, da impiegato. Un metro e ottantacinque centimetri, bianco, atteggiamento modesto, ragazzo schivo.

Aveva partecipato al precamp della selezione statunitense che si apprestava a vincere le Olimpiadi del 1984, sotto la guida di Bobby Knight.
Fu tagliato però dalla rosa finale insieme a Barkley e a Porter.

Si narra che al Madison, la notte del draft, lo storico radiocronista dei Jazz, Rod Hundley, fosse in collegamento telefonico col Salt Lake Palace, dove erano assiepati alcune centinaia di tifosi per seguire in diretta televisiva l'evento.
Alla chiamata del nome di Stockton, Hundley riferì al giocatore di sentir provenire un serie di "Booooh" che ne indicavano il poco gradimento.
Salvo poi immediatamente dopo correggersi: No, no! Dicono "Whooo?"
Stockton? Chiiii?

John al suo primo anno in NBA fu la riserva di Rickey Green.
18.2 minuti e 5.6 punti per gara, che gli valsero comunque il primo quintetto rookie.
Una stagione dignitosa per Utah che approdò ai Playoffs (in ognuna delle singole stagione di Stockton, i Jazz disputeranno la postseason).
Con non poca sorpresa Utah superò al primo turno Houston della prima scelta Hakeem Olajuwon. Perse la semifinale di Conference contro Denver.

La stagione successiva, la prima di Karl, un leggero passo indietro.
Stockton aumentò il minutaggio, passando a poco più di 20 minuti a partita (7.7 punti e 7.4 assist), Malone realizzò 14.9 punti e 8.9 rimbalzi (terzo nelle votazioni per il rookie of the year, premiazione dominata da Ewing). Malone si consolò col primo quintetto delle matricole.
Ma Utah si fermò al primo turno di PO contro i Mavericks.

I primi passi verso l'immortalità, l'inizio della leggenda, arrivarono dalla stagione 1986-87.
La seconda di Karl, la terza di John.
Stockton partì titolare, pur spartendosi il ruolo con Greer.
La dirigenza spedì il top scorer Adrian Dantley a Detroit e Malone assunse il ruolo di principale terminale offensivo della squadra, salendo a 21.7 punti a partita.
Da quella stagione Malone non sarebbe più sceso sotto i 25 punti a partita per 11 anni consecutivi.

L'anno dopo, gli Charlotte Hornets fecero il loro ingresso nella lega.
All'expansion draft Layden decise di non proteggere Greer, convinto com'era che Stockton potesse diventare il leader della squadra.
Greer finì a Charlotte. John ebbe tutto per lui il ruolo di playmaker dei Jazz.
E fu subito record.

Correva la Regular Season 1987-88. La magica stagione di Jordan, quella della doppietta dei Lakers e di Magic. E il numero 12 in maglia Jazz fu superbo.
Smazzò 13.8 assist a partita per un totale di 1128 in stagione, 5 in più dei 1123 di Isiah Thomas, registrati nel 1985 e, fino ad allora, record della lega.

Malone ne approfittò per segnare 27.7 punti a partita (quarto nella lega). Accompagnando il tutto con 12 rimbalzi (quinto).
Realizzò almeno trenta punti in ognuna delle ultime 8 partite di Regular, compreso un 41 contro Seattle.
Kar fece la sua comparsa al primo di 14 All Star Game consecutivi. Utah vinse 47 gare, all'epoca record di franchigia.
Stockton e Malone furono inclusi nel secondo quintetto NBA.

L'intera America sportiva cominciava ad accorgersi della straripante presenza di questi due giocatori. Così diversi fisicamente, così simili caratterialmente.

John era cresciuto rispetto agli esordi, ma la sua vera forza era data da qualcosa che difficilmente si poteva imparare con l'allenamento o con l'impegno continuo.
Il senso del passaggio, della posizione, del gioco. La consapevolezza del momento migliore in cui dare la palla. All'uomo giusto. Nel posto giusto.
La sua era una dote naturale. La dote di una mente geniale.

"Quando penso a Stockton mi viene in mente la parola intelligenza!" dichiarò Cotton Fitzsimmons, all'epoca coach dei Suns.

Ma l'omaggio più bello arrivava dal più grande di tutti nel suo ruolo.
Magic dirà:
"Nessuno sa distribuire la palla ed essere leader come lui. La sua preoccupazione principale in campo è mettersi al servizio dei compagni".

Dal canto suo Karl faceva della straordinaria potenza fisica e del suo atletismo dirompente, il principale punto di forza.

"Nel ruolo di Power Forward, difficile trovare uno più veloce di lui. Lo vedi correre dietro ad un avversario ed un attimo dopo lo vedi d’avanti. E quando esce in contropiede, per Stckton è elementare trovarlo con un passaggio telepatico" era solito sottolineare coach Sloan.

Ma limitare Malone alla sola potenza o velocità, non sarebbe giusto.
Il suo merito è stato migliorare giorno dopo giorno. Ha imparato progressivamente ad allontanarsi da canestro e salire in sospensione da tre, quattro metri, non permettendo più ai difensori di lasciargli troppo spazio, cosa che prima avveniva puntualmente, per evitare che mettesse palla a terra e andasse ad attaccare il canestro, con risultati prevedibili visti la sua stazza e la sua velocità.

Malone negli anni è diventato un giocatore completo, quasi perfetto. Il prototipo dell'ala forte moderna.
Ha migliorato la sue percentuale ai liberi, cosa fondamentale considerando che per cinque anni consecutivi, dall'88 al '93, è andato in lunetta più di tutti. Jordan compreso. Fino a diventare nella storia della NBA colui che ha tirato e realizzato più liberi.


Al primo turno dei Playoffs del 1988 i Jazz eliminarono i Trail-Blazers, poi il faccia a faccia contro i campioni in carica di Los Angeles.
Una serie che pareva scontata e invece si concluse solo alla settima partita.

In gara 5 John smazzò 24 assist sotto la sguardo attonito di Magic Johnson. Era record NBA per numero di assist in una partita di PO, record che precedentemente apparteneva proprio al 32 dei Lakers.
Nella settima gara fu Karl a salire in cattedra. Tenne a galla i suoi segnando 31 punti e tirando giù 15 rimbalzi.

L'esperienza dei Lakers alla fine prevalse. Ma Stockton e Malone furono superbi.
Los Angeles volò verso la vittoria dell'anello, ma nelle undici partite di Post Season, Malone chiuse con 29.7 punti e 11.1 rimbalzi di media. Stockton con 19.5 punti e 14.8 assist.
Stockton to Malone. Il verbo era ufficialmente nato.

Nella stagione successiva (1988-89), la prima di Sloan in panca, Utah migliorò ancora il suo record di franchigia arrivando a vincere 51 partite.
Malone fu MVP all'All Star Game (28 punti, 12 su 17 dal campo). Stockton si classificò secondo nella votazioni dopo una prestazione da 11 punti e 17 assist.

Durante la premiazione Malone tentò di rifarsi dalla gaffe di otto anni prima in sede di draft, e dichiarò entusiasta ai microfoni:
"Grazie a me adesso la gente sa dov’è lo Utah. E' a Salt Lake City".
Gli andò male anche stavolta. Poi non ci provò più. Per fortuna.

Karl segnò 29.1 punti a partita in stagione. Solo la presenza di Jordan gli privò del titolo di miglior realizzatore. Finì terzo nelle votazioni per l'MVP della lega e fu per la prima di undici volte consecutive primo quintetto NBA.
Stockton fu secondo quintetto NBA e secondo quintetto difensivo. Servì 13.6 assist a partita, accompagnati da 3.21 recuperi (leader NBA in entrambe le categorie).

I Jazz si ritrovarono per la prima volta ad affrontare una serie di Playoffs da superfavoriti.
E ci fu la prima sgradita sorpresa.
I Warriors eliminarono in tre gare Utah, nonostante Stockton (27 punti e 14 assist nella serie) e Malone (30.7 punti e 16.3 rimbalzi).
Il problema fondamentale era che i due di Utah si ritrovavano spesso a predicare basket nel deserto.

Nella stagone 1989-90, Stockton strabiliò il mondo smazzando 1134 assist, nuovo record della lega. Una media di 14.5 a partita. Malone ancora una volta fu secondo miglior realizzatore dietro Jordan con 31 punti a gara.
Ma ai Playoffs una nuova delusione. Di nuovo fuori al primo turno. Questa volta contro i Suns.

Fu allora che la dirigenza si rese conto che servivano mosse di mercato per non sprecare la splendida carriera del duo nel vano tentativo di un anello.
Quell'estate arrivò a Salt Lake City Jeff Malone, secondo terminale offensivo della squadra. Pian piano iniziarono una serie di mosse di mercato tese a migliorare il supporting cast dei Jazz e che nel giro di qualche anno porteranno nello Utah Jeff Hornacek, la terza punta di una luminosa stella.

Due anni dopo, nel 1992, arrivò la prima finale di Conference della storia per la squadra dello stato mormone.
Fu sconfitta contro i Trail Blazers ma la squadra e la dirigenza realizzarono che l'anello era davvero ad un passo.

L'All star game del 1993 si giocò a Salt Lake City. Malone segnò 28 punti e 10 rimbalzi. Stockton 9 punti e 15 assist.
Per la prima volta nella storia della partite delle stelle, l'MVP veniva vinto da due giocatori ex aequo. Ovviamente Stockton e Malone.

La stagione successiva, John divenne il terzo giocatore dopo Robertson e Magic a superare i 9000 assist (in seguito ci riusciranno anche Thomas e Jackson).
Per la prima volta entrava nel primo quintetto NBA.
Fu nuovamente finale di Conference. Ma fu una nuova sconfitta contro i Rockets che si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia.

Nel 1995 i Jazz chiusero addirittura con 60 vittorie.
Ma al primo turno di playoffs incontrarono nuovamente i Rockets che, qualificatisi ottavi ai playoffs, si apprestavano a riscrivere la storia della lega, andando a rivincere il titolo capovolgendo in ogni singola serie il fattore campo.

Una nuova delusione.
Ne seguirà un'altra l'anno dopo, quando in finale di Conference ci furono stavolta i Sonics.
Malone sbagliò i due liberi decisivi di gara 7. Stockton guardò l'amico fraterno sconsolato. Uno sguardo che valeva più di mille parole.

Dopo 12 anni in Nba, Stockton, ormai trentquattrenne, stava infrangendo qualsiasi record per quanto riguardava assist e recuperi.
Maolne di anni ne aveva trentatrè e stava collezionando una serie di secondi posti come miglior realizzatore della lega. Segnava catturava rimbalzi, lottava.
Entrambi avevano saltato fino ad allora solo 4 partite in carriera, donando tutto alla causa dei Jazz.
Ma mai un anello. Mai una finale. Mai una vittoria nel momento decisivo.

C'erano state tre finali di Conference. Tre sconfitte. Contro tre avversari diversi. Portand, Houston, Seattle.

Poi i due anni migliori. Le due finali.
Nel 1996-97, nuovo record di franchigia per i Jazz: 64 vittorie che valsero ai ragazzi della città sul Lago Salato per la prima volta il miglior record ad ovest.
Malone divenne il quinto giocatore nella storia a segnare oltre 25.000 punti e catturare 10.000 rimbalzi.
Portò a termine una stagione numericamente devastante.
Fu per la prima volta in carriera MVP della lega.
Un premio che in quel di Chicago digerirono poco, promettendo vendetta nell'ipotetica finale.
Stockton invece dopo 9 titoli di migliori assistman della Nba (anche qui record della lega), cedette il suo scettro a Marck Jackson.

Ma ormai contava poco. Utah non giocava più per i numeri. Ma solo ed esclusivamente per il titolo.
Nella strepitosa finale della Western Conferece che vedeva contrapposti ai Jazz i favolosi Rockets di Olajuwon, Barkley e Drexler, fu fondamentale Stockton. Decise la serie in gara 6 con una tripla oltre le braccia distese di Barkley.
Quando la sfera infuocò la retina fu finale.
Fu festa in tutto lo Utah.

Delle due finali consecutive disputate dai Jazz si è scritto e detto di tutto.
Un avversario troppo forte da battere. Un singolo giocatore che non conosceva la parola sconfitta. Un Jordan incommensurabile.
E per Utah furono due sconfitte, entrambe in sei gare.

Un Malone che giocò da Malone solo a tratti, limitato bene da Rodman.
Uno Stockton che giocò una splendida gara 4 nel '97, autore di uno dei più bei passaggi che si ricordino. Da canestro a canestro dopo rimbalzo difensivo, per le braccia tese di Karl che andava a depositare a canestro.

Ma questi sprazzi di gran classe non bastarono. Né quell'anno, né il successivo.

Eppure nel '98 sembrava la volta buona.
Chicago sembrava stanca. Divorata dalle diatribe interne. Krause che aveva promesso di smantellare la squadra per la ricostruzione. Jordan che premeva perché si andasse avanti ancora per un anno. Ancora con Jackson in panca, con Pippen e Rodman come suoi scudieri.

I Jazz avevano chiuso la stagione col miglior record della lega. Avevano demolito ogni sorta di concorrenza ad ovest. Avevano distrutto i Lakers di O'Neal e Bryant nella finale della Western con un sonoro 4 a 0.
Avevano il fattore campo a favore nella finale ed erano partiti con una bella vittoria in gara 1 guidati da un eccellente Stockton.
Poi la fine del sogno.

La decisiva gara 6 fu giocata al Delta Center, l'arena più chiassosa d'America, con Pippen rotto e Harper febbricitante.
Ma Malone perse quella maledetta palla. La decisiva.
E Jordan andò a depositare il canestro della vittoria.

I Jazz non tornarono più in finale.
L'anno successivo, senza Jordan a calcare i parquet, erano considerati i super favoriti. Malone vinse il secondo titolo di MVP di stagione. Era la stagione del Lock Out.

Fallirono però la postseason, sconfitti al secondo turno di playoffs dai Trail Blazers.
Ed il nuovo profeta nel ruolo di Power Forward, Tim Duncan, andò a vincere il suo primo titolo imponendosi in finale contro i sorprendenti Knicks.

Stockton e Malone giocarono altri 4 anni a Salt Lake City.
Incrementarono i loro record, ma non giocarono mai più per il titolo.
Stckton arrivò a 15.806 assist in carriera. Malone superò Jordan e Chamberlain come miglior realizzatore di sempre, ponendosi alle spalle di Jabbar.

Poi l'ultimo anno assieme.
La sera del 30 aprile 2003, gara 5 del primo turno di Playoffs contro i Sacramento Kings, vide l'ultima partita in carriera di Stockton. Una sonora sconfitta per 101 a 78.
La leggenda era giunta al suo epilogo.
Stockton abbandonò il fastoso mondo della NBA così come vi era entrato. In punta di piedi.

Di lui vogliamo ricordare le parole che disse il santone di UCLA, il mitico John Wooden che un giorno si ritrovò ad affermare:
"L'unico giocatore che amo vedere su un campo di gioco è John Stockton. L'unico per cui pagherei il biglietto"

Un'altra leggenda del basket a stelle strisce, Jack Ramsay, l'ha definito The ultimate team player.


Mentre John appendeva le scarpe al chiodo, Malone abbandonava le montagne dello Utah per il mare della California.
Era divorato dalla voglia di vincere un anello. E Los Angeles (sponda Lakers ovviamente) era il posto migliore per ingioiellarsi le dita.
Andò a fare il terzo violino in un Dream Team che comprendeva O'Neal, Bryant e Payton.

Ma non fu una stagione facile. Dapprima gli infortuni lo tennero lontano dai campi di gioco per 40 partite.

Ai playoffs duellò alla pari con Tim Duncan. I Lakers approdarono da super favoriti alla finale contro i Detroit Pistons.
Fu una tremenda batosta. I gialloviola persero in cinque gare, senza mai dare l'impressione di poter contrastare la supremazia degli avversari.

Gara 5 fu l'ultima partita in carriera di Malone.
Al termine di quella serie disse basta.
E l'anello rimase per sempre una chimera. Karl Malone
John Stockton

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