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sabato 27 febbraio 2010

John Hondo Havlicek.

"Hondo: Celtic Man in Motion" è il titolo della biografia autorizzata, scritta da Bob Ryan e pubblicata nel 1977, sulla vita di una delle più grandi leggende che abbiano mai attraversato il mondo della pallcanestro a stelle e striscie.

Ogni singola parola del titolo ha una sua logica spiegazione.
"Hondo" come l'aveva soprannominato, ispirandosi all'omonimo film di John Wayne, un suo compagno di squadra ai tempi dell'high school.
"Celtic" perché se c'è stato qualcuno che ha incarnato pienamente dentro di sé lo spirito della più gloriosa franchigia della storia della NBA, è stato lui. A dispetto di un Russell o di un Bird.
"Man in Motion" perché in campo lui non si fermava mai. Una perfetta macchina dal moto perpetuo o, per dirla alla Red Holzman, "la miglior dinamo umana che abbia mai calcato un parquet".

Lui è John Havlicek.
Sedici stagioni in NBA, tutte con l'indimenticabile maglia numero 17 di Boston. Se c'è stato un Mister Celtic non si può ovviamente prescindere dalla sua figura.

Otto titoli NBA lo rendono, dopo Bill Russell, il giocatore più vincente nella storia della pallacanestro americana. Oltre ventiseimila punti in carriera lo collocano sul gradino più alto fra gli scorer di ogni tempo in maglia celtica. Cui vanno aggiunti più di ottomila rimbalzi e di seimila assist, tredici All Star Game consecutivi, undici quintetti di lega, otto quintetti difensivi.
Sport Illustrated l'ha definito un giorno il miglior All Around Player nella storia della NBA, con tanti saluti ad Oscar Robertson e Magic Johnson, due che della tripla doppia hanno fatto un vero e proprio credo.

Protagonista leggendario di due ere dei Boston Celtics, sopraffino realizzatore, eccellente difensore, uomo dell'ultimo tiro nei momenti chiave, esterno dalla grande versatilità, instancabile corridore, Havlicek, giocando indifferentemente in tre ruoli, è stato l'unico giocatore della grande dinastia celtica degli anni '60 che è riuscito a vincere un titolo senza l'immenso Russell. Ed in due occasioni: nel 1974 e nel 1976, quando da veterano e leader assoluto, ha condotto alla gloria una squadra giovane che in molti reputavano dovesse vivere anni di intera, mediocre ricostruzione, dopo i fasti dell'epoca precedente.

Con Havlicek e su Havlicek pongono le proprie radici alcune delle più grandi tradizioni dei Celtics. Auerbach ha inventato a Boston la fiugura del sesto uomo e John è universalmente considerato il miglior sesto uomo di sempre. I Celtics hanno vinto tre cruciali serie di playoffs rubando palla nei momenti decisivi e la prima volta che accadde fu grazie a John. Un recupero consegnato direttamente ai libri di storia dall'urlo rauco di Johnny Most, nella più famosa radiocronaca sportiva della storia del basket:

"Greer is putting the ball into play. He gets it out deep..." poi la voce che si alza, le successive parole urlate al microfono "Havlicek steals it. Over to Sam Jones... Havlicek stole the ball! It's all over! Johnny Havlicek stole the ball! It's all over! It's all over!".

Correva l'anno 1965. Era la finale di Conference. Gara sette. Da un lato i Boston Celtics, dall'altro i Philadelphia Sixers. La solita superba sfida fra Russell e Chamberlain.
I Celtics costruirono un vantaggio di sette punti nell'ultimo minuto di gioco. Come suo costume, Auerbach accese il sigaro della vittoria, ma Chamberlain reagì portando i suoi sul meno uno. Mancavano 5 secondi alla sirena ed il risultato era fermo sul 110 a 109.
I Sixers avevano l'ultimo possesso. Hal Greer alla rimessa. Russell si piazzò su Wilt per ostacolarne la ricezione. K.C. Jones si posizionò davanti a Greer ed iniziò a sbracciarsi ossessivamente per ostacolarne la visuale.

Greer colse con la coda dell'occhio Chet Walker che si era liberato del suo marcatore e gli passò la sfera. Havlicek scattò in quel preciso momento, le sue lunghe braccia distese intercettarono il passaggio. Aveva realizzato la più grande palla rubata nella storia della pallacanestro americana, più di quella di Henderson su Magic nelle finali del 1984. Più di quella di Bird su Thomas nelle finali di conference del 1987.


Pensavamo che avrebbero cercato di servire Chamberlain e dovevamo impedire che ciò avvenisse. Avevamo un quintetto molto basso con me, Sam Jones, K.C. Jones, Satch Sanders e Russell. Con Bill su Wilt, qualcuno doveva prensersi l'altro lungo, Johnny Kerr. Volevo farlo io, ma Satch disse che poteva prenderlo lui, così io finii a marcare Walker. Quando Greer perse i primi due secondi senza dar via la palla, capii che era nei guai e istintivamente realizzai come e quando avrebbe effettuato la rimessa. Era un lob per Walker. Rimasi sorpreso per un attimo perché non potevo credere che non avrebbe dato la palla a Chamberlain. Decisi di rischiare, scattai e anticipai Walker, misi il corpo davanti al suo e con la punta delle dita deviai la palla verso Sam Jones..."


E Most urlò. Quel giorno prese corpo la leggende di John J. Havlicek. Per tutti semplicemente Hondo.


Figlio di immigrati dell'est europero (padre cecoslovacco, madre jugoslava), John nacque in un paesino dell'Ohio. Per lui eccellere nello sport si rivelò ben presto essere la norma. All'high school primeggiava nel basket, nel baseball e soprattutto nel football giocando da quaterback, fino a figurare fra i migliori giocatori dello stato in tutti e tre gli sport.

Scelse come college Ohio State, dove però decise di non praticare il football. Nel suo anno da freshman giocò a baseball, per poi dedicarsi a tempo pieno al basket in una squadra imperniata sulla stella Jerry Lucas. Nel 1960 arrivò il titolo NCAA. Dopo i tre anni di Havlicek ad Ohio State il record di squadra parlava di 78 vittorie e 6 sconfitte.

Al termine della stagione da senor, nel 1962, John fu scelto al draft da due squadre differenti. Ovviamente di due sport differenti.
I Cleveland Browns della NFL, impressionati dalle sue qualità atletiche, lo scelsero al settimo giro. Mentre i Cletics della NBA fecero il suo nome all'ultima chiamata del primo round.

Havlicek che non praticava il fottoball dai tempi dell'high school, giocò alcune partite di esibizione con i Browns quell'estate, ma fu tagliato l'ultimo giorno disponibile dopo un poco fortunato incontro con Pittsburgh. In seguito i Browns inviteranno altre cinque volte il giocatore a ritentare l'avventura in NFL, ma ormai John aveva fatto la sua scelta. Il suo futuro era proiettato verso Boston. Verso l'Arca della Gloria.

Correva la stagione 1962-63. Una stagione speciale per i Celtics che avevano appena conquistato quattro titoli consecutivi, cinque negli ultimi sei anni. Era l'ultima di Cousy nella NBA e già nell'ambiente si parlava di ricambio generazionale ormai inevitabile per i pluricampioni in maglia verde.

Sport Illustrated dopo l'epico titolo dell'anno prima, conquistato in sette gare contro i Los Angeles Lakers di Baylor e West, aveva aperto la nuova stagione con la storica omelia funebre:
"I Boston Celtics sono una squadra vecchia, nelle cui vene varicose scorre ormai solo sangue stanco".

L'arrivo di Havlicek fu una vera e propria scarica di adrenalina per i biancoverdi, non tanto per l’apporto numerico del giocatore che almeno inizialmente fu abbastanza modesto, quanto per la consapevolezza che la squadra in maglia verde poteva progressivamente ringiovanire un roster vecchio nell'ossatura (oltre a Cousy, anche Bill Sharman, Frank Ramsey e Jim Loscutoff stavano spendendo le ultime cartucce di una gloriosa carriera) con uomini che a lungo termine avrebbero potuto garantire un livello di gioco se non superiore almeno simile.

Alla sua prima stagone in maglia celtica, partendo dalla panchina, John mise a segno 14.3 punti a partita. Finì nel quintetto rookie, si distinse per una difesa tenace ma a parte questo il suo primo anno non fu memorabile. Cousy lo definì "un non tiratore, che probabilmente presto si sarebbe bruciato".

Ma probabilmente Cousy non aveva fatto i conti con la voglia di imporsi del ragazzo da Ohio State. John passò l'intera estate a migliorare il tiro ed il suo ball-handing. Lavorò tanto e lavorò duro. Come sua abitudine, del resto. Per lui un grande successo non sarebbe stato tale se non fosse inevitabilmente passato attraverso il lavoro, il sudore ed il sacrificio.

La stagione successiva John guidò la squadra per punti con 19.9 a gara, guadagnandosi la fiducia dei compagni e di Red Auerbach che lo promosse a sesto uomo al posto dell'anziano Frank Ramsey, colui che aveva inaugurato il ruolo nella storia della lega, colui che anni dopo, nelle vesti di coach, porterà i Trail-Blazers di Bill Walton a vincere l'unico anello della loro storia.
Senza più Cousy, ma con un Havlicek al secondo anno, i Celtics vinsero 59 partite e poi nuovamente il titolo. John finì nel secondo quintetto della lega.

Poi arrivò la stagione 1964-65. Hondo rubò quella palla che per Boston volle dire nuovamente anello, il settimo consecutivo per i Celtics. E la sua carriera cambiò.
John partì dalla panchina anche nelle successive quattro stagioni, quelle che chiusero per sempre la magica epopea di Russell in maglia celtica. Ma l'essere un sesto uomo non gli impedì di risultare in ogni singola stagione il giocatore, dopo Bill, con il minutaggio più alto della squadra.

Il suo ingresso in campo era un'arma devastante per Boston. Cambiava i valori sul parquet. Havlicek entrava e i Celtics magicamente allungavano. Lo stesso giocatore in seguito commenterà:
"Non mi ha mai infastidito non partire nello starting five. Il ruolo che ricoprivo era fondamentale. Una volta Auerbach mi disse che non era importante chi iniziava la gara, ma chi la finiva. Ed io una volta entrato non uscivo più".

Il non tiratore era frattanto diventato un ottimo realizzatore anche dalla distanza, capace in ogni singolo anno in cui partì da sesto uomo di segnare fra i 18 e i 21 punti a partita.
Le notevoli capacità realizzative di Havlicek erano agevolate dai suoi notevoli mezzi fisici. Più veloce della ali, più grosso delle guardie, oscillava fra due ruoli, rendendo difficile la marcatura degli avversari.

"Havlicek è uno di quei rari giocatori che obbliga i marcatori a modificare i loro normali metodi difensivi, pur di contenerlo. E' un 6-5 per 205 libbre, è incredibilmente veloce per uno della sua taglia, ha una forza spaventosa ed un'agilità da piccolo. E' arduo riuscire a contenerlo" scrisse di lui Sport Illustrated nel 1966.

Ma ciò che più di ogni altra cosa contraddistingueva il gioco del 17 biancoverde era la capacità di non fermarsi mai in partita, il suo moto perpetuo. Attacco, difesa, nuovamente attacco e poi di nuovo di corsa in difesa, solitamente sull'avversario più difficile: è stato stimato che percorreva dalle 3 alle 5 miglia in ogni singola partita.

Col tempo John divenne anche il giocatore dall'affidabilissimo ultimo tiro. Colui cui aggrapparsi in attacco quando la partita diventava calda. Il famoso Havlicek Time come era stato ribattezzato da Red Auerbach.

In gara 7 delle finali di Conference del 1968 contro i Sixers campioni in carica, John realizzò una delle sue migliori prestazioni segnando 40 punti e consegnando la finale a Boston.
L'anno dopo furono introdotti per la prima volta nella lega i quintetti difensivi. Havlicek non ne sarebbe mai uscito per i successivi otto anni. In quella stagione fu il vero trascinatore dei Celtics. K.C. Jones si era appena ritirato. Sam Jones aveva 36 anni. Bill Russell 35. Satch Sanders 30. Boston era una squadra vecchia e appagata da 10 titoli in 12 anni.

I Celtics finirono quarti in Regular Season, ma raggiunsero comunque la finale. Gli avversari erano i terribili Lakers di Chamberlain, West e Baylor (Quei palloncini al Forum di L.A.)

In gara 1 John siglò 39 punti, rispondendo ai 53 di West. In gara 2 ne mise 43. In gara 7 si caricò per larghi tratti di partita sulle sue spalle l'intero attacco di una Boston provata dalle fatiche di una stagione interminabile. Con John a sostenere il peso offensivo della squadra e Russell quello difensivo, Boston riuscì a vincere l'undicesimo anello in tredici anni.

La dinastia celtica finiva quel giorno. Russell e Jones si ritiravano. L'ex Tom Heinson divenne il nuovo coach della squadra. Havlicek fece il suo esordio in quintetto. Era il nuovo faro, il leader indiscusso dei nuovi e giovanissimi Celtics. In stagione segnò 24.2 punti, prese 7.8 rimbalzi, smazzò 6.8 assist, primo in tutte e tre le categorie per i celtici. Ottavo nella lega per punti, settimo per assist.
Ma per la prima volta dopo 20 anni, la squadra mancò l'accesso ai PO.

L'anno seguente fu numericamente il migliore della sua carriera: 28.9 punti, 9 rimbalzi, 7.5 assist a partita. E nonostante avesse passato le 30 primavere continuava a guidare la lega per minuti giocati.
Fu durante questi anni che la grandezza di Havlicek, fino ad allora talvolta sottovalutata o comunque ridimensionata dall'ingombrante presenza di un personaggio come Bill Russell, emerse in modo netto, inequivocabile, assoluto.

Nella stagione 1972-73, da leader di una squadra che comprendeva giovani come Dave Cowens, Don Cheaney, Jo Jo White, e veterani come Paul Silas e Don Nelson, condusse i Celtics ad uno strabiliante record di 68 vittorie e 14 sconfitte. Giocò superbamente per tutta la Regular Season, ovviamente su entrambi i lati del campo (per lui ormai quello con il primo quintetto difensivo della lega era diventato un appuntamento fisso) e nei playoffs sembrò addirittura migliorare. In gara 1 della semifinale della Eastern Conference contro gli Hawks segnò 54 punti, realizzando 24 canestri, cifra quest'ultima che tuttora è record NBA per una partita di playoffs.

La fortuna però gli voltò le spalle al turno successivo. Durante gara 3 della finale di conference contro i Knciks si infortunò alla spalla. Saltò gara 4 in cui i tifosi di New York lo omaggiarono con un lunghissimo e rispettoso applauso. Tornò per gara 5 con i Celtics sotto per 3-1, nonostante il parere contrario dei medici. Realizzò 18 punti e portò i suoi alla vittoria. Ma lo sforzo di quella prestazione si fece sentire nelle due partite successive. I Knicks si imposero in sette gare e andarono a vincere il titolo.

Bill Bradley dopo quella serie ebbe modo di dire "Difendere su John Havlicek è stata l'esperienza più dura che abbia mai fatto durante la mia carriera. Ogni suo movimento ha uno scopo e un'utilità, non è mai fine a sé stesso".

Ma l'appuntamento con un nuovo, ennesimo anello era rimandato di ua sola stagione.
Nel 1974, cinque anni dopo l'addio di Bill il grande, i Celtics ritornavano sul tetto del mondo grazie a John. La finale, la prima di sempre di Boston senza Russell sotto i tabelloni, fu contro i Milwaukee Bucks di Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson.

Avanti per 3-2 nella serie i Celtics giocarono una gara 6 casalinga che passerà alla storia. Una partita epocale che si prolungò per due overtime. Nel secondo supplementare con Dave Cowens fuori per falli, Havlicek prese in mano squadra e partita. Realizzò 9 degli 11 punti complessivi dei Celtics, score che è ancora oggi record per una partita di finale. Il suo ultimo canestro, sopra il braccio disteso di Jabbar, 25 cm più alto, portò i Celtics avanti per 101 a 100.

Ma lo stesso Jabbar nel possesso successivo con un gancio dall'angolo spedì la serie a gara 7, a Milwaukee.

Nella decisiva settima partita John siglò solo 16 punti ma si dedicò anima e corpo alla difesa. Fu anche grazie al suo aiuto che Robertson chiuse quella gara con 2 su 13 al tiro e i Celtics vinsero facilmente gara, serie e titolo.

Havlicek fu l'MVP della serie. Visibilmente emozionato al momento della premiazione esclamò "This is the greatest one". Era il suo settimo titolo.

La stagione successiva John continuò a correre senza mai fermarsi. Aveva ormai 35 anni e non concepiva di risparmiarsi neanche in Regular Season.
Il New York Times riporta la storica esclamazione di Bill Russell dopo averlo visto in una partita di stagione regolare contro i Knicks, correre, attaccare, difendere, inseguire le palle vaganti, tuffarsi, lottare in ogni zona del campo su tutti i palloni, come se da ogni singolo possesso potesse dipendere la vittoria o la sconfitta di una vita: "Quell'uomo è matto. Un giorno si alzerà e scoprirà di non poter più fare queste cose".

Ma Havlicek aveva un fisico di acciaio. Nel 1976 portò i Celtics nuovamente sul tetto del mondo. Fu la stagione della Greatest Game Ever. La storica gara 5 di finale contro i Phoenix Suns, in cui il trentaseienne John che aveva problemi ad un piede doveva restare in campo solo una ventina di minuti e finì per giocarne 58. Ovviamente portò i suoi a vincere quella gara (La Maratona di Boston):
"Arrivai alla partita in anticipo. L'infortunio al piede non mi permetteva di allenarmi ed ero quasi completamente fuori forma. Andai al Garden molto presto per lavorare sul tiro. Almeno quello volevo recuperarlo. Pensavo di giocare una ventina di minuti. Finii per restare in campo per 58".

I Celtics si imposero sui Suns in sei gare. Era l'ottavo anello della sua impareggiabile carriera. L'ultimo.

Nella stagione 1977-78 Havlicek disputò tutte le 82 partite di Regular Season. Aveva 38 anni e giocò oltre 34 minuti per gara. Realizzò 16.1 punti, catturò 4 rimablzi e smazzò altrettanti assist a partita. Si apprestava a dire addio al basket giocato dopo 16 anni ininterrotti ad inseguire una sfera arancione senza mai fermarsi. Dovunque i Celtics andassero a giocare, per John erano sempre e solo grandi tributi ed interminabili applausi.

Jerry West dirà di lui: "John è l'ambasciatore del nostro sport nel mondo. Ha dato sempre il massimo in ogni singola gara, ogni singola sera. In campo non si è mai risparmiato. Fuori dal campo ha avuto sempre tempo per tutti, la squadra, i tifosi, i media".

Dave Cowens aggiungerà: "Tutte le squadre NBA dovrebbero ritirare il suo numero. Prendere il 17 e lasciarlo appeso, in alto, fra le luci".

Ma il più grande complimento arrivò durante l'intervallo della sua ultima partita nella lega, nella quale, inutile dirlo, mise a referto 29 punti: "Lui incarna il bene. Se avessi un figlio com John, sarei l'uomo più felice del mondo".
Parole di Arnold Jacob "Red" Auerbach.John Hondo Havlicek

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