La stagione degli Heat
Si è conclusa mercoledì notte la regular season NBA più chiaccherata e affascinante degli ultimi anni.Si perchè dal quel fatidico 9 luglio scorso, con la famigerata “The Decision”, si è aperto un nuovo capitolo della storia della lega, e la curiosità per la stagione dei Miami Heat è salita alle stelle.
Tre Big di prima grandezza, nel pieno della loro maturità cestistica, che uniscono le loro forze per un obbiettivo che alla fine premierà soltanto 1 delle 30 squadre NBA.
Wade a parte, non ci erano riusciti e probabilmente non ci sarebbero riusciti da soli per molto tempo, da qui la decisione, complice l’estate propizia di uno dei mercati dei free agent più succosi dal 1996, quando Shaq cambiò sponda dell’oceano.
La stagione degli Heat inizia da quel giorno, in netto anticipo rispetto a tutte le altre per l’ondata mediatica che come uno tsnunami – parola infelice di questi tempi, ma che esprime la potenza scatenata dalle parole di LeBron James in diretta nazionale – ha travolta le spiaggie di South Beach.
Poi ufficialmente l’avventura è iniziata a inizio ottobre, nella base militare a Fort Walton Beach, una località scelta da hoc da Pat Riley per iniziare a gettare le basi di quel cameratismo, fondamentale per far crescere un gruppo nuovo ed eterogeneo, senza distrazioni, con il solo obbiettivo di concentrarsi e focalizzare la propria attenzione sul campo.
Pronti via, e il primo mese di regular season è ampiamente sotto le aspettative, 9-8 il record dopo le prime 17 partite, l’infortunio che ha tolto di mezzo Udonis Haslem, ed alcuni tonfi piuttosto pesanti nel season opener contro Boston con l’apice della sconfitta subita contro Dallas, il punto di svolta della stagione, secondo le parole di Erick Spoelstra.
Sopravvivere al mese di novembre è stato il momento più importanter per il gruppo.I Big Three faticano a giocare assieme, coach Spoelstra era inviso a James e Bosh rischiando il posto, la panchina era inesistente, la confusione ed il caos regnavano sovrani, i media rigiravano il coltello nella piaga.
La pressione era estrema, eravamo 9-8, non stavano avendo il successo che volevamo, e ognuno ha realizzato tra se e se “Ok, questo è il mondo in cui andremo a vivere, ora abbiamo chiaro i pro e i contro della situazione, in particolare le avversità con cui dovremo convivere” e ciò ci ha reso più forti dentro.
Da lì in poi 21 vittorie nelle successive 22 gare, una serie incredibile in cui tuttavia Miami non ha espresso il suo miglior gioco dal punto di vista tecnico.
Un gioco frutto del talento dei suoi interpreti maggiori, della serenità ritrovata, con i soliti evidenti limiti strutturali, nascosti dall’esuberanza in campo aperto di James e Wade.
La coperta è inevitabilmente tornata ad essere corta a inizio di gennaio, con 5 sconfitte in 6 partite che ha aperto la 3° fase della stagione degli Heat, quella “delle montagne russe” in termini di continuità di rendimento e di vittorie.
Miami cresce dal punto di vista tecnico, recupera progressivamente Mike Miller e cambia svariate volte rotazioni alla ricerca di un equilbirio che appare sempre precario, perchè la squadra vive del talento dei singoli e non ha ancora trovato la sua identità.
Rispetto al periodo della 21 vittorie in 22 partite la difesa perde di efficacia, l’attacco non trae beneficio dai palloni recuperati nella metà campo difensiva, Miami non ha idee che non siano palla a James o Wade e Bosh viene accantonato in un angolo.
Ma la grande colpa degli Heat in questo periodo di transizione e di scarso smalto fisico è quella di non riuscire a vincere contro le contender e/o squadre dal record superiore al 50%.
Si registrano infatti vittorie contro Pistons, Cavaliers, Wizards, Wolves, Bobcats, Raptors, Kings e sistematiche sconfitte contro Boston, Chicago, New York, Orlando, San Antonio.
Fermiamoci qui un attimo, perchè il periodo è tornato ad essere nero, forse anche più critico di quello passato a inizio di novembre.
Miami non gioca male, ma gioca senza anima, conduce a gonfie vele ogni primo tempo – esclusa la disfatta di San Antonio – salvo farsi recuperare divari importanti nella ripresa, ed arrivare ai minuti finali senza idee e soprattutto senza inerzia.
Non riesce più a vincere e soprattutto non convince nessuno fino ad arrivare al “Crying Game” contro i Bulls, a domicilio.
I fatti sono noti a tutti, dopo l’ennesima bruciante sconfitta, Spo esce dallo spogliatoio e in conferenza stampa dice di aver lasciato alcuni ragazzi che stavano piangendo in un momento di sconforto.
La mossa viene etichettata da tutti come il più classico degli autogol e i media chiedono a gran voce la testa del coach.
Ma Pat Riley professa calma e rinnova la fiducia al suo delfino, che paradossalmente dopo quella dichiarazione assume più potere e controllo verso i suoi giocatori, in particolare verso i suoi Big.
Il primo input dato da Spoelstra per superare la crisi è stato coinvolgere maggiormente uno sfiduciato Chris Bosh nei set offensivi degli Heat da terminale non solo da gregario con il tiro piazzato dai gomiti alti.
Il secondo e anche più importante input è stato quello di ristrutturare il sistema difensivo con l’inserimento di Erick Dampier in quintetto, e una ripartizione dei compiti studiata per esaltare le doti fisiche di Wade e James non in anticipo, ma in single coverage.
Il risultato sono state 8 vittorie in 9 partite inclusi i tronfi contro i Lakers e la vendetta contro gli Spurs a distanza di 10 giorni dal -30 che aveva preparato il terreno al Crying Game.
La chiave di questa striscia nemmeno a dirlo, il miglior basket dell’anno giocato da Chris Bosh e una determinazione difensiva non più frutto dell’istinto e dell’esuberanza, ma frutto di lavoro di squadra, testa, gambe e cuore.
In queste 9 partite Miami non ha mai subito più di 100 punti concedendo agli avversari le % dal campo più basse della stagione.
Uscendo da questa ulteriore fase della stagione gli Heat avevano finalmente trovato la loro identità, pronti per il rush finale di stagione che avrebbe messo in palio il 2° posto ad est alle spalle dei Bulls.
Seed ipotecato lo scorso 10 aprile con la convincente vittoria contro i Celtics, la prima dopo 3 sconfitte consecutive in stagione regolare.
Sabato notte iniziano i Play-off contro i Sixers, e Miami si presenta la momento decisivo della stagione nel miglior periodo forma possibile, con il carattere forgiato dalle sconfitte, con una maturità tecnica impressionante considerato i problemi di inserimenti e implementazione di un sistema di gioco incentrato sui tre stelle.
Il livello di confidenza è ai massimo storici, lungi da me considerare gli Heat come una schiacciasassi o una squadra affermata, ma la solidità raggiunta in questi mesi, a livello mentale e a livello tecnico fa sperare in una bella corsa in questi difficili Play-off.

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