Alle spalle Phil ha 12 stagioni da giocatore NBA e due titoli, anche se il titolo dei Knicks del 1970 lo vive dagli spalti. Un giocatore duro, tanto da guidare una volta la Lega per numero di falli commessi.
Jackson arriva ai Bulls perché è uno dei pupilli di Jerry Krause, che l’aveva adocchiato già quando era in calzoncini e canotta.
Jackson si presentava come l’erede del suo allenatore ai Knicks, il grande Red Holzman, assieme a Tex Winter uno degli allenatori dall’approccio più team-oriented di tutta la storia del Basket americano.
In lui avevo visto molto Tony LaRussa (un baseball manager, ndr). Capiva le persone, era brillante. Una mente che indagava.
Quando Collins fu mandato via, Jackson sapeva perfettamente perchè sarebbe toccato a lui eriditarne l’incarico, cercando di portare Jordan al successo. Collins sapeva far giocare i suoi con intensità ed emozione, ma ciò che serviva più in là erano poise and control. Equilibrio e controllo.
Si è citato Tex Winter non a caso, perchè la svolta alla carriera di Jackson, di Jordan e alla storia dei Bulls, avverrà quando Phil deciderà di applicare la Triple Post Offense alla sua squadra. La TPO, la filosofia di Winter fatta sistema di gioco, l’evoluzione massima dello sharing the ball. Ancora, anche sulle lavagnette, equiibrio e controllo.
Coach Zen è ormai riconosciuto come maestro assoluto dei mind games, che gli consentivano di avere la squadra sotto controllo dal punto di vista psicologico, ancor prima che da quello tattico.
Il primo giochetto lo fece proprio con Jordan, per nulla convinto del nuovo sistema di gioco, che troppo gli toglieva la palla dalle mani. Il compromesso consisteva nell’usare la TPO per tre quarti, ma qualora non avesse portato i risultati sperati, MJ aveva facoltà di mettersi in proprio nell’ultima, decisiva, frazione.
Sei titoli, due threepeat e il record All Time di vittorie in una singola Regular Season, con quella storica cavalcata da 72-10.
Dopo la finale del 1998, prese la sua moto e lasciò il Berto Center, il centro di allenamento dei Bulls.
E’ stato un grande percorso. Mi sento bene riguardo il partire. E’ il momento, il momento di andarmene.Firmerà con i Los Angeles Lakers, con l’intento di riportare allo splendore una Franchigia che non vinceva più dai tempi dello Showtime. E ad Hollywood, dove tutto è ingigantito e amplificato, è passato decisamente troppo tempo.
Ad affiancarlo a Los Angeles non poteva certo mancare Tex Winter, e con loro due approdò ad L.A. anche la TPO che tanto grandi aveva reso i Chicago Bulls.
Dopo Jordan e Pippen, porta al successo Shaq e Kobe, demolendo le speranze dei Blazers, spazzando via la Priceton dei Nets, calpestando i sogni di Allen Iverson e affossando i rivali Kings, che mai si riprenderanno da quella leggendaria Gara 7. Dalla città del Vento alla città degli Angeli la melodia non cambia, altro threepeat, e ormai parlare di Hall of Fame per Phil Jackson appare quasi riduttivo, siamo alla Leggenda Vivente.
Ma qualcosa si scheggia in quella macchina perfetta, inziano i dissapori tra Bryant e Shaq, con Jackson che tenderà a schierarsi dalla parte del Big Aristotele, mal sopportando le tendenze soliste che ogni tanto vengono fuori dall’allora numero 8 dei Lakers.
Jackson arriverà addirittura a chiedere che Bryant sia messo sul mercato, richiesta rifiutata dalla dirigenza Gialloviola. Il Poker sfumerà in una serie contro i San Antonio Spurs, che sarà l’epilogo della disfatta dell’anno dopo, in finale contro i Detroit Pistons. Nemmeno lo Zen Master riuscirà a dare a Karl Malone quel tanto sognato anello.

Montana re-calls...
La squadra è mediocre, e nemmeno la TPO può fare miracoli, quindi di titoli non se ne parla questa volta, bisogna accontentarsi di qualche apparizione ai Playoff e di tante batoste, di cui la più drammatica avvenuta contro i Suns di Steve Nash, che rimontarono i Lakers che si erano portati sul 3-1.
Il vento torna a soffiare nelle vele dei Lakers quando mandano in porto una trade che molto farà discutere, con la quale si assicureranno Pau Gasol, giocatore dalle grandissime qualità e perfetto per giocare nella TPO.
I risultati non tarderanno ad arrivare e i Lakers agguantano immediatamente le Finals, che perderanno malamente contro i Boston Celtics di Garnett, Pierce e Ray Allen.
Tutto era finito con una sconfitta alle Finals e tutto riparte con una sconfitta alle Finals. Nei successivi due anni i Lakers partono come favoriti e rispettano le aspettative, diventando Back to Back Champions in una leggendaria Gara 7 contro i rivali Boston Celtics. Con tanto di doppio MVP delle Finals consegnato a Kobe, che tanto a lungo aveva sofferto per l’etichetta di vice-Shaq.
Tutto sembra apparecchiato per l’ennesimo Threepeat, quello che chiuderebbe nel modo perfetto una carriera ai limiti della perfezione. E invece no, qualcosa succede, qualcosa si rompe.
Jackson non vincerà questo anello, probabilmente non ne vincerà più. Non esce di scena con l’ennesima parata, ma non esce di scena nemmeno perdendo una grande serie.
I Lakers vengono massacrati senza appello dai Dallas Mavericks, regalando al loro coach il primo e presumibilmente ultimo Sweep della sua carriera. La squadra gli è totalmente scappata di mano a questo giro, ne sono la prova le liti con Odom, le tensioni tra Gasol e Bryant, la mancanza di intensità di tutto l’organico. Le rotazioni in difesa non sono esistite, le due sconfitte contro gli Hornets al confronto sono sembrate partite dignitose, in campo sono scesi forse i peggiori Campioni in carica della Storia, seppelliti dai canestri di Nowitzki, Terry e di Peja Stojakovic.
This is the final game i’ll coach.Neppure servono traduzioni per questa citazione dalla sua ultima intervista da Head Coach.
E agli appassionati già manca quella figura imponente, quella voce penetrante e quel modo di parlare che ipnotizzava chiunque lo stesse ascoltando. E’ una stagione strana, che vede uscire di scena nel modo meno meritato prima Jerry Sloan e poi l’uomo che gli strappò di mano due titoli.
Forse non sapremo mai cosa è realmente successo tra quelle mura, forse ci sarà un “The Last Season 2.0″ che ci svelerà qualcosa.
Una cosa è certa, quest’anno, come nel 2004, la squadra ha smarrito la retta via, ed è successo proprio nel momento peggiore.
Si godrà il Montana Coach Zen.
Qui, ad un Oceano di distanza, già ci manca.http://www.playitusa.com/nba/2011/05/7451/sipario-applausi/

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