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sabato 27 febbraio 2010

Magic vs Bird 2 part

Magic vs Bird 2 part

Magic Vs Bird Part One

Magic Vs Bird Part One

Stockton & Malone,scritto da Goat

Ok, lo ammetto. Ho barato.
Dovevano essere venticinque ed invece ne sono ventisei.
Imperdonabile.

Ma ho due valide giustificazioni a mia discolpa.
Almeno credo.
La prima è che avrei dovuto escludere una delle precedenti superstar per far posto al duo di Utah e non sapevo proprio chi togliere. Certo non Bob Pettit che ha avuto l'ingrato compito di inaugurare questa nostra classifica.

La seconda è che ho provato a giudicare separatamente le carriere dei due immortali da Salt Lake City. Lo giuro.
Ma mi sono trovato di fronte ad uno spesso muro di cemento armato. Senza che avessi la minima possibilità di abbatterlo o di aggirarlo.

Come avrei potuto, io misero mortale, sperare di valutare singolarmente le carriere di John Stockton e Karl Malone?
Come pensare di essere in grado di capire là dove finivano i meriti di uno e iniziavano quelli dell'altro e quindi classificarli in maniera corretta, se fior di esperti si sono arresi di fronte a questo improbo compito?

Stockton è stato John Stockton, ha smazzato più assist di tutti nella storia del gioco grazie a Malone che tramutava ogni suo passaggio in un canestro, oppure Malone è stato Karl Malone, ha segnato quasi trentasettemila punti in carriera (secondo realizzatore di sempre) grazie a Stockton, i cui passaggi erano manna dal cielo per chiunque?

Probabile che la verità stia nel mezzo ma, alla fine della fiera, quanto ha influito l'uno sulla carriera dell'altro?
E come sarebbero evolute le storie cestistiche di John e Karl se i loro destini non si fossero incrociati nell'estate del 1985?
Ci sono domande cui passano i mesi e gli anni e la vita non risponde.

Lo stesso Malone, che pure immaginiamo qualcosa in più di noi ne sappia sull'argomento, si è limitato ad affermare:
"Non puoi avere l'uovo senza la gallina. E non puoi avere la gallina senza uovo. Bene io non so. John è l'uovo o la gallina? E io chi sarei? Nessuno lo può dire ed è per questo che non si può valutare appieno quanto uno di noi valga per l'altro!"

Con i suoi passaggi perfetti Stockton ha dato al collega molte opportunità. D'altro canto senza i blocchi durissimi di Malone e il suo costante pericolo in area, John non avrebbe potuto sviluppare appieno la sua pericolosità nel tiro dalla lunga. Né battere tutti i record della lega alla voce assistenze.

Immagini nitide riaffiorano alla mente. Di un passato neanche troppo lontano.
Malone che blocca per Stockton. Poi scivola via. E, a seconda del comportamento del difensore, la palla che arriva dal play all'ala per il tiro immediato o rimane fra le mani esperte di John, liberato dal blocco del collega, per la tripla. Spesso decisiva.

E' il celeberrimo pick and roll. Uno schema semplice ma cui nessuno ha mai saputo porre rimedio. Un'arma devastante che con il duo di Utah ha raggiunto la perfezione assoluta.

Stockton to Malone, quindi. Inscindibili, nei secoli dei secoli. Anche in questa classifica.
Una delle combo più forti nella storia di questo sport. Un'unica entità.
Uno splendido, sontuoso, devastante animale a due teste, ma... con i suoi lati oscuri. I suoi punti deboli.
Inutile negarlo.


Karl Malone alla fine degli anni '90 era considerato la migliore Power Forward di sempre.
John Stockton è tuttora considerato il miglior playmaker puro di sempre.
Nessuno fra gli immortali del ruolo, né Magic o Robertson, né Thomas o Frazier, giocatori probabilmente nel complesso superiori al numero 12 da Gonzaga, è stato tanto bravo a far girare la propria squadra quanto lo è stato John.

Eppure il miglior play e la migliore ala, messi per quasi venti anni nella stessa squadra, non sono mai riusciti a vincere un titolo. Mai.
Sonore sconfitte nei Playoffs. Tre in finale di Conference, due in finale NBA.
Perché?

Sarebbe troppo banale, oltre che ingiusto, imputare tutto ad una squadra non sempre all'altezza. Certo, potrebbe essere una spiegazione, almeno all'inizio. Ma non è tutto qui.
Perché, Jordan insegna, arriva il momento in cui il grandissimo leader non ha l'appoggio della squadra. E allora deve caricarsela sulle spalle e condurla per mano alla vittoria.

D'altro canto sarebbe anche un errore spiegare il tutto con la presenza di Jordan. Certo, Michael ha falsato un po' i valori, ha relegato al ruolo di perdenti giocatori che invece avrebbero meritato ben altra fortuna.
Ma Jordan è stato due anni a giocare a baseball, si è ritirato nel '98. Eppure i due di Utah hanno trovato altri avversari di fronte a loro, che ne hanno comunque ostacolato il cammino verso la gloria imperitura.

Il maggior imputato è ovviamente Karl Malone. Il bersaglio più grosso.
Il postino nel corso della sua carriera si è reso protagonista di alcune giocate cruciali che hanno significato sconfitta per i suoi Jazz.
In alcuni momenti decisivi il suo apporto è stato insoddisfacente, facendo storcere la bocca a tutti i suoi detrattori, coloro che spesso lo hanno definito un magnifico perdente.
Uno capace di fare il duro quando si trattava di mandare al tappeto il piccolo Isiah Thomas con una gomitata che gli procurava 35 punti di sutura o spedire a terra il morbido David Robinson, ma poi incapace di sovrastare l'esuberante Rodman, che pure gli rende diversi centimetri ma soprattutto parecchi chili.

Nella carriera del numero 32 pesano come macigni i due tiri liberi sbagliati nella decisiva gara 7 di finale di Conference contro Seattle nel 1996. Errori che hanno spalancato ai Sonics le porte della finale.

Pesano le due finali non giocate alla sua altezza. I due errori decisivi dalla lunetta in gara 1 nel '97. Errori che hanno consegnato la vittoria a Chicago.
Poi la palla rubata da Jordan in gara 6 nella finale del '98. La faccia di Malone che consegna le armi.
Sconfitto ancora una volta.

Dubbi sulla reale tenuta psicologica di Karl, quando la partita diventava incandescente, sono stati più volte avanzati.
Dubbi però che non possono farci dimenticare la reale grandezza dell'intramontabile combo. Per la loro carriera, i loro numeri. Per quanto hanno dato alle lega.
Perchè senza lo Stockton to Malone la NBA sarebbe stata un bel po' più povera.


La prima volta che John Houston Stockton e Karl Malone hanno incrociato i loro destini è stato nell'estate del 1985, allorché il postino veniva scelto con la tredicesima chiamata assoluta dagli Utah Jazz.

Karl era reduce da tre anni di parziale anonimato a Lousiana Tech, dove aveva viaggiato ad un dignitosa media di 18.7 punti e 9.3 rimbalzi a partita. Di lui al college si ricordavano fondamentalmente due tabelloni frantumati ed un bel servizio di Sport Illustated che ne aveva accresciuto la notorietà.

Al momento della scelta, un emozionantissimo Malone creò ilarità fra i giornalisti ritrovandosi a dichiarare: "Non vedo l'ora di giocare nella città di Utah".

A Salt Lake City Karl incontrò il secondo anno Stockton.
John, prodotto di Gonzaga, era stato scelto al draft dell'anno prima. Il famoso draft dell'84, quello di Olajuwon, Jordan, Barkley.
Era approdato nella NBA in punta di piedi, sconosciuto agli occhi dei più. Fisico normale, da impiegato. Un metro e ottantacinque centimetri, bianco, atteggiamento modesto, ragazzo schivo.

Aveva partecipato al precamp della selezione statunitense che si apprestava a vincere le Olimpiadi del 1984, sotto la guida di Bobby Knight.
Fu tagliato però dalla rosa finale insieme a Barkley e a Porter.

Si narra che al Madison, la notte del draft, lo storico radiocronista dei Jazz, Rod Hundley, fosse in collegamento telefonico col Salt Lake Palace, dove erano assiepati alcune centinaia di tifosi per seguire in diretta televisiva l'evento.
Alla chiamata del nome di Stockton, Hundley riferì al giocatore di sentir provenire un serie di "Booooh" che ne indicavano il poco gradimento.
Salvo poi immediatamente dopo correggersi: No, no! Dicono "Whooo?"
Stockton? Chiiii?

John al suo primo anno in NBA fu la riserva di Rickey Green.
18.2 minuti e 5.6 punti per gara, che gli valsero comunque il primo quintetto rookie.
Una stagione dignitosa per Utah che approdò ai Playoffs (in ognuna delle singole stagione di Stockton, i Jazz disputeranno la postseason).
Con non poca sorpresa Utah superò al primo turno Houston della prima scelta Hakeem Olajuwon. Perse la semifinale di Conference contro Denver.

La stagione successiva, la prima di Karl, un leggero passo indietro.
Stockton aumentò il minutaggio, passando a poco più di 20 minuti a partita (7.7 punti e 7.4 assist), Malone realizzò 14.9 punti e 8.9 rimbalzi (terzo nelle votazioni per il rookie of the year, premiazione dominata da Ewing). Malone si consolò col primo quintetto delle matricole.
Ma Utah si fermò al primo turno di PO contro i Mavericks.

I primi passi verso l'immortalità, l'inizio della leggenda, arrivarono dalla stagione 1986-87.
La seconda di Karl, la terza di John.
Stockton partì titolare, pur spartendosi il ruolo con Greer.
La dirigenza spedì il top scorer Adrian Dantley a Detroit e Malone assunse il ruolo di principale terminale offensivo della squadra, salendo a 21.7 punti a partita.
Da quella stagione Malone non sarebbe più sceso sotto i 25 punti a partita per 11 anni consecutivi.

L'anno dopo, gli Charlotte Hornets fecero il loro ingresso nella lega.
All'expansion draft Layden decise di non proteggere Greer, convinto com'era che Stockton potesse diventare il leader della squadra.
Greer finì a Charlotte. John ebbe tutto per lui il ruolo di playmaker dei Jazz.
E fu subito record.

Correva la Regular Season 1987-88. La magica stagione di Jordan, quella della doppietta dei Lakers e di Magic. E il numero 12 in maglia Jazz fu superbo.
Smazzò 13.8 assist a partita per un totale di 1128 in stagione, 5 in più dei 1123 di Isiah Thomas, registrati nel 1985 e, fino ad allora, record della lega.

Malone ne approfittò per segnare 27.7 punti a partita (quarto nella lega). Accompagnando il tutto con 12 rimbalzi (quinto).
Realizzò almeno trenta punti in ognuna delle ultime 8 partite di Regular, compreso un 41 contro Seattle.
Kar fece la sua comparsa al primo di 14 All Star Game consecutivi. Utah vinse 47 gare, all'epoca record di franchigia.
Stockton e Malone furono inclusi nel secondo quintetto NBA.

L'intera America sportiva cominciava ad accorgersi della straripante presenza di questi due giocatori. Così diversi fisicamente, così simili caratterialmente.

John era cresciuto rispetto agli esordi, ma la sua vera forza era data da qualcosa che difficilmente si poteva imparare con l'allenamento o con l'impegno continuo.
Il senso del passaggio, della posizione, del gioco. La consapevolezza del momento migliore in cui dare la palla. All'uomo giusto. Nel posto giusto.
La sua era una dote naturale. La dote di una mente geniale.

"Quando penso a Stockton mi viene in mente la parola intelligenza!" dichiarò Cotton Fitzsimmons, all'epoca coach dei Suns.

Ma l'omaggio più bello arrivava dal più grande di tutti nel suo ruolo.
Magic dirà:
"Nessuno sa distribuire la palla ed essere leader come lui. La sua preoccupazione principale in campo è mettersi al servizio dei compagni".

Dal canto suo Karl faceva della straordinaria potenza fisica e del suo atletismo dirompente, il principale punto di forza.

"Nel ruolo di Power Forward, difficile trovare uno più veloce di lui. Lo vedi correre dietro ad un avversario ed un attimo dopo lo vedi d’avanti. E quando esce in contropiede, per Stckton è elementare trovarlo con un passaggio telepatico" era solito sottolineare coach Sloan.

Ma limitare Malone alla sola potenza o velocità, non sarebbe giusto.
Il suo merito è stato migliorare giorno dopo giorno. Ha imparato progressivamente ad allontanarsi da canestro e salire in sospensione da tre, quattro metri, non permettendo più ai difensori di lasciargli troppo spazio, cosa che prima avveniva puntualmente, per evitare che mettesse palla a terra e andasse ad attaccare il canestro, con risultati prevedibili visti la sua stazza e la sua velocità.

Malone negli anni è diventato un giocatore completo, quasi perfetto. Il prototipo dell'ala forte moderna.
Ha migliorato la sue percentuale ai liberi, cosa fondamentale considerando che per cinque anni consecutivi, dall'88 al '93, è andato in lunetta più di tutti. Jordan compreso. Fino a diventare nella storia della NBA colui che ha tirato e realizzato più liberi.


Al primo turno dei Playoffs del 1988 i Jazz eliminarono i Trail-Blazers, poi il faccia a faccia contro i campioni in carica di Los Angeles.
Una serie che pareva scontata e invece si concluse solo alla settima partita.

In gara 5 John smazzò 24 assist sotto la sguardo attonito di Magic Johnson. Era record NBA per numero di assist in una partita di PO, record che precedentemente apparteneva proprio al 32 dei Lakers.
Nella settima gara fu Karl a salire in cattedra. Tenne a galla i suoi segnando 31 punti e tirando giù 15 rimbalzi.

L'esperienza dei Lakers alla fine prevalse. Ma Stockton e Malone furono superbi.
Los Angeles volò verso la vittoria dell'anello, ma nelle undici partite di Post Season, Malone chiuse con 29.7 punti e 11.1 rimbalzi di media. Stockton con 19.5 punti e 14.8 assist.
Stockton to Malone. Il verbo era ufficialmente nato.

Nella stagione successiva (1988-89), la prima di Sloan in panca, Utah migliorò ancora il suo record di franchigia arrivando a vincere 51 partite.
Malone fu MVP all'All Star Game (28 punti, 12 su 17 dal campo). Stockton si classificò secondo nella votazioni dopo una prestazione da 11 punti e 17 assist.

Durante la premiazione Malone tentò di rifarsi dalla gaffe di otto anni prima in sede di draft, e dichiarò entusiasta ai microfoni:
"Grazie a me adesso la gente sa dov’è lo Utah. E' a Salt Lake City".
Gli andò male anche stavolta. Poi non ci provò più. Per fortuna.

Karl segnò 29.1 punti a partita in stagione. Solo la presenza di Jordan gli privò del titolo di miglior realizzatore. Finì terzo nelle votazioni per l'MVP della lega e fu per la prima di undici volte consecutive primo quintetto NBA.
Stockton fu secondo quintetto NBA e secondo quintetto difensivo. Servì 13.6 assist a partita, accompagnati da 3.21 recuperi (leader NBA in entrambe le categorie).

I Jazz si ritrovarono per la prima volta ad affrontare una serie di Playoffs da superfavoriti.
E ci fu la prima sgradita sorpresa.
I Warriors eliminarono in tre gare Utah, nonostante Stockton (27 punti e 14 assist nella serie) e Malone (30.7 punti e 16.3 rimbalzi).
Il problema fondamentale era che i due di Utah si ritrovavano spesso a predicare basket nel deserto.

Nella stagone 1989-90, Stockton strabiliò il mondo smazzando 1134 assist, nuovo record della lega. Una media di 14.5 a partita. Malone ancora una volta fu secondo miglior realizzatore dietro Jordan con 31 punti a gara.
Ma ai Playoffs una nuova delusione. Di nuovo fuori al primo turno. Questa volta contro i Suns.

Fu allora che la dirigenza si rese conto che servivano mosse di mercato per non sprecare la splendida carriera del duo nel vano tentativo di un anello.
Quell'estate arrivò a Salt Lake City Jeff Malone, secondo terminale offensivo della squadra. Pian piano iniziarono una serie di mosse di mercato tese a migliorare il supporting cast dei Jazz e che nel giro di qualche anno porteranno nello Utah Jeff Hornacek, la terza punta di una luminosa stella.

Due anni dopo, nel 1992, arrivò la prima finale di Conference della storia per la squadra dello stato mormone.
Fu sconfitta contro i Trail Blazers ma la squadra e la dirigenza realizzarono che l'anello era davvero ad un passo.

L'All star game del 1993 si giocò a Salt Lake City. Malone segnò 28 punti e 10 rimbalzi. Stockton 9 punti e 15 assist.
Per la prima volta nella storia della partite delle stelle, l'MVP veniva vinto da due giocatori ex aequo. Ovviamente Stockton e Malone.

La stagione successiva, John divenne il terzo giocatore dopo Robertson e Magic a superare i 9000 assist (in seguito ci riusciranno anche Thomas e Jackson).
Per la prima volta entrava nel primo quintetto NBA.
Fu nuovamente finale di Conference. Ma fu una nuova sconfitta contro i Rockets che si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia.

Nel 1995 i Jazz chiusero addirittura con 60 vittorie.
Ma al primo turno di playoffs incontrarono nuovamente i Rockets che, qualificatisi ottavi ai playoffs, si apprestavano a riscrivere la storia della lega, andando a rivincere il titolo capovolgendo in ogni singola serie il fattore campo.

Una nuova delusione.
Ne seguirà un'altra l'anno dopo, quando in finale di Conference ci furono stavolta i Sonics.
Malone sbagliò i due liberi decisivi di gara 7. Stockton guardò l'amico fraterno sconsolato. Uno sguardo che valeva più di mille parole.

Dopo 12 anni in Nba, Stockton, ormai trentquattrenne, stava infrangendo qualsiasi record per quanto riguardava assist e recuperi.
Maolne di anni ne aveva trentatrè e stava collezionando una serie di secondi posti come miglior realizzatore della lega. Segnava catturava rimbalzi, lottava.
Entrambi avevano saltato fino ad allora solo 4 partite in carriera, donando tutto alla causa dei Jazz.
Ma mai un anello. Mai una finale. Mai una vittoria nel momento decisivo.

C'erano state tre finali di Conference. Tre sconfitte. Contro tre avversari diversi. Portand, Houston, Seattle.

Poi i due anni migliori. Le due finali.
Nel 1996-97, nuovo record di franchigia per i Jazz: 64 vittorie che valsero ai ragazzi della città sul Lago Salato per la prima volta il miglior record ad ovest.
Malone divenne il quinto giocatore nella storia a segnare oltre 25.000 punti e catturare 10.000 rimbalzi.
Portò a termine una stagione numericamente devastante.
Fu per la prima volta in carriera MVP della lega.
Un premio che in quel di Chicago digerirono poco, promettendo vendetta nell'ipotetica finale.
Stockton invece dopo 9 titoli di migliori assistman della Nba (anche qui record della lega), cedette il suo scettro a Marck Jackson.

Ma ormai contava poco. Utah non giocava più per i numeri. Ma solo ed esclusivamente per il titolo.
Nella strepitosa finale della Western Conferece che vedeva contrapposti ai Jazz i favolosi Rockets di Olajuwon, Barkley e Drexler, fu fondamentale Stockton. Decise la serie in gara 6 con una tripla oltre le braccia distese di Barkley.
Quando la sfera infuocò la retina fu finale.
Fu festa in tutto lo Utah.

Delle due finali consecutive disputate dai Jazz si è scritto e detto di tutto.
Un avversario troppo forte da battere. Un singolo giocatore che non conosceva la parola sconfitta. Un Jordan incommensurabile.
E per Utah furono due sconfitte, entrambe in sei gare.

Un Malone che giocò da Malone solo a tratti, limitato bene da Rodman.
Uno Stockton che giocò una splendida gara 4 nel '97, autore di uno dei più bei passaggi che si ricordino. Da canestro a canestro dopo rimbalzo difensivo, per le braccia tese di Karl che andava a depositare a canestro.

Ma questi sprazzi di gran classe non bastarono. Né quell'anno, né il successivo.

Eppure nel '98 sembrava la volta buona.
Chicago sembrava stanca. Divorata dalle diatribe interne. Krause che aveva promesso di smantellare la squadra per la ricostruzione. Jordan che premeva perché si andasse avanti ancora per un anno. Ancora con Jackson in panca, con Pippen e Rodman come suoi scudieri.

I Jazz avevano chiuso la stagione col miglior record della lega. Avevano demolito ogni sorta di concorrenza ad ovest. Avevano distrutto i Lakers di O'Neal e Bryant nella finale della Western con un sonoro 4 a 0.
Avevano il fattore campo a favore nella finale ed erano partiti con una bella vittoria in gara 1 guidati da un eccellente Stockton.
Poi la fine del sogno.

La decisiva gara 6 fu giocata al Delta Center, l'arena più chiassosa d'America, con Pippen rotto e Harper febbricitante.
Ma Malone perse quella maledetta palla. La decisiva.
E Jordan andò a depositare il canestro della vittoria.

I Jazz non tornarono più in finale.
L'anno successivo, senza Jordan a calcare i parquet, erano considerati i super favoriti. Malone vinse il secondo titolo di MVP di stagione. Era la stagione del Lock Out.

Fallirono però la postseason, sconfitti al secondo turno di playoffs dai Trail Blazers.
Ed il nuovo profeta nel ruolo di Power Forward, Tim Duncan, andò a vincere il suo primo titolo imponendosi in finale contro i sorprendenti Knicks.

Stockton e Malone giocarono altri 4 anni a Salt Lake City.
Incrementarono i loro record, ma non giocarono mai più per il titolo.
Stckton arrivò a 15.806 assist in carriera. Malone superò Jordan e Chamberlain come miglior realizzatore di sempre, ponendosi alle spalle di Jabbar.

Poi l'ultimo anno assieme.
La sera del 30 aprile 2003, gara 5 del primo turno di Playoffs contro i Sacramento Kings, vide l'ultima partita in carriera di Stockton. Una sonora sconfitta per 101 a 78.
La leggenda era giunta al suo epilogo.
Stockton abbandonò il fastoso mondo della NBA così come vi era entrato. In punta di piedi.

Di lui vogliamo ricordare le parole che disse il santone di UCLA, il mitico John Wooden che un giorno si ritrovò ad affermare:
"L'unico giocatore che amo vedere su un campo di gioco è John Stockton. L'unico per cui pagherei il biglietto"

Un'altra leggenda del basket a stelle strisce, Jack Ramsay, l'ha definito The ultimate team player.


Mentre John appendeva le scarpe al chiodo, Malone abbandonava le montagne dello Utah per il mare della California.
Era divorato dalla voglia di vincere un anello. E Los Angeles (sponda Lakers ovviamente) era il posto migliore per ingioiellarsi le dita.
Andò a fare il terzo violino in un Dream Team che comprendeva O'Neal, Bryant e Payton.

Ma non fu una stagione facile. Dapprima gli infortuni lo tennero lontano dai campi di gioco per 40 partite.

Ai playoffs duellò alla pari con Tim Duncan. I Lakers approdarono da super favoriti alla finale contro i Detroit Pistons.
Fu una tremenda batosta. I gialloviola persero in cinque gare, senza mai dare l'impressione di poter contrastare la supremazia degli avversari.

Gara 5 fu l'ultima partita in carriera di Malone.
Al termine di quella serie disse basta.
E l'anello rimase per sempre una chimera. Karl Malone
John Stockton

Moses Malone

Quando il 12 Gennaio del 1995 fu messo in Injured List dai San Antonio Spurs per non fare mai più ritorno sul terreno di gioco, Moses Eugene Malone era unanimamente considerato il quarto miglior centro di tutti i tempi dopo l'ineguagliato trio delle meraviglie, Russell, Chamberlain, Jabbar.

Al suo attivo aveva una ventennale carriera fra i professionisti. Un titolo NBA, un MVP delle finali, tre MVP di Regular Season, quattro primi quintetti, altrettanti secondi quintetti, dodici presenze alla partite delle stelle e svariati record.

Ancora oggi, dodici anni dopo, a guardare i numeri di Moses Malone ci sarebbe da togliersi il cappello.
E' tuttora fra i primi dieci di sempre in ben sei categorie: secondo nei tiri liberi realizzati, terzo in quelli tentati, quinto per punti messi a segno e per rimbalzi catturati, ottavo nel numero di partite, decimo per minuti giocati.

Sono solo numeri, vero. Ma per quanto freddi e riduttivi possano apparire, risultano ampiamente indicativi del solco profondo che Moses Malone ha scavato nella storia della NBA.

Un solco difficilmente colmabile, tracciato da un giocatore magari non bello da vedere, non dalla tecnica sopraffina, ma in possesso di una forza fisica spaventosa, di una notevole tenacia caratteriale e di un velocità di piedi sorprendente.

Piedi da ballerino sotto un fisico da lottatore, si diceva di lui. Piedi che rendevano Moses dotato di un'agilità ed una velocità insospettabili.

Vederlo correre con la testa china, incastonata fra le spalle larghe e spesso curve, il collo taurino proteso in avanti, portava alla mente la nitida immagine di un bisonte lanciato alla carica.
Stessa forza, stessa velocità, stessa grazia.

Le sue mani erano piccolissime ma la sua ferocia a rimbalzo leggendaria.
Con i suoi due metri e zero otto pagava in termini di centimetri rispetto ai rivali dell'epoca, ma suppliva a questa carenza con un senso della posizione ed un tempismo perfetti che lo portavano ad avere una naturale propensione al rimbalzo, soprattutto offensivo, consacrandolo fra i migliori di sempre nella categoria.
Se consideriamo anche i due anni nell'ABA infatti, solo Chamberlain e Russell hanno preso più rimbalzi di lui nella storia della pallacanestro americana.

L'eccellente uso del piede perno poi, la maestria nel post basso, gli ottimi movimenti sotto canestro, lo rendevano difficilmente marcabile e quindi realizzatore di livello assoluto.

Da qui i sei titoli di miglior raccattapalloni della lega e le sedici stagioni consecutive in doppia cifra a rimbalzo. Da qui le undici stagione consecutive sopra i 20 punti di media.
E tutto questo in un'epoca in cui i suoi avversari si chiamavano Artis Gilmore e Kareem Abdul Jabbar, Bill Walton e Bob Lanier, Robert Parish e Bill Laimbeer e per finire Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing.


Moses Malone, per tutti semplicemente Big Mo, nacque a Petersburg, in Virginia, il 23 marzo del 1955.
Un'infanzia difficile, contrassegnata dall'estrema povertà e dalla totale assenza di una figura paterna, non aiutò il carattere del ragazzo, molto chiuso, lontano da qualsiasi forma di apertura verso l'esterno, verso chi non facesse parte della sua ristretta cerchia.

Moses conobbe la pallacanestro fra i playground della sua città, dove ben presto si fece un nome.
Il problema è che aveva serie difficoltà a trovare avversari al suo livello o comunque ragazzi disposti a rivaleggiare con lui. Pur di poter partecipare alle agguerrite sfide di strada arrivò ad accettare una regola che gli venne imposta da compagni ed avversari. Avrebbe potuto giocare solo se durante le partite non avesse mai superato la linea del tiro libero.

Poi arrivò l'età per iscriversi alla High School. E il nome di Moses Malone varcò i modesti confini di Petersburg.

Il suo impatto con la scuola locale fu devastante.
Condusse la sua squadra ad una serie di 50 vittorie consecutive e due titoli dello stato. La sua media in quei due anni parla di quasi 38 punti a partita.

Il dominio sui coetanei risultò così evidente che Moses fu il primo giocatore della storia a prendere in considerazione la possibilità di saltare il college.

Fu una scelta valutata attentamente dal giocatore. Sembrò sul punto di rinunciare quando firmò una lettera di intenti con Maryland, ma la situazione economica della famiglia continuava ad essere tragica. Ai limiti della sopravvivenza.
Così il ragazzo fece la scelta più ovvia. Una scelta clamorosa per l'epoca.

Il 17 aprile, uno storico 17 aprile per tutto il basket a stelle e strisce, gli Utah Stars dell'ABA lo chiamarono al terzo giro del draft del 1974.

Pochi giorni dopo Malone firmò con la sua nuova squadra un contratto da tre milioni di dollari. Era diventato improvvisamente ricco. Lui e la sua famiglia.

Moses aveva 19 anni e nessuno sapeva ancora quanto un giocatore così giovane, che non aveva giocato un singolo minuto al college, potesse dare alla causa del basket professionistico.

La risposta è nei numeri di quel primo anno.
Ottantatre partite, 18.8 punti e 14.6 rimbalzi di media. Convocazione all'All Star Game e infine primo quintetto Rookie.

Numeri maturati tra l'altro in un contesto difficile.
Moses, ragazzo nero cresciuto fra la miseria e la disperazione di Petersburg, non si ambientò mai a Salt Lake City, città bianca e mormone. E del resto la stessa Salt Lake non accettò mai pienamente il giovane centro dalle grandi potenzialità.

Un Disk Jockey locale lo soprannominò "Mumble" per via del suo carattere chiuso, ombroso, per le difficoltà a relazionarsi con la stampa, con i tifosi. Per le sue risposte a qualsiasi intervista che spesso erano più che altro mugugni o borbottii incomprensibili.

L'anno successivo Moses fu ceduto a St. Louis. Giocò appena venti partite con gli Spirits, poi un infortunio troncò bruscamente la sua stagione.
Era l'ultimo anno di vita dell'ABA.

Alla fine di quella stagione, la NBA assorbì le quattro più importanti franchigie della ormai disciolta lega (Nets, Spurs, Pacers e Nuggets) e i restanti giocatori, tramite un dispersal draft che avrebbe potuto rivoluzionare lo scenario della lega.

Il 5 agosto del 1976 al Madison Square Garden di New York, Moses Malone veniva scelto con la quinta chiamata assoluta dai Portland Trail-Blazers.

Meno di dieci anni dopo, tutte le grandi stelle provenienti dall'ABA e approdate in NBA avrebbero già appeso le loro scarpe al chiodo.

Malone invece avrebbe continuato la sua carriera, riuscendo ad attraversare da vincente i gloriosi anni '80 e persino a scollinare negli anni '90, rimanendo durante il dominio di Jordan ed i primissimi anni nella lega di Shaquille O'Neal, l'ultimo grande veterano proveniente dall'ormai storica, leggendaria American Basketball Association.

Frattanto i Trail-Blazers che quell'anno si apprestavano a vincere il primo (ed unico) titolo della loro storia, erano ottimamente coperti sotto canestro dal terzo anno Bill Walton, colui che si pensava avrebbe letteralmente riscritto il ruolo di centro.

Così Malone fu spedito a Buffalo in cambio di una prima scelta futura. La storia narra di un Walton stupito ed arrabbiato con la propria dirigenza per quella trade.
Moses disputò appena due partite con i Braves, poi fu nuovamente ceduto. A Houston.
E fu in Texas che iniziò a prendere corpo la straordinaria carriera di Malone.

Al suo primo anno in NBA fu terzo nella classifica dei rimbalzisti dopo Jabbar e Walton, ma stabilì il nuovo record nella lega per rimbalzi offensivi, record che lui stesso migliorerà tre anni dopo.
Malone condusse i Rockets alla finale di Conference contro i Sixers guidati dal più grande dei suoi ex colleghi in ABA, quel Julius Erving all'apice della carriera.

Houston perse in sei gare, ma il bottino personale di Moses parlava di 19 punti e quasi 17 rimbalzi in 12 partite di post season.
In gara due della semifinale della Eastern Conference contro i Bullets, Malone prese 15 rimbalzi offensivi. Era record per una partita di Playoffs.

Due stagioni dopo (1978-79), mentre i suoi parietà esordivano nella lega e si contendevano il titolo di matricola dell'anno, il quinto anno Malone disputò una delle migliori annate della sua carriera.
In 82 partite realizzò 24.8 punti e raccolse la stratosferica cifra di 17.6 rimbalzi.

Cifra che acquista ancor più valore se paragonata a quelle degli altri grandi specialisti nel settore, quali Jabbar (12.8 rimbalzi), Hayes (12.1), Unseld (10.8).
Moses stabilì un nuovo record NBA (tuttora ineguagliato) per rimbalzi offensivi, tirò dal campo col 54% ed in una partita contro New Orleans catturò la bellezza di 37 rimbalzi.
Finì nel primo quintetto NBA e vinse il titolo di MVP di Regular Season.

L'anno successivo i numeri furono ancora una volta di livello eccelso. Ma i playoffs rimanevano un muro invalicabile.
La concorrenza ad est era spietata. La Boston del rookie Larry Bird e la Philadelphia del Dottore erano squadre che non lasciavano spazio alla concorrenza.

Il destino di Moses si stava rivelando quello di combattere con i pugni e con i denti per portare Houston oltre il primo turno, salvo poi venir schiantati in semifinale di Conference da una delle due contendenti al titolo.
Difatti in quei playoffs Malone mise insieme 37 punti e 20 rimbalzi nella decisiva gara 3 contro i San Antonio Spurs al primo turno. Quindi ci fu il poco sorprendete sweep subito dai Celtics.

Quando al termine di quella stagione, conclusasi con la superba prova del rookie Magic Johnson in gara 6 di finale, ci fu un rimescolamento fra le due Conference che portò Houston ad ovest (dove, Lakers a parte, la concorrenza era più blanda), qualcosa sembrò poter cambiare per l'ancor giovane centro in maglia Rockets.

Correva la Regular Season 1980-81 e Moses fu di nuovo miglior rebounder della lega, mentre la sua media realizzativa aumentò ulteriormente fino a sfiorare i 28 punti a partita. Ma fu in Post Season che cominciarono i veri fuochi d'artificio.

Al primo turno i Rockets eliminarono fra lo stupore generale i Lakers, campioni in carica.
Fecero a loro modo storia in quella serie gli air ball di un giovanissimo Magic nella decisiva gara 3.
Il famoso Tragic Johnson, come titolarono alcuni giornali il giorno dopo.

Al turno successivo Houston superò dopo sette combattutissime partite gli Spurs di un Gervin da oltre 27 punti di media.
Nell'ultimo atto della Western Conference arrivò una facile vittoria in cinque gare contro i Kings di Kansas City.

E fu finale. Avversari, i terribili Boston Celtics.

Una serie di cui abbiamo già avuto modo di parlare in NBA Legendary Games (I nipotini di Bill Russell), che da un lato coronò il sogno di anello di Bird e dei Celtics, dall'alto consacrò definitivamente l'immenso strapotere sotto canestro di Moses Malone, che quasi da solo affrontò l'intera, temibile, invincibile front line di Boston, da molti considerata la più forte di sempre.

La lotta fra le due squadre sembrava impari. L'intera serie sembrava dall'esito scontato. Eppure ci fu un momento in cui il pronostico sembrò doversi capovolgere e il clamoroso, incredibile upset dietro l'angolo.

I Celtics venivano infatti da una durissima battaglia fisica e psicologica conclusa solo alla settima gara contro i Sixers nella finale della Eastern Conference. Una battaglia in cui più volte si erano ritrovati sull'orlo del collasso, salvo poi puntualmente riprendersi, riuscendo infine a raggiungere l'insperata ed agognata vittoria nella serie (si veda La maledizione dello Spectrum).

Boston però si presentò all'atto finale con il fiato corto e le gambe molli.
Il resto lo fece Malone. E la sfida si mantenne estremamente equilibrata fino a gara 4, partita in cui il Moses trascinò i suoi alla vittoria e ad impattare la serie sul 2 a 2.

I Celtics sembravano fisicamente ed emotivamente a terra. I Rokcets al contrario avevano via via acquistato sempre più fiducia nei propri mezzi. Tanto che un gasatissimo Malone si ritrovò a pronunciare la storica frase:
"Potrei prendere 4 ragazzi dalle strade di Petersburg e battere comunque i Celtics".

Come andò a finire lo sappiamo tutti. Houston non vinse più e Boston si impose in gara sei.
Ma a dispetto della sconfitta furono gloria ed onori per il centro in maglia Rockets che quasi da solo aveva retto il confronto contro una squadra decisamente di un altro livello.
Ed il meglio doveva ancora arrivare.

La stagione successiva (1981-82) fu, numericamente parlando, la migliore della sua carriera.
Il ventisettenne Moses non poteva ancora saperlo ma si stava apprestando a disputare il suo ultimo anno in maglia Rockets.

Mise a segno 31.1 punti a partita (secondo in NBA), cui aggiunse 14.7 rimbalzi (primo).
Il due febbraio realizzò 53 punti contro i Clippers. Nove giorni dopo, l'11 febbraio, chiuse una partita contro i SuperSonics con 21 rimbalzi offensivi.
Vinse il secondo titolo di MVP.

Al termine di quella devastante stagione, Malone divenne Restricted Free Agent.
Harold Katz, proprietario dei Sixers, una squadra stellare con una grossa lacuna sotto canestro (lacuna che spesso era costata la vittoria nei momenti cruciali contro i Celtics e contro i Lakers), decise che era giunto il momento di portare colui che ormai era ritenuto il miglior centro della NBA a Philadelphia.

Decise che era giunto il momento per lui, per i Sixers, per Julius Erving e per lo stesso Moses di vincere un titolo NBA.

L'offerta che Katz fece a Malone fu faraonica, ma Houston ovviamente la pareggiò, per poi decidere comunque di imbastire una trade che portasse il centro a Philadelphia.
Moses arrivò nella città dell'amore fraterno in cambio di Caldweel Jones e della prima scelta al draft dell'anno successivo.

C'era molta curiosità attorno alla nuova accoppiata Erving/Malone.
Due giocatori per certi versi opposti. Julius è stato forse il miglior comunicatore fra tutti i giocatori che abbiano mai calcato un parquet americano. La sua disponibilità nei confronti della stampa era leggendaria, la fila dei giornalisti davanti al suo armadietto chilometrica.

Moses era l'esatto opposto. Musone, se mai c'è stato un giocatore che abbia meritato questo appellativo.

Eppure Malone nella conferenza stampa di presentazione fu bravo a guadagnarsi subito il rispetto e la simpatia di compagni, giornalisti e tifosi, quando con estrema umiltà tenne a precisare che Philadelphia era e rimaneva la squadra del Doc. Lui era lì solo per aiutare.
E l'aiuto ovviamente arrivò.

L'impatto di Malone coi Sixers fu devastante.
Philly vinse 65 partite, nove in più dei Celtics, sette più dei Lakers.
Malone mise assieme 24.5 punti e 15.3 rimbalzi. Per il secondo anno consecutivo vinse il trofeo di MVP della lega.
In post season tavolse qualsiasi cosa si potesse frapporre fra lui e l'anello.

Prima dei playoffs pronosticò un azzardato quanto memorabile "Fo, Fo, Fo", il che equivaleva a dire tre sweep per arrivare al titolo.
Sbagliò davvero di poco.

I Sixers rifilarono un secco 4 a 0 ai Knicks al primo turno.
Malone abusò letteralmente della coppia Webster-Cartwright di New York, segnando 125 punti contro 60 e prendendo 62 rimbalzi contro i 36 dei rivali.

In finale di Conference i Sixers vinsero 4-1 contro i Bucks. Bob Lanier, centro di Milwaukee, fu letteralmente spazzato via.
Al termine di questa serie Malone, sorridendo, corresse in "Fo, Fi, Fo" il percorso della squadra prima del titolo.

In finale a contendere l'anello a Philly c'erano i soliti Lakers dello showtime.
Non ci fu confronto.
Moses fu assolutamente devastante.
Una dimostrazione di forza in cui distrusse completamente ed impietosamente il suo diretto rivale, Kareem Abdul Jabbar.

Durante le 4 partite il numero 2 in maglia Sixers segnò 103 punti e catturò 72 rimbalzi (18 a partita) contro i 94 punti e gli appena 30 rimbalzi del centro in maglia gialloviola.
L'NBA che avrebbe gradito premiare l'icona Julius Erving al suo primo, meritatissimo anello nella lega, non poté far altro che assegnare il sacrosanto titolo di MVP a Malone.

Quelle finali rappresentarono il culmine della sua carriera.
Dopo di allora iniziò ad essere vittima di infortuni più o meno gravi che ne minarono in parte il rendimento.

L'anno successivo infatti una caviglia malconcia limitò il player nella parte finale di stagione. Arrivò comunque ancora un primo posto nella classifica dei rimbalzi.

Con i 13.1 rimbalzi della stagione 1984-85, il trentenne Moses divenne il primo giocatore a vincere per cinque volte consecutive il trofeo di miglior rimbalzista di stagione.
Chamberlain c'era riuscito in due occasioni per 4 volte di seguito.

La stagione 1985-86 fu l'ultima di Malone coi Sixers. Non fu una stagione fortunata.
Un nuovo infortunio lo obbligò a guardare l'intera parte finale della Regular Season e i playoffs dalla panchina.

Bill Laimbeer dei Pistons gli tolse lo scettro di miglior raccattappalloni.
Anche un suo compagno di squadra, il giovane Charles Barkley, prese più rimbalzi di lui.

Philadelphia decise di ricostruire attorno al ventitreenne sir Charles, così ne approfittò per cedere Malone ai Washington Bullets, dove il centro giocò due stagioni numericamente di ottimo livello.
Poi ci fu un nuovo trasferimento. Agli Hawks di Dominique Wilkins.

Anche il primo anno ad Atlanta (20.2 punti e 11.8 rimbalzi a partita) fu decisamente molto positivo.
Seguirono ancora due stagioni con la maglia dei Falchi. Stagioni in cui Malone dapprima scese dopo 11 anni sotto i 20 punti di media, in seguito scese dopo 16 lunghissimi anni sotto la doppia cifra alla voce rimbalzi.

Nell'estate del 1991 Moses era Free Agent. Firmò per i Bucks.
Aveva 36 anni e mise assieme 15.6 punti e 9.1 rimbalzi. Cifre che a quell'età erano assolutamente incredibili, in un'epoca in cui nel ruolo di centro evolvevano giocatori del calibro di Olajuwon, Ewing, Robinson, nel pieno della loro maturità

L'anno successivo gli infortuni tornarono però ancora una volta a bussare a casa Malone.
Moses disputò appena 11 gare con Milwaukee, poi fu Injured List fino alla fine della stagione.
Sembrava che il ritiro dovesse essere ormai prossimo, ma i Sixers lo convinsero a giocare un altro anno per fare da chioccia al giovane Shawn Bradley.

Terminato l'anno a Philadelphia, Moses era di nuovo pronto ad annunciare il ritiro.
Michael Jordan era a giocare a baseball. Houston aveva appena vinto il suo primo titolo ed Olajuwon era il suo grande profeta.

Gli Spurs cercavano un centro che desse supporto sotto canestro a David Robinson nelle dure battaglie di Post Season contro i Rockets e contro Hakeem.

Big Mo vide così arrivare sulla scrivania del suo agente una nuova offerta.
La accettò. Ma dopo 17 partite si infortunò nuovamente.
Il 12 gennaio gli Spurs misero il giocatore ormai quarantenne in Injured List. La carriera di Moses Malone stavolta era definitivamente giunta al suo capolinea.

In punta di piedi, senza troppe parole, al massimo con qualche mugugno e qualche borbottio, Big Mo, lo schivo e scorbutico ragazzo di Petersburg, diede addio al basket giocato.

Sei anni dopo il suo nome, forse ingiustamente troppo spesso dimenticato quando si parla dei più grandi di sempre, varcherà la soglia della Hall of Fame di Springfield, splendido e naturale omaggio ad uno dei maggiori interpreti nella storia del gioco.Moses Malone

John Hondo Havlicek.

"Hondo: Celtic Man in Motion" è il titolo della biografia autorizzata, scritta da Bob Ryan e pubblicata nel 1977, sulla vita di una delle più grandi leggende che abbiano mai attraversato il mondo della pallcanestro a stelle e striscie.

Ogni singola parola del titolo ha una sua logica spiegazione.
"Hondo" come l'aveva soprannominato, ispirandosi all'omonimo film di John Wayne, un suo compagno di squadra ai tempi dell'high school.
"Celtic" perché se c'è stato qualcuno che ha incarnato pienamente dentro di sé lo spirito della più gloriosa franchigia della storia della NBA, è stato lui. A dispetto di un Russell o di un Bird.
"Man in Motion" perché in campo lui non si fermava mai. Una perfetta macchina dal moto perpetuo o, per dirla alla Red Holzman, "la miglior dinamo umana che abbia mai calcato un parquet".

Lui è John Havlicek.
Sedici stagioni in NBA, tutte con l'indimenticabile maglia numero 17 di Boston. Se c'è stato un Mister Celtic non si può ovviamente prescindere dalla sua figura.

Otto titoli NBA lo rendono, dopo Bill Russell, il giocatore più vincente nella storia della pallacanestro americana. Oltre ventiseimila punti in carriera lo collocano sul gradino più alto fra gli scorer di ogni tempo in maglia celtica. Cui vanno aggiunti più di ottomila rimbalzi e di seimila assist, tredici All Star Game consecutivi, undici quintetti di lega, otto quintetti difensivi.
Sport Illustrated l'ha definito un giorno il miglior All Around Player nella storia della NBA, con tanti saluti ad Oscar Robertson e Magic Johnson, due che della tripla doppia hanno fatto un vero e proprio credo.

Protagonista leggendario di due ere dei Boston Celtics, sopraffino realizzatore, eccellente difensore, uomo dell'ultimo tiro nei momenti chiave, esterno dalla grande versatilità, instancabile corridore, Havlicek, giocando indifferentemente in tre ruoli, è stato l'unico giocatore della grande dinastia celtica degli anni '60 che è riuscito a vincere un titolo senza l'immenso Russell. Ed in due occasioni: nel 1974 e nel 1976, quando da veterano e leader assoluto, ha condotto alla gloria una squadra giovane che in molti reputavano dovesse vivere anni di intera, mediocre ricostruzione, dopo i fasti dell'epoca precedente.

Con Havlicek e su Havlicek pongono le proprie radici alcune delle più grandi tradizioni dei Celtics. Auerbach ha inventato a Boston la fiugura del sesto uomo e John è universalmente considerato il miglior sesto uomo di sempre. I Celtics hanno vinto tre cruciali serie di playoffs rubando palla nei momenti decisivi e la prima volta che accadde fu grazie a John. Un recupero consegnato direttamente ai libri di storia dall'urlo rauco di Johnny Most, nella più famosa radiocronaca sportiva della storia del basket:

"Greer is putting the ball into play. He gets it out deep..." poi la voce che si alza, le successive parole urlate al microfono "Havlicek steals it. Over to Sam Jones... Havlicek stole the ball! It's all over! Johnny Havlicek stole the ball! It's all over! It's all over!".

Correva l'anno 1965. Era la finale di Conference. Gara sette. Da un lato i Boston Celtics, dall'altro i Philadelphia Sixers. La solita superba sfida fra Russell e Chamberlain.
I Celtics costruirono un vantaggio di sette punti nell'ultimo minuto di gioco. Come suo costume, Auerbach accese il sigaro della vittoria, ma Chamberlain reagì portando i suoi sul meno uno. Mancavano 5 secondi alla sirena ed il risultato era fermo sul 110 a 109.
I Sixers avevano l'ultimo possesso. Hal Greer alla rimessa. Russell si piazzò su Wilt per ostacolarne la ricezione. K.C. Jones si posizionò davanti a Greer ed iniziò a sbracciarsi ossessivamente per ostacolarne la visuale.

Greer colse con la coda dell'occhio Chet Walker che si era liberato del suo marcatore e gli passò la sfera. Havlicek scattò in quel preciso momento, le sue lunghe braccia distese intercettarono il passaggio. Aveva realizzato la più grande palla rubata nella storia della pallacanestro americana, più di quella di Henderson su Magic nelle finali del 1984. Più di quella di Bird su Thomas nelle finali di conference del 1987.


Pensavamo che avrebbero cercato di servire Chamberlain e dovevamo impedire che ciò avvenisse. Avevamo un quintetto molto basso con me, Sam Jones, K.C. Jones, Satch Sanders e Russell. Con Bill su Wilt, qualcuno doveva prensersi l'altro lungo, Johnny Kerr. Volevo farlo io, ma Satch disse che poteva prenderlo lui, così io finii a marcare Walker. Quando Greer perse i primi due secondi senza dar via la palla, capii che era nei guai e istintivamente realizzai come e quando avrebbe effettuato la rimessa. Era un lob per Walker. Rimasi sorpreso per un attimo perché non potevo credere che non avrebbe dato la palla a Chamberlain. Decisi di rischiare, scattai e anticipai Walker, misi il corpo davanti al suo e con la punta delle dita deviai la palla verso Sam Jones..."


E Most urlò. Quel giorno prese corpo la leggende di John J. Havlicek. Per tutti semplicemente Hondo.


Figlio di immigrati dell'est europero (padre cecoslovacco, madre jugoslava), John nacque in un paesino dell'Ohio. Per lui eccellere nello sport si rivelò ben presto essere la norma. All'high school primeggiava nel basket, nel baseball e soprattutto nel football giocando da quaterback, fino a figurare fra i migliori giocatori dello stato in tutti e tre gli sport.

Scelse come college Ohio State, dove però decise di non praticare il football. Nel suo anno da freshman giocò a baseball, per poi dedicarsi a tempo pieno al basket in una squadra imperniata sulla stella Jerry Lucas. Nel 1960 arrivò il titolo NCAA. Dopo i tre anni di Havlicek ad Ohio State il record di squadra parlava di 78 vittorie e 6 sconfitte.

Al termine della stagione da senor, nel 1962, John fu scelto al draft da due squadre differenti. Ovviamente di due sport differenti.
I Cleveland Browns della NFL, impressionati dalle sue qualità atletiche, lo scelsero al settimo giro. Mentre i Cletics della NBA fecero il suo nome all'ultima chiamata del primo round.

Havlicek che non praticava il fottoball dai tempi dell'high school, giocò alcune partite di esibizione con i Browns quell'estate, ma fu tagliato l'ultimo giorno disponibile dopo un poco fortunato incontro con Pittsburgh. In seguito i Browns inviteranno altre cinque volte il giocatore a ritentare l'avventura in NFL, ma ormai John aveva fatto la sua scelta. Il suo futuro era proiettato verso Boston. Verso l'Arca della Gloria.

Correva la stagione 1962-63. Una stagione speciale per i Celtics che avevano appena conquistato quattro titoli consecutivi, cinque negli ultimi sei anni. Era l'ultima di Cousy nella NBA e già nell'ambiente si parlava di ricambio generazionale ormai inevitabile per i pluricampioni in maglia verde.

Sport Illustrated dopo l'epico titolo dell'anno prima, conquistato in sette gare contro i Los Angeles Lakers di Baylor e West, aveva aperto la nuova stagione con la storica omelia funebre:
"I Boston Celtics sono una squadra vecchia, nelle cui vene varicose scorre ormai solo sangue stanco".

L'arrivo di Havlicek fu una vera e propria scarica di adrenalina per i biancoverdi, non tanto per l’apporto numerico del giocatore che almeno inizialmente fu abbastanza modesto, quanto per la consapevolezza che la squadra in maglia verde poteva progressivamente ringiovanire un roster vecchio nell'ossatura (oltre a Cousy, anche Bill Sharman, Frank Ramsey e Jim Loscutoff stavano spendendo le ultime cartucce di una gloriosa carriera) con uomini che a lungo termine avrebbero potuto garantire un livello di gioco se non superiore almeno simile.

Alla sua prima stagone in maglia celtica, partendo dalla panchina, John mise a segno 14.3 punti a partita. Finì nel quintetto rookie, si distinse per una difesa tenace ma a parte questo il suo primo anno non fu memorabile. Cousy lo definì "un non tiratore, che probabilmente presto si sarebbe bruciato".

Ma probabilmente Cousy non aveva fatto i conti con la voglia di imporsi del ragazzo da Ohio State. John passò l'intera estate a migliorare il tiro ed il suo ball-handing. Lavorò tanto e lavorò duro. Come sua abitudine, del resto. Per lui un grande successo non sarebbe stato tale se non fosse inevitabilmente passato attraverso il lavoro, il sudore ed il sacrificio.

La stagione successiva John guidò la squadra per punti con 19.9 a gara, guadagnandosi la fiducia dei compagni e di Red Auerbach che lo promosse a sesto uomo al posto dell'anziano Frank Ramsey, colui che aveva inaugurato il ruolo nella storia della lega, colui che anni dopo, nelle vesti di coach, porterà i Trail-Blazers di Bill Walton a vincere l'unico anello della loro storia.
Senza più Cousy, ma con un Havlicek al secondo anno, i Celtics vinsero 59 partite e poi nuovamente il titolo. John finì nel secondo quintetto della lega.

Poi arrivò la stagione 1964-65. Hondo rubò quella palla che per Boston volle dire nuovamente anello, il settimo consecutivo per i Celtics. E la sua carriera cambiò.
John partì dalla panchina anche nelle successive quattro stagioni, quelle che chiusero per sempre la magica epopea di Russell in maglia celtica. Ma l'essere un sesto uomo non gli impedì di risultare in ogni singola stagione il giocatore, dopo Bill, con il minutaggio più alto della squadra.

Il suo ingresso in campo era un'arma devastante per Boston. Cambiava i valori sul parquet. Havlicek entrava e i Celtics magicamente allungavano. Lo stesso giocatore in seguito commenterà:
"Non mi ha mai infastidito non partire nello starting five. Il ruolo che ricoprivo era fondamentale. Una volta Auerbach mi disse che non era importante chi iniziava la gara, ma chi la finiva. Ed io una volta entrato non uscivo più".

Il non tiratore era frattanto diventato un ottimo realizzatore anche dalla distanza, capace in ogni singolo anno in cui partì da sesto uomo di segnare fra i 18 e i 21 punti a partita.
Le notevoli capacità realizzative di Havlicek erano agevolate dai suoi notevoli mezzi fisici. Più veloce della ali, più grosso delle guardie, oscillava fra due ruoli, rendendo difficile la marcatura degli avversari.

"Havlicek è uno di quei rari giocatori che obbliga i marcatori a modificare i loro normali metodi difensivi, pur di contenerlo. E' un 6-5 per 205 libbre, è incredibilmente veloce per uno della sua taglia, ha una forza spaventosa ed un'agilità da piccolo. E' arduo riuscire a contenerlo" scrisse di lui Sport Illustrated nel 1966.

Ma ciò che più di ogni altra cosa contraddistingueva il gioco del 17 biancoverde era la capacità di non fermarsi mai in partita, il suo moto perpetuo. Attacco, difesa, nuovamente attacco e poi di nuovo di corsa in difesa, solitamente sull'avversario più difficile: è stato stimato che percorreva dalle 3 alle 5 miglia in ogni singola partita.

Col tempo John divenne anche il giocatore dall'affidabilissimo ultimo tiro. Colui cui aggrapparsi in attacco quando la partita diventava calda. Il famoso Havlicek Time come era stato ribattezzato da Red Auerbach.

In gara 7 delle finali di Conference del 1968 contro i Sixers campioni in carica, John realizzò una delle sue migliori prestazioni segnando 40 punti e consegnando la finale a Boston.
L'anno dopo furono introdotti per la prima volta nella lega i quintetti difensivi. Havlicek non ne sarebbe mai uscito per i successivi otto anni. In quella stagione fu il vero trascinatore dei Celtics. K.C. Jones si era appena ritirato. Sam Jones aveva 36 anni. Bill Russell 35. Satch Sanders 30. Boston era una squadra vecchia e appagata da 10 titoli in 12 anni.

I Celtics finirono quarti in Regular Season, ma raggiunsero comunque la finale. Gli avversari erano i terribili Lakers di Chamberlain, West e Baylor (Quei palloncini al Forum di L.A.)

In gara 1 John siglò 39 punti, rispondendo ai 53 di West. In gara 2 ne mise 43. In gara 7 si caricò per larghi tratti di partita sulle sue spalle l'intero attacco di una Boston provata dalle fatiche di una stagione interminabile. Con John a sostenere il peso offensivo della squadra e Russell quello difensivo, Boston riuscì a vincere l'undicesimo anello in tredici anni.

La dinastia celtica finiva quel giorno. Russell e Jones si ritiravano. L'ex Tom Heinson divenne il nuovo coach della squadra. Havlicek fece il suo esordio in quintetto. Era il nuovo faro, il leader indiscusso dei nuovi e giovanissimi Celtics. In stagione segnò 24.2 punti, prese 7.8 rimbalzi, smazzò 6.8 assist, primo in tutte e tre le categorie per i celtici. Ottavo nella lega per punti, settimo per assist.
Ma per la prima volta dopo 20 anni, la squadra mancò l'accesso ai PO.

L'anno seguente fu numericamente il migliore della sua carriera: 28.9 punti, 9 rimbalzi, 7.5 assist a partita. E nonostante avesse passato le 30 primavere continuava a guidare la lega per minuti giocati.
Fu durante questi anni che la grandezza di Havlicek, fino ad allora talvolta sottovalutata o comunque ridimensionata dall'ingombrante presenza di un personaggio come Bill Russell, emerse in modo netto, inequivocabile, assoluto.

Nella stagione 1972-73, da leader di una squadra che comprendeva giovani come Dave Cowens, Don Cheaney, Jo Jo White, e veterani come Paul Silas e Don Nelson, condusse i Celtics ad uno strabiliante record di 68 vittorie e 14 sconfitte. Giocò superbamente per tutta la Regular Season, ovviamente su entrambi i lati del campo (per lui ormai quello con il primo quintetto difensivo della lega era diventato un appuntamento fisso) e nei playoffs sembrò addirittura migliorare. In gara 1 della semifinale della Eastern Conference contro gli Hawks segnò 54 punti, realizzando 24 canestri, cifra quest'ultima che tuttora è record NBA per una partita di playoffs.

La fortuna però gli voltò le spalle al turno successivo. Durante gara 3 della finale di conference contro i Knciks si infortunò alla spalla. Saltò gara 4 in cui i tifosi di New York lo omaggiarono con un lunghissimo e rispettoso applauso. Tornò per gara 5 con i Celtics sotto per 3-1, nonostante il parere contrario dei medici. Realizzò 18 punti e portò i suoi alla vittoria. Ma lo sforzo di quella prestazione si fece sentire nelle due partite successive. I Knicks si imposero in sette gare e andarono a vincere il titolo.

Bill Bradley dopo quella serie ebbe modo di dire "Difendere su John Havlicek è stata l'esperienza più dura che abbia mai fatto durante la mia carriera. Ogni suo movimento ha uno scopo e un'utilità, non è mai fine a sé stesso".

Ma l'appuntamento con un nuovo, ennesimo anello era rimandato di ua sola stagione.
Nel 1974, cinque anni dopo l'addio di Bill il grande, i Celtics ritornavano sul tetto del mondo grazie a John. La finale, la prima di sempre di Boston senza Russell sotto i tabelloni, fu contro i Milwaukee Bucks di Kareem Abdul-Jabbar e Oscar Robertson.

Avanti per 3-2 nella serie i Celtics giocarono una gara 6 casalinga che passerà alla storia. Una partita epocale che si prolungò per due overtime. Nel secondo supplementare con Dave Cowens fuori per falli, Havlicek prese in mano squadra e partita. Realizzò 9 degli 11 punti complessivi dei Celtics, score che è ancora oggi record per una partita di finale. Il suo ultimo canestro, sopra il braccio disteso di Jabbar, 25 cm più alto, portò i Celtics avanti per 101 a 100.

Ma lo stesso Jabbar nel possesso successivo con un gancio dall'angolo spedì la serie a gara 7, a Milwaukee.

Nella decisiva settima partita John siglò solo 16 punti ma si dedicò anima e corpo alla difesa. Fu anche grazie al suo aiuto che Robertson chiuse quella gara con 2 su 13 al tiro e i Celtics vinsero facilmente gara, serie e titolo.

Havlicek fu l'MVP della serie. Visibilmente emozionato al momento della premiazione esclamò "This is the greatest one". Era il suo settimo titolo.

La stagione successiva John continuò a correre senza mai fermarsi. Aveva ormai 35 anni e non concepiva di risparmiarsi neanche in Regular Season.
Il New York Times riporta la storica esclamazione di Bill Russell dopo averlo visto in una partita di stagione regolare contro i Knicks, correre, attaccare, difendere, inseguire le palle vaganti, tuffarsi, lottare in ogni zona del campo su tutti i palloni, come se da ogni singolo possesso potesse dipendere la vittoria o la sconfitta di una vita: "Quell'uomo è matto. Un giorno si alzerà e scoprirà di non poter più fare queste cose".

Ma Havlicek aveva un fisico di acciaio. Nel 1976 portò i Celtics nuovamente sul tetto del mondo. Fu la stagione della Greatest Game Ever. La storica gara 5 di finale contro i Phoenix Suns, in cui il trentaseienne John che aveva problemi ad un piede doveva restare in campo solo una ventina di minuti e finì per giocarne 58. Ovviamente portò i suoi a vincere quella gara (La Maratona di Boston):
"Arrivai alla partita in anticipo. L'infortunio al piede non mi permetteva di allenarmi ed ero quasi completamente fuori forma. Andai al Garden molto presto per lavorare sul tiro. Almeno quello volevo recuperarlo. Pensavo di giocare una ventina di minuti. Finii per restare in campo per 58".

I Celtics si imposero sui Suns in sei gare. Era l'ottavo anello della sua impareggiabile carriera. L'ultimo.

Nella stagione 1977-78 Havlicek disputò tutte le 82 partite di Regular Season. Aveva 38 anni e giocò oltre 34 minuti per gara. Realizzò 16.1 punti, catturò 4 rimablzi e smazzò altrettanti assist a partita. Si apprestava a dire addio al basket giocato dopo 16 anni ininterrotti ad inseguire una sfera arancione senza mai fermarsi. Dovunque i Celtics andassero a giocare, per John erano sempre e solo grandi tributi ed interminabili applausi.

Jerry West dirà di lui: "John è l'ambasciatore del nostro sport nel mondo. Ha dato sempre il massimo in ogni singola gara, ogni singola sera. In campo non si è mai risparmiato. Fuori dal campo ha avuto sempre tempo per tutti, la squadra, i tifosi, i media".

Dave Cowens aggiungerà: "Tutte le squadre NBA dovrebbero ritirare il suo numero. Prendere il 17 e lasciarlo appeso, in alto, fra le luci".

Ma il più grande complimento arrivò durante l'intervallo della sua ultima partita nella lega, nella quale, inutile dirlo, mise a referto 29 punti: "Lui incarna il bene. Se avessi un figlio com John, sarei l'uomo più felice del mondo".
Parole di Arnold Jacob "Red" Auerbach.John Hondo Havlicek

Bob Cousy

Un giorno di tanto tempo fa qualcuno scrisse:
"Nel basket ci sono solo due certezze. La prima è che il dottor Naismith ha inventato il gioco. La seconda è che Bob Cousy l'ha reso una forma di arte".

Parole che sono uno splendido tributo ad uno dei più grandi passatori nella storia della pallacanestro, il primo grande playmaker ad aver calcato un parquet di basket, il primo piccolo capace di imporsi in un'epoca in cui il dominio incontrastato apparteneva ai lunghi.

Robert Joseph Cousy, per tutti più semplicemente Bob, era il motore dei meravigliosi Boston Celtics che a cavallo fra gli anni '50 e '60 hanno instaurato la più lunga e vincente dinastia nella storia dello sport professionistico americano.

A lui, dopo la rumorosa pausa dedicata ai Grandi Esclusi dalla nostra classifica, spetta il compito di inaugurare la top 15 di questa rubrica.

A vederlo oggi, distinto signore di 79 anni, i capelli bianchi e radi, il viso gentile come si conviene ad un nonno dolce ed affettuoso, quasi si farebbe fatica a credere che ai suoi tempi Cousy sia stato uno dei giocatori più rivoluzionari nella storia della National Basketball Association.
Colui che per primo portò su un campo da basket quello spettacolo, pura adrenalina per i tifosi, che nel corso degli anni a venire avrebbe contraddistinto l'immagine nel mondo della lega.

Bob Cousy, un metro e ottantacinque per settantanove chilogrammi, possedeva in carniere armi che per compagni, avversari, pubblico ed allenatori erano rivoluzionarie e innovative.
Era veloce in un'epoca in cui il basket era lento. Era un play dai folgoranti contropiedi in un'epoca in cui il gioco ristagnava nella metà campo.

La sua perfetta visione di gioco, i suoi passaggi dietro la schiena o sopra la testa, i palleggi fra le gambe, i repentini cambi di direzione, gli assist no look o quelli schiacciati, erano tutte cose sconosciute per la pallacanestro prima che il mitico numero 14 di Bob varcasse le soglie del professionismo.

Il suo gioco entusiasmava le folle, solleticava la fantasia del pubblico, conquistava, faceva proseliti.
L'opinionista sportivo Jimmy Cannon lo ribattezzò "A thrilling dwarf among the frustrated giants". "Un eccitante nano fra giganti frustrati".

Per lui gli appellativi si sprecavano.
E' stato chiamato The Human Hightlights Flm prima di Dominique Wilkins. E' stato definito magico quando ancora Magic era una gioiosa idea nella mente del Padreterno.
Ma il più delle volte a lui ci si riferiva come The Houdini of the Hardwood oppure Mr. Basketball o più semplicemente The Cooz.

Nei suoi tredici anni di NBA ha vinto sei titoli di cui cinque consecutivi, ha guidato la lega negli assist per otto stagioni consecutive. Per dieci volte di seguito è stato primo quintetto NBA (impresa riuscita solamente ad un altro giocatore, Bob Pettit). Ha partecipato in ogni singola stagione all'All Star Game e ne è stato l'MVP per due volte.

Nel 1960 è stato insignito del platonico titolo di più grande giocatore di sempre.
Ha segnato una generazione di playmaker. Ha cambiato il modo di intendere il ruolo. E' stato il precursore di quello che sarebbe stato il basket nei decenni a seguire.

Bob nacque nell'East Side di Manhattan in una piccola casa senza acqua corrente da genitori francesi. Fino all'età cinque anni il piccolo Bob non conosceva l'inglese, parlava esclusivamente la lingua d'oltralpe.

Con il trasferimento nel Queens arrivò una vita leggermente più agiata, ma soprattutto l'incontro con la sfera arancione. In pochi anni Bob divenne uno dei prospetti più interessanti della Grande Mela.

Nel 1946 scelse per college Holy Cross a Wochester nel Massachussets, vicino Boston. Una scelta importante perché i Crusaders giocavano le partite interne al Boston Garden. Ed il pubblico biancoverde non ci mise molto ad innamorarsi perdutamente di quel piccolo ed elettrizzante play.
Il feeling pressoché istantaneo fra il pubblico di Boston e Cousy giocherà un ruolo importante nell'immediato futuro del giocatore.

Bob infatti aveva forti difficoltà a trovare spazio e minuti in un basket ancorato a vecchie concezioni e tradizioni.
Erano quelli gli anni di Gorge Mikan, e sia a livello collegiale che a livello professionistico non c'era un coach disposto a pensare che una squadra che avesse velleità di vittoria potesse dar troppo spazio ad un esterno, per di più piccolo, minuto e veloce come una pallina da flipper.

Cousy passò gran parte del suo anno da freshman in panca.
Holy Cross si apprestava a vincere il titolo NCAA e Bob non riusciva ad imporsi in una squadra rodata e con un coach che non vedeva di buon occhio il suo stile di gioco.

Le cose iniziarono a cambiare il secondo anno, quando durante una fatidica sfida contro Loyola al Boston Garden, i Crusaders si ritrovarono ben sotto nel punteggio a cinque minuti dalla fine.
Il pubblico del Garden iniziò ad invocare a gran voce la presenza di Cousy in campo.

A furor di popolo il coach Alvin Julian lanciò Bob nella mischia. E la partita cambiò. Il piccolo numero 14 siglò undici punti consecutivi e realizzò il tiro che consegnò la vittoria alla sua squadra.
Dopo di allora, le difficoltà a livello collegiale sarebbero scomparse.
Cousy fu eletto per tre volte consecutive All American. Nel suo anno da senor portò la sua squadra ad una striscia di 26 vittorie consecutive.
Chiuse la carriera al college con 99 vittorie a fronte di 29 sconfitte.

Nel 1950 Bob era pronto per l'esordio fra i professionisti.
Boston aveva chiuso l'ennesima stagione con un record perdente, poteva prendere Cousy.
Il pubblico premeva perché l'idolo del Boston Garden vestisse la maglia biancoverde.
Ma Red Auerbach era contrario. Anche lui mal tollerava quel playmaker atipico e sfrontato. Soffriva letteralmente i suoi giochi di prestigio, i suoi dribbling, i contropiedi veloci, i passaggi rischiosi e telepatici.

Red scelse con la prima chiamata assoluta un lungo, il 2.10 Charlie Share.
E si fece premura di dichiarare al deluso pubblico di Boston che la squadra aveva bisogno assoluto di un big man e che tre compagni di Cousy a Holy Cross avevano miseramente fallito in NBA.

Cousy fu così scelto dai Tri-Cities Blackhawks.
Deluso dalla scarsa stima che i Celtics avevano dimostrato nei suoi confronti, Bob si ritrovò ad essere poco attratto dal mondo del basket professionistico. Rifiutò i 7.500 dollari di ingaggio che Tri-Cities gli offriva e, incoraggiato dalla popolarità che aveva acquisito dopo i suoi fantastici anni al college, aprì una distributore di benzina nel New England.

I Blackhawks cedettero quindi i diritti sul giocatore ai Chicago Stags. Ma pochi giorni dopo quel trasferimento gli Stags fallirono.

Chicago lasciava in eredità alla lega tre giocatori interessanti.
Max Zaslofsky era il più famoso. Poi c'erano Andy Philip e appunto Bob Cousy. New York, Philadelphia e Boston erano le franchigie che avrebbero dovuto spartirsi questi tre players.
Il commisioner Maurice Podoloff cercò di mediare affinchè le tre squadre si mettessero d'accordo ed evitassero una inutile minilotteria.

Ma tutti volevano Zaslofsky, miglior realizzatore della lega nell'anno precedente e la mediazione saltò sin da subito. Fu lotteria.
La vinsero i Knicks che si aggiudicarono i servigi di Max.
I Philadelphia Warriors scelsero Andy Phillip con la seconda scelta e a Boston non rimase che prendere Bob Cousy.

Auerbach era furioso. Il proprietario dei Celtics Walter Brown invece gongolava. La presenza di Cousy avrebbe garantito un'affluenza di pubblico al Boston Garden senza precedenti.

L'impatto coi Celtics per Bob non fu semplice.
Auerbach sin dal primo giorno di training camp lo trattò duramente.
Non gli impedì di giocare come aveva sempre fatto, tanto valeva non farlo giocare per nulla, ma non faceva mistero di non tollerare il basket di Cousy, andando letteralmente in escandescenza ogni volta che un suo passaggio avventato si trasformava in una palla persa.

Da grande conoscitore del basket quale tuttavia era, l'irlandese col sigaro non ci mise molto però a capire che con Cousy aveva preso una colossale cantonata.
In seguito infatti il mitico Red si assumerà in pieno le responsabilità per quel clamoroso errore di valutazione. Per la serie anche i migliori a volte possono sbagliare.

"Raggiungemmo ben presto un accordo" ricorderà in seguito il coach.
"Io non mi sarei preoccupato del modo con cui passava la palla. Dietro le spalle, sopra la testa, in mezzo alle gambe, ma qualcuno avrebbe dovuto ricevere quel passaggio. Altrimenti ne avrebbe risposto lui in prima persona".

Eppure con Cousy in cabina di regia i Celtics raggiunsero la prima stagione positiva della loro storia. Bob segnò 15.6 punti a partita e vinse il trofeo di rookie dell'anno.

Gorge Mikan e i suoi Minneapolis Lakers continuavano il loro incontrastato dominio. E quei Celtics erano ancora troppo deboli per fare strada nei playoffs, ma Cousy fu comunque la prima pietra dello squadrone che avrebbe dominato il mondo di lì a poco.
L'anno dopo arrivò Bill Sharmann, suo compagno di reparto e di stanza. Cousy salì a 21.7 punti a partita e 6.7 assist.

La leggenda di Bob iniziò però a prendere pienamente corpo dalla stagione successiva.
Correva la Regular Season 1952-53. La terza di Cousy fra i professionisti.
Bob smazzò 7.7 assist a partita vincendo per la prima volta la relativa classifica. Una cifra esorbitante in un'epoca antecedente all'introduzione dei 24 secondi.

Nei playoffs Boston sweeppò i Syracuse Nationals. In gara due il giovane play fece registrare una prestazione dall'impatto mediatico impressionante. Quasi paragonabile a quella dei 100 punti di Chamberlain, nove anni dopo.

Bob realizzò 25 punti nei tempi regolamentari compreso il tiro libero all'ultimo secondo che impattò la partita sul 77 pari.
Al primo overtime realizzò 6 dei 9 punti della sua squadra, compreso il canestro del nuovo pareggio all'ultimo secondo.
Nel secondo OT siglò tutti e 4 i punti dei Celtics. Nel terzo ne realizzò 8, compreso il tiro del nuovo, ennesimo pareggio scagliato da 25 piedi di distanza.
Nel quarto overtime i Celtics andarono nuovamente sotto per 104-99.
Cousy riprese in mano le redini del gioco realizzando 5 punti consecutivi e poi gli ultimi 4 del match, per un totale di 9 sui 12 complessivi dei Celtics.

Alla fine, dopo 3 ore e undici minuti, Boston vinse la partita per 111 a 105.
Per Cousy 52 punti, una cifra stratosferica se inserita in un contesto che non prevedeva limiti di tempo per il tiro. Tanto più se realizzata da un playmaker, da un esterno, da un giocatore piccolo e minuto.

Due anni dopo, al termine della stagione 1954-55, George Mikan, il dominatore assoluto di quegli anni diede l'addio al basket giocato. Quasi nello stesso periodo fu introdotta una regola destinata a cambiare il futuro della pallacanestro: i 24 secondi per il tiro.

I punteggi salirono da una media di 79 a partita ad oltre 93 ed il gioco veloce e scoppiettante di Cousy ne guadagnò in maniera esponenziale.
Il ventiseienne Bob si apprestava a vivere gli anni migliori della sua carriera ora che il suo basket poteva pienamente esprimersi in un contesto più moderno e veloce.

Quello stesso anno venne istituito il trofeo di MVP di stagione ed il primo ad aggiudicarselo fu l'ala dei St. Louis Hawks, Bob Pettit.
Per Cousy il riconoscimento di miglior giocatore di stagione era però solo rimandato di un anno.
Nel 1956 approdò infatti a Boston un giovane centro di cui si diceva gran bene. La sua peculiarità era la difesa. Il suo nome era Bill Russell.
E tutto cambiò.

Per Cousy l'arrivo di Russell fu manna dal cielo. La sua presenza esaltava le doti di contropiedista e splendido passatore quale Bob era.
L'intesa fra i due fu pressoché perfetta fin da subito.
I Celtics potevano schierare un asse play-centro a dir poco devastante. Fra i migliori che la storia della lega ricordi.

Boston incentrò gran parte del suo gioco su fulminei e letali contropiedi quasi sempre innestati in difesa da una delle classiche stoppate di Russell che recuperava il pallone, serviva il suo play che partiva con un razzo verso il canestro avversario per concludere in solitaria oppure per servire qualche compagno per un canestro facile facile.

Bob chiuse la stagione con 20.6 punti a partita, 7.5 assist, 4.8 rimbalzi. Vinse il trofeo di MVP di Regular Season.
I Celtics andarono a vincere il primo titolo della loro storia alla settima gara di una tiratissima finale contro gli Hawks di Pettit.

St. Louis si prese la rivincita l'anno dopo (Russell però era infortunato durante quella finale).
Poi per Boston arrivarono 8 titoli consecutivi. Cinque di questi con l'immenso Cousy in cabina di regia.

Nel 1959 il titolo di Boston celebrò il primo sweep in una serie finale nella storia della NBA. Contro Minneapolis del rookie Elgin Baylor.

Nel 1962 i Celtici batterono dopo 7 tiratissime gare in finale di Conference i Philadelphia Warriors di un Chamberlain da 50.4 punti a partita.
In finale per la prima volta affrontarono Los Angeles, dove tre anni prima si erano trasferiti i Lakers.

Fu una seria memorabile (The Start of it All). La serie dei 61 punti Baylor in gara 5. Dei 40 rimbalzi di Russell in gara 7.
Fu la serie di Cousy che all'ultimo secondo di gara 7 deviò il tiro della vittoria di Frank Selvy con il risultato inchiodato sul 100 pari.
All'overtime si impose Boston e per Cousy e per i Celtics fu il quarto anello consecutivo. Il quinto assoluto.

All'inizio della stagione successiva Bob annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in NBA, gettando nello sconforto più assoluto l'intero popolo biancoverde.
Il 17 Marzo del 1963 i Celtics ospitarono al Boston Garden per l'ultima partita di Regular Season i Syracuse Nationals.
Quella gara passerà alla storia sotto il nome di "The Boston Tear Party".

Si narra che già quando Bob prese fra le mani il microfono per salutare il suo amato pubblico, gran parte degli spettatori non avesse gli occhi propriamente asciutti.
Alle prime parole di commiato di Cousy tutto il pubblico si alzò in piedi e cominciò ad applaudire. Un minuto, due minuti, tre minuti e gli applausi non cessavano.

Bob rimase commosso al centro della scena, in silenzio ad ascoltare gli applausi che scrosciavano e che si protrassero ininterrottamente per venti lunghissimi minuti. Una scena da brividi con un favoloso epilogo.
Un urlo che si levò dagli spalti, quasi a sovrastare gli applausi. La voce di un tifoso speciale dei Celtics, Joe Dillon, che a squarciagola gridò: "We love ya, Cooz".
A quel punto gli occhi di tutti i presenti erano molto più che lucidi.
Quel momento, quell'urlo, quella voce, appartengono di diritto tuttora alla storia dei Boston Celtics.

Cousy riuscì a chiudere la carriera con il sesto titolo, trionfando in sette partite in finale di Conference contro i Cincinnati Roylas del grande rivale Oscar Robertson e poi battendo nuovamente i Lakers in finale.

I Celtics vinsero le prime tre gare, poi ne persero due. Andarono a Los Angeles per gara 6, sembrarono poter allungare facilmente, poi Bob si infortunò alla caviglia e abbandonò il terreno di gioco.

I Lakers iniziarono una furiosa rimonta. A meno di 3 minuti dal termine Auerbach chiese uno sforzo al suo play.
Cousy, zoppicante, rientrò in campo. Boston era ancora sul più uno, ma l'inerzia del match era tutto dalla parte di L.A.

Bob prese in mano la partita e la condusse sui binari da lui voluti fino alla fine. I Celtics si imposero per 112 a 109.
La gara si chiuse con la celebre immagine di Cousy che palleggia inarrestabile inseguito da mezza squadra dei Lakers, mentre il suono della sirena sanciva il trionfo dei Celtics.

Era la conclusione più degna per la fantastica carriera di uno dei giocatori più amati e apprezzati di sempre. Di uno dei giocatori che maggiormente ha cambiato il modo di intendere la pallacanestro.

Il suo addio al basket giocato lasciava un grosso vuoto nella mente e nel cuore di tutti gli appassionati. Un vuoto difficilmente colmabile.

Per rivedere su un qualunque parquet d'America un playmaker che avesse la stessa visione di gioco, la stessa abilità nel passaggio, la stessa magia nel condurre il contropiede, di Robert Joseph Cousy, l'intero popolo del basket avrebbe dovuto infatti aspettare quasi vent'anni.
Avrebbe dovuto aspettare Earvin Magic Johnson.Bob Cousy

Julius Dr J Earving

C'è una data.
Un giorno, un mese ed un anno. Forse persino un orario che non è dato sapere.
C'è un momento preciso in cui pare tutto abbia avuto inizio. In cui la pallacanestro ha compiuto la sua ultima grande rivoluzione. Sarebbe cambiata per sempre e nulla sarebbe stato più come prima.

In precedenza c'era stato un occhialuto lacustre, sponda Minneapolis, col 99 sulle spalle. Il suo nome era George Mikan. Il suo ruolo era centro. Cambiò il modo di intendere il basket. Introdusse il concetto di giocatore dominante. Dopo di lui e per molti degli anni a venire qualsiasi squadra avesse avuto velleità di vittoria non avrebbe potuto prescindere da un big man sotto canestro.

Poi arrivò tale William Felton Russell, per gli amici Bill. Con lui il mondo del basket scopriva che le partite potevano essere vinte con la difesa. Che forse era più importante subire un canestro in meno piuttosto che realizzarne uno in più. Russell cambierà radicalmente il modo di intendere il gioco, i suoi concetti, le sue tattiche, la sua psicologia.

Infine venne un ragazzo dallo stato di New York. Roosvelt per essere precisi. Era alto due metri, giocava da ala piccola. Spiegò al mondo intero come il basket potesse abbandonare per sempre il livello del parquet per elevarsi a quello del ferro.

C'è una data, dicevamo. E' quella del 27 ottobre 1971.
C'è un luogo: Louisiville nel Kentucky.
Ed ovviamente c'è una partita. Una delle prime partite di stagione regolare dell'ABA, l'American Basketball Association, la lega che da qualche anno stava facendo una feroce concorrenza alla più celebre NBA.
I Virginia Squires erano impegnati contro gli idoli locali, i Kentucky Colonels, una delle formazioni più quotate del circuito.

Sono passati pochi minuti dalla palla a due quando una small forward ventunenne ruba palla a metà campo e vola verso il canestro avversario.
Stacca poco oltre la linea del tiro libero per la poderosa schiacciata, ma sulla sua strada si stagliano le imponenti figure di due colossi della pallacanestro americana: Artis Gilmore e Dan Issel.

"Ero già in volo quando li ho visti di fronte a me ad oscurare il canestro. Ho aspettato un secondo sperando scendessero giù. Poi mi son spinto in mezzo a loro e ho affondato la palla nel cesto più forte che potessi. Così forte che sono caduto indietro sulla schiena. Quella schiacciata è stata come una scintilla. Mi ha fatto capire che se lo avevo fatto contro di loro, l'avrei potuto fare contro chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Without any fear".
Senza nessuna paura.

Quel giorno il basket cambierà per sempre.
L'ultimo profeta avrebbe avuto il nome di Julius Winfield Erving II.
Per tutti semplicemente Doctor J.
Il basket moderno nascerà con lui. Da lui.

Sarà lo stesso Michael Jordan a volercelo ricordare nel momento del suo ritiro nel 1998, quando fra i tanti giocatori con cui si è dovuto confrontare e misurare, ha voluto rendere omaggio soltanto ad uno, l'unico al quale il divino Michael si è sempre inspirato. Le sue parole poche e semplici, ma significative:
"Se non ci fosse stato il Doc, non ci sarebbe stato neanche MJ".

Il Doc, il primo vero grande uomo volante.
Colui che si librava in aria, decollava, veleggiava, volava. Non come Jordan. Forse anche di più.
Che affondava la palla nel cesto con potenza, ma anche con eleganza e classe. Le cui schiacciate, le celeberrime House Call, le chiamate a casa, avevano un effetto assolutamente devastante sugli esiti di una partita. Gasavano i compagni, annichilivano gli avversari, entusiasmavano il pubblico cui, amico o nemico, non rimaneva altro che alzarsi in piedi ed applaudire, molto spesso basito.

Il Doc possedeva doti atletiche nettamente superiori alla media, aveva due mani enormi che, complice una falange in più, gli permettevano di trattare la palla come fosse una piccola arancia.
Come ci viene ricordato da Marty Bell, l'autore della biografia The Legend of Dr. J: "He handles a basketball the way the average person handles a tennis ball".

Ma ciò che più di ogni altra cosa spiccava nel suo gioco era l'assoluta perfezione stilistica della sua pallacanestro. Qualsiasi cosa facesse.
Poteva inchiodare una tremenda schiacciata oppure volteggiare sospeso fra gli avversari, poteva mettere palla a terra e partire battendo il suo avversario in un uno contro uno tecnicamente devastante. Il comune denominatore rimaneva sempre un controllo del corpo perfetto, un'eleganza innata, una pulizia del movimento, una compostezza tale da renderlo per la maggior parte degli addetti ai lavori, il giocatore più bello da vedere nella storia di questo sport.

Stile, eleganza, compostezza. Parole che non trovavano riscontro solo nel suo modo di giocare a basket, ma rispecchiavano anche il suo animo, la sua personalità.
Tutti hanno voluto bene al celebre Dottore, tutti lo hanno ammirato. E' stato uno dei pochi fra i grandissimi di questo sport a non conoscere la parola "hater", esperti, giornalisti, allenatori, compagni o avversari che ne sminuissero il valore, che ne criticassero anche solo saltuariamente il comportamento.

E' stato idolatrato da tutti i tifosi, senza alcuna distinzione di squadra, è stato amato dagli allenatori, così come dalla stampa con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Dopo qualsiasi partita, vinta o persa, in cui avesse giocato bene o male, aveva sempre una fila interminabile di giornalisti davanti al suo armadietto. Lui rispondeva ad ogni singola domanda con la disponibilità e la gentilezza che da sempre ha contraddistinto la sua figura.

Durante tutta la sua lunghissima carriera, solo una volta Julius è stato coinvolto in un alterco. Contro il rivale di sempre, Larry Bird. Entrambi si misero le mani al collo, guardandosi con astio, in una posa immortalata da centinaia di flash che è passata alla storia di questo sport.
Entrambi i giocatori furono squalificati per una partita. Ma il giorno dopo, la squalifica di Erving fu annullata in virtù di una carriera e di uno stato di servizio assolutamente impeccabili.

Per tutte queste sue qualità al momento del ritiro Stern lo nominò ambasciatore NBA nel mondo.
Billy Cunningham dirà a tal proposito: "Julius è stato il primo giocatore a prendere in mano la fiaccola e diventare il portavoce della NBA nel mondo. Un ruolo che sembrava perfettamente costruito attorno a lui. E' stato anche il primo giocatore la cui figura avrebbe varcato i confini della semplice pallacanestro. Bastava il semplice soprannome per identificarlo in tutto il mondo: Doctor J."

Le origini del nick, forse il più famoso nella storia del basket, sono nebulose.
Durante i suoi anni nell'ABA, in molti ritenevano fosse dovuto al fatto che Julius in campo "operava" gli avversari.
Ma l'ipotesi più accreditata, avvalorata in seguito dallo stesso Erving, fa risalire il nick ai tempi del college.
Julius era solito chiamare scherzosamente il suo compagno di stanza "Professor". Un giorno costui gli rispose con un "Tell me Doctor!".
Il termine piacque al giovane Erving che lo fece suo.

Il nick assurse poi agli onori della cronaca durante una partita in un playground di New York, quando un improvvisato commentatore a bordo campo non sapeva più a quali aggettivi ricorrere per descrivere le incredibili gesta di Julius. Esauriti i vari "mirabolous, wonderful, fantastic, spectacular", lo speaker sembrò arenarsi alla ricerca di nuovi soprannomi ed epiteti da affibbiare a quello straordinario giocatore, finché ad un certo punto lo stesso Erving gli si avvicinò e gli disse: "Call me Doctor!".
E Doctor fu. Secula seculorum.


I primi contatti di Julius Erving con la pallacanestro, come per ogni buon Newyorkese, sono in un playground. Campbell Park fu il luogo che vide un ragazzino di circa otto anni cimentarsi con una sfera arancione e sfidare avversari notevolmente più grandi di lui.
A undici anni era altro circa 1.75 e quello che colpiva di lui erano le mani enormi, le braccia lunghissime ed una straordinaria elevazione.

Andò alla Roosvlet High School dove un insegnante, Earl Mosley, lo prese sotto la sua protezione e gli insegnò i primi fondamenti del mestiere, facendolo lavorare duramente, sia in palestra che a scuola.
A 15 anni era 1.85, giocava sia vicino che lontano da canestro e per i suoi coetanei era semplicemente inarrestabile.

Per college scelse Massachussets.
Coach Jack Leaman lo faceva giocare sotto canestro ed il ragazzo infranse tutti i record di punti e rimbalzi della scuola. Chiuse con le medie 26.3 punti e 20.2 rimbalzi.

Nonostante ciò era ancora semisconosciuto al grande pubblico americano quando, dopo tre anni di college, Julius firmò un contratto di quattro anni per 500.000 dollari a stagione con i Virginia Squires dell'ABA, il cui leader era un altro newyorkese, Charlie Scott.

Erving balzò subito agli onori della cronaca dopo la gara contro i Colonels, quindi fu un crescendo continuo. Chiuse la stagione con 27.3 punti per gara, finì nel secondo quintetto di lega e fu secondo dietro Artis Gilmore nella corsa al titolo di rookie dell'anno.
Nei PO Julius alzò la media punti fino ad arrivare a 33.3 punti per gara. Al primo turno gli Squires eliminarono i Floridian, ma persero la finale della Estern Conference contro i Nets della stella Barry.

Era stata una prima stagione nel basket professionistico che non era passata inosservata neanche dall'altra parte del firmamento cestistico americano. Iniziarono a piovere le offerte dalla NBA.
I Bucks ex campioni in carica tentarono di invogliarlo per completare una squadra che già aveva in play l'anziano Robertson e in centro il giovanissimo Jabbar.
Gli Hawks lo invitarono al Training Camp. Sembrava fatto il matrimonio fra Julius e Atlanta, ma gli Squires si opposero e Erving tornò in Virginia, dove disputò un'altra stagione magistrale, conquistando il primo titolo di miglior realizzatore della lega con 31.9 punti a partita.

La Virginia però iniziava a stargli stretta, la squadra era poco competitiva e Julius forzò uno scambio. Sbarcò a New York alla corte dei Nets di coach Carnesecca.

Nell'ottobre del 1973 esordì nella Grande Mela con la maglia numero 32 ed una capigliatura afro destinata a passare alla storia. Fu presentato dallo speaker dei Nets alla sua prima partita ufficiale con una frase che anch'essa passerà alla storia "Ladies and gentleman, the great and woundrous Doctoooor J".

Tutto ciò che faceva o riguardava Erving in quegli anni era destinato a passare alla storia. In quel periodo incarnava il basket in ogni singolo aspetto del gioco. Julius era IL basket come forse solo Jordan qualche anno dopo saprà essere.

Furono stagioni esaltanti le tre ai Nets in cui Doctor J. si impose come il miglior giocatore della sua epoca, NBA inclusa.
Era un periodo in cui l'ABA era molto ricca di talento e poteva contare su numerosi giocatori di livello assoluto, ma Erving incarnava dentro di sé l'essenza stessa della lega. Dire ABA e dire Julius Erving era la stessa identica cosa. Dominava un'intera lega dal ruolo di ala piccola, risultando forse il primo giocatore di sempre ad avere un totale ed indiscusso dominio sulla partita non giocando sotto canestro.

In suo onore all'All Star Game del 1976 si disputò il primo Slam-Dunk Championship della storia.
E Julius non deluse le attese. Impressionò tutti con una travolgente schiacciata ad una mano staccando dalla linea del tiro libero. Una roba mai vista prima.
I suoi avversari, Artis Gilmore, Larry Kenon, George Gervin e David Thompson dovettero inchinarsi alla legge del più forte.

Nei tre anni a New York, Erving vinse tre volte il titolo di MVP di Regular Season e due titoli ABA, nel 1974 e nel 1976. La prestazione che disputò nella finale del 1976 contro i Denver Nuggets viene ritenuta da molti la più grande prestazione individuale di un giocatore in una serie Playoffs nella storia del basket americano.

In gara 1 chiuse con 45 punti, 12 rimbalzi e 4 assist, segnando 18 degli ultimi 22 punti della squadra oltre ovviamente al canestro decisivo con cui trascinò di peso i suoi alla vittoria per 120 a 118.
In gara 2 siglò 45 punti, con 14 rimbalzi, 8 assist, 3 recuperi e 25 punti nel solo ultimo quarto.
In gara 3 mise a referto 31 punti, 10 rimbalzi, 4 assist, 4 stoppate e 2 recuperi.
In gara 4 di punti ne mise 34, cui accompagnò 15 rimbalzi e 6 assist.
In gara 5, 37 punti, 15 rimbalzi, 9 assist, 5 recuperi e 2 stoppate.
Infine nella gara del titolo, la sesta, mise 31 punti, 19 rimbalzi, 5 assist, 5 recuperi e 4 stoppate.

Era la sua personalissima apoteosi. Il suo ineguagliabile show chiudeva per sempre le stagioni dell'ABA nella storia del basket professionistico americano.
Meglio di così difficilmente si sarebbe potuto scrivere la parola fine.
In cinque anni in ABA Julius aveva vinto tre volte il titolo di miglior realizzatore, tre titoli di MVP di Regular Season, due anelli.

Qualche mese dopo le quattro maggiori franchigie della disciolta lega (New York Nets, Indiana Pacers, San Antonio Spurs e Denver Nuggests) approdavano nella NBA. I restanti giocatori furono assorbiti dalla NBA in uno storico dispersal draft.
Erving aveva 27 anni e stava per iniziare la sua avventura nella National Basketball Association. Ma con una nuova maglia.

Lasciò infatti i Nets (che nel frattempo si erano trasferiti nel New Jersey) dopo un lungo contenzioso che si concluse solo la notte prima dell'inizio della Regular Season per approdare alla corte dei Sixers per l'allora stratosferica cifra di 3 milioni di dollari. Trovava come compagni di squadra Collins, Lloyd Free e Joe Bryant in guardia, McGinnis in ala e Mix e Dawkins sotto canestro.
Con Erving, Philly divenne subito una contender.

Julius cercò di cambiare il suo modo di giocare a Philadelphia, mettendosi più al servizio della squadra, cercando di essere meno accentratore e provando più a coinvolgere i compagni. Ma appena ne ebbe la possibilità, al suo primo All Star Game nella NBA, le sue grandi doti realizzative, il suo essere autentica fonte di spettacolo allo stato puro, esplosero nuovamente.
Vinse l'MVP della partita delle stelle con 30 punti, 12 rimbalzi, 4 recuperi ed una serie di giocate al limite dell'impossibile, di quelle che lo avevano reso l'autentica icona dell'ormai sepolta ABA e che ora lo rendevano il punto di riferimento anche della NBA.

Erving ebbe il merito di ridestare l'interesse sopito dei tifosi nei confronti di una lega che da tempo stava attraversando un lungo periodo buio dopo i fasti degli anni '60.
Interesse che ben presto sfociò in un vero e proprio massiccio ed appassionato seguito.
Le trasferte dei Sixers si trasformarono in un appuntamento imperdibile. Regolarmente facevano registrare il tutto esaurito, con lunghe file ai botteghini che si andavano formando sin da parecchie ore prima che la partita avesse inizio. Le stesse tribune dei palazzetti si popolavano con largo anticipo perché nessuno voleva perdere il celebre riscaldamento del Dottore e dei suoi compagni di squadra, di cui tutt’oggi si favoleggia.

Il nuovo ed improvviso seguito dei tifosi servì anche a ridestare l'interesse dei media e dei mercati pubblicitari nei confronti del basket, gettando le basi per quella che sarebbe stata l'opulenza degli anni a venire.
Erving sarebbe stato il primo giocatore della storia ad avere in commercio una scarpa con il suo nome.


I nuovi Sixers del dottore vinsero 50 partite. Nei playoffs superarono i campioni in carica di Boston e i Rockets di Moses Malone.
In finale trovarono la Portland di Walton. Per tutti era una finale già segnata in partenza, troppa differenza di talento pendeva dalla parte di Philly.
Ma era l'anno della Balzermania e i pronostici furono letteralmente sovvertiti.
Erving giocò maestosamente ma non ebbe compagni all'altezza. Portland si impose in 6 gare.
Al ritorno della squadra dall'Oregon, i tifosi di Philly gli fecero trovare un cartello: "Julius we owe you one".
Julius te ne dobbiamo uno. Di titoli ovviamente. E ringraziamento migliore non ci poteva davvero essere.

Philly tornò in finale nel 1980.
Quell'anno Julius fu uno dei due players ancora in attività (l'altro fu Jabbar) ad essere inserito fra i 10 giocatori migliori di sempre in occasione del 35° anniversario di vita della lega.

Dopo una Regular Season terminata con un record di 59 vittorie ed una splendida finale di Conference vinta contro i Boston Celtics del rookie Larry Bird in 5 gare, arrivò la finale contro i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul Jabbar e di Earvin Magic Johnson.

Le prime quattro gare furono di perfetto equilibrio con Erving da un lato e Jabbar dall'altro ad oscurare gli altri giocatori in campo.
In gara 4 Julius mise a segno il canestro che pochi anni fa è stato eletto come il più bello nella storia di questo sport, il celebre Baseline Move.

Un movimento plastico, elegante e stupefacente.
Julius che batte uno contro uno Mark Landsberger sulla destra, va per la schiacciata, c'è il recupero del difensore che prova la stoppata, c'è Jabbar che si alza ad oscurargli il canestro. E c'è Erving che tiene la palla in mano come un'arancia. La porta verso il basso mentre continua a fluttuare, apparentemente per sempre. La palla scompare dietro il tabellone, poi riappare nel canestro.

"Ero lì per vincere un titolo ed ero concentrato solo su quello, ma quando Julius fece quel canestro il pensiero dell'anello volò via. Rimasi semplicemente a bocca aperta. Dopo che la palla scosse la retina ricordo che pensai: cosa dobbiamo fare ora? Rimettere la palla in gioco o chiedergli di farlo di nuovo?"
Parole di Magic Johnson.

Con la serie sul 2 a 2, sembrava una finale segnata quando Jabbar si infortunò in gara 5. Ma poi arrivò la magia di un rookie destinato a scrivere pagine leggendarie nella storia di questo sport.
La gara 6 di Magic con Jabbar infortunato passerà alla storia e ancora una volta per Erving l'appuntamento con l'anello di campione NBA sarebbe stato rimandato.

La stagione successiva Erving vinse il suo primo titolo di MVP della Regular Season in NBA. Ma la corsa dei Sixers si arrestò in una nuova magnifica finale di Conference contro i Celtics (La Maledizione dello Spectrum).
Philly si era portata avanti sul 3 a 1. Ma poi diede vita ad un autentico suicidio collettivo. Perse al Garden la decisiva gara 7, dopo aver condotto per larghi tratti di partita.
In Larry Bird, Julius già dall'anno prima aveva trovato il suo più acerrimo e terribile rivale.

L'anno successivo, nel 1982, per Philadelphia ci fu la terza finale NBA in sei anni. La terza sconfitta. Ancora contro i Lakers.
I Sixers venivano da una nuova terrificante ed incandescente battaglia nella finale della Eastern Conference contro i Celtics, piegati solo in altre sette tiratissime gare.

In finale, nessun canestro miracoloso, nessuna prova mostruosa.
Semplicemente la consapevolezza che Los Angeles era più forte e fresca. I Lakers, complici una Western Conference decisamente più livellata, avevano impiegato otto partite per arrivare alla finale (due sweep). Philadelphia ne aveva impiegate quindici.

Erving era un giocatore deluso. Era idolatrato a Philadelphia come in tutti gli States, icona di quella NBA che riacquistava potere economico, diritti televisivi, pubblico, importanti fette di mercato, anche grazie a lui. Ma non aveva ancora vinto un titolo in NBA e questo gli pesava.
Aveva 32 primavere sulle spalle, gli anni migliori stavano per volare via e gli mancava il sigillo più importante ad una carriera che era stata un'autentica fantastica avventura.

Ciò che mancava veramente ai Sixers ed al Doc per arrivare all'agognato anello era un centro di livello assoluto. Qualcuno che potesse lottare sotto canestro contro i vari Kareem, McHale, Parish.

Harold Katz, owner dei Sixers, quell'estate mosse le pedine giuste. In uno scambio a tre, spedì Darryl Dawkins nel New Jersey e Caldwell Jones a Houston, riuscendo così a metter le mani sul miglior centro della lega, colui che era soprannominato "The scoring-rebounding machine", Moses Malone, fresco MVP stagionale con la maglia dei Rockets.

Moses cambiò gli equilibri di Philadelphia e della lega intera. Philly si ritrovò una squadra terribilmente forte, con Andrew Toney, Maurice Cheeks, Bobby Jones, Julius Erving e lo stesso Malone.
I Sixers vinsero 65 partite in stagione e si presentarono ai playoffs come la grande favorita.
Erving segnò 21.4 punti a partita, Malone (ancora MVP della regular) ne segnò 24.5 e catturò 15.6 rimbalzi.

Al termine della season Moses, ad una domanda di un giornalista su come sarebbero andati i playoffs, proruppe nella spavalda e storica affermazione: "Fo Fo and Fo". Il che equivaleva a dire, sweeppare le tre squadre che avrebbero incontrato durante la loro corsa al titolo.

Ci andarono maledettamente vicini.
4-0 ai Knicks. 4-1 a Milwaukee in finale di Conference. Al termine di questa partita, Malone sorrise e corresse in "Fo, Fi and Fo”.
Non avrebbe più sbagliato.
In finale i Sixers trovarono ancora i Lakers. Ancora Magic. Ancora Jabbar.

Philly vinse gara 1 per 113 a 107 e gara 2 per 103 a 93.
Tutte le speranze dei Lakers erano riposte nelle successive due partite casalinghe.
Gara 3 vinta fu vinta ancora dai Sixers per 111 a 94, con il Forum precipitato in un silenzio surreale e Nixon che abbandonò la partita nel terzo quarto per infortunio e fu costretto a saltare anche la successiva.
Gara 4 fu la partita più combattuta della serie. I Lakers volevano comunque salvare l'onore. Misero alle corde i Sixers.
A due minuti dalla fine conducevano per 106 a 104.

Philadelphia chiamò l'ultimo time out a disposizione. Quando le due squadre tornarono in campo cominciò lo spettacolo targato Julius Erving.
"I'm taking over" furono le sue parole all'ingresso sul terreno di gioco.

Il Doc rubò palla a Jabbar e andò a schiacciare per il 106 pari.
Sull'azione successiva Magic mise un tiro libero, quindi possesso nuovamente ai Sixers. Maurice Cheeks servì Erving che andò in entrata, segnò, subì fallo, mise il libero e portò Philly sul più due. 109 a 107.
I Lakers andarono a cercare Jabbar sotto canestro per ristabilire la parità. Kareem subì fallo. Fece uno su due dalla linea. 109-108.

La partita sembrava ancora in bilico, ma Erving era ormai entrato in trance agonistica. Ricevette palla poco dietro l'arco dei tre punti e fece partire una tripla.
Solo rete. Era il 112 a 108 Sixers, che chiudeva di fatto partita e serie.
"Non ho trovato io il canestro, è stato il canestro che ha trovato me" dirà ai microfoni Julius a fine gara mentre fiumi di champagne gli venivano versati sul capo.

Quello rimase l'unico anello del dottore in NBA. Alcuni infortuni, l'età non più verde dei principali interpreti, limitarono la squadra nei due anni successivi. Poi arrivò Charles Barkley, ma Erving ormai aveva passato gli anni più belli della sua carriera.

All'nizio della stagione 1986-87 Julius annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista.
Dalla prima fino all'ultima partita di Regular Season, dovunque i suoi Sixers andassero a giocare, per Erving erano solo lunghi ed interminabili applausi, appassionati tributi, manifestazioni di affetto e profonda riconoscenza per quanto aveva dato in quegli anni al basket americano.

Ricevette un dono in ogni città. Un paio di sci a Salt Lake City, una sedia a dondolo a Los Angeles, le chiavi della città ad Indianapolis, un pezzo del parquet incrociato del Garden a Boston.
Era la prima volta che uno sport intero rendeva omaggio ad uno dei suoi massimi interpreti. Non era successo per Chamberlain, per Robertson, neanche per Russell. Succedeva per Doctor J. Il protagonista dell'ultima, grande rivoluzione del gioco.

Il 17 aprile del 1987 Erving giocò l'ultima partita di Regular Season allo Spectrum. Guidò i suoi Sixers alla vittoria contro i Pacers. Quella sera, tanto per gradire, mise 38 punti.
Aveva disputato 11 stagioni in NBA. Aveva vinto un titolo, un trofeo di MVP, 5 volte primo quintetto di lega, era stato convocato in ogni singolo anno all'All Star Game.
Considerando anche l'ABA aveva realizzato 30.026 punti in carriera.
Tuttora solo Jabbar, Karl Malone, Chamberlain e Jordan hanno segnato più di lui.

Il 20 Aprile quarantamila persone accorsero alla parata in suo onore per le strade di Philadelphia.

L'ultima partita in assoluto fu il 3 maggio, primo turno di Playoffs. Gara 5.
I Sixers venivano eliminati dai Milwaukee Bucks.
Al suono della sirena il pubblico di Milwaukee si alzò tutto in piedi per un lungo, spontaneo, interminabile applauso. Idealmente tutto il mondo del basket si accodò a quell'applauso. Per rendere omaggio al Great and woundrous Doctor J., il giocatore senza il quale oggi la pallacanestro probabilmente sarebbe stata diversa. E persino Michael Jordan non sarebbe stato tale.Julius Dr J Earving