Indossava sempre lo stesso vecchio e consunto cappotto blu notte.
Di qui il suo soprannome. The Big Blue.
Altri tempi. I cosiddetti tempi eroici. Quando giocare a basket poteva portare fama ma non ricchezza.
Robert Lee Pettit Jr, per tutti Bob, era un figlio della Louisiana. Vi nacque nel lontanissimo dicembre del 1932 e lì frequentò l'hight school di Baton Rouge portandola per la prima volta al titolo statale.
Per college scelse ovviamente Louisiana State, dove trascorse tre anni (all'epoca i freshman erano esclusi dalla prima squadra) ricchi di successi personali (tre volte All-Sec, due volte All-America), riuscendo a condurre LSU alle Final Four del 1953.
All'età di 22 anni, nel 1954, Pettit lasciò il college dopo averne ritoccato tutti i record.
Ma in pochi pensavano potesse avere un futuro nella giovanissima National Basketball Assosiacion. Troppo esile per gli standard del piano di sopra, era l'opinione comune degli addetti ai lavori.
Uno dei tanti, clamorosi errori di valutazione. Forse il primo.
Pettit trascorse 11 stagioni nella NBA. E non solo in quegli anni fu senza ombra di dubbio la migliore ala forte della lega, ma fino a metà anni '80, quando il ruolo subì un'importante evoluzione, è stato considerato la migliore Power Forward di sempre.
Pettit fu il primo giocatore della storia a superare i 20.000 punti ed i 10.000 rimbalzi in carriera.
All Star in ognuna delle sue undici stagioni da professionista, per 3 volte MVP della gara.
Dieci volte primo quintetto NBA. Un secondo quintetto, al suo ultimo anno in carriera.
Due trofei di MVP di stagione regolare, il primo MVP della storia.
Mai sceso oltre il settimo posto nella classifica marcatori in ogni singola stagione.
Ma soprattutto, un titolo importantissimo e difficile. L'unico a sconfiggere gli incredibili Celtics di Cousy e Russell in una serie finale.
Ad oggi è il settimo realizzatore di sempre per media punti (26,4) ed è il terzo per media rimbalzi, dopo gli irraggiungibili Chamberlain e Russell (16,2).
Nel 1971 in occasione dei 25 anni della NBA è stato incluso fra i primi 10 giocatori della storia.
Nel 1981 la NBA stilava una nuova classifica e Pettit rientrava fra i primi 11 giocatori di sempre.
Nel 1996, in occasione del cinquantennale della lega è stato ovviamente incluso fra i 50 giocatori più forti di ogni tempo.
Ma la sua grandezza va oltre i semplici numeri.
La sua è la grandezza di un uomo che ha dovuto combattere con i denti e con le unghie per raggiungere ogni singolo traguardo.
Un uomo che ha sempre anteposto a qualsiasi cosa il lavoro duro, il sacrificio, il sudore della fronte.
Uno che in campo dava sempre tutto, indipendentemente dall'importanza della partita, dal risultato e dai record. E che, a detta di Red Auerbach, "Would play all out, whether he was 50 points ahead or 50 behind. It didn't matter. That's the only way he knew how to play... all out!".
Tuttora nella NBA è famosa e viene presa a modello la straordinaria etica lavorativa e l'incredibile spirito competitivo di Bob Pettit.
Scelto al primo giro del draft del 1954 dai Milwaukee Hawks fra lo scetticismo generale, in una NBA dominata dall'allora stella George Mikan alla sua penultima stagione, Pettit si impose subito all'attenzione generale, vincendo il trofeo di Rookie of the Year dopo un anno chiuso con 20.4 punti e 13.8 rimbalzi a partita.
I Milwaukee Hawks finirono comunque sul fondo della Western Division con un record di 26 vittorie e 46 sconfitte. (E' bene precisare che all'epoca le squadre della lega erano 8, divise in due Division, la Eastern e la Western. E che le partite di Regular Season erano 72).
Quella stessa estate la franchigia si spostò da Milaukee a St. Louis per una lenta ma costante ripresa che di lì a qualche tempo avrebbe portato la squadra sul tetto del mondo.
Prima dell'inizio della Regular Season 1955-56, la NBA istituì il premio di MVP di stagione.
Ed il secondo anno Pettit fu il primo a vincere l'ambito trofeo, realizzando 25.7 punti e catturando 16.2 rimbalzi.
Bob fu anche MVP dell'All Star Game, strabiliando tutta l'America sportiva con una prestazione da 20 punti, 24 rimbalzi e 7 assist.
Adesso era ufficiale. Era nata una stella.
Nel 1956-57 gli Hawks, guidati da loro giovane profeta, raggiunsero la prima finale della loro storia. Contro i Celtics del fenomenale rookie Bill Russell.
Boston aveva il miglior record della season, ma St. Lousi inaspettatamente vinse gara 1.
Dopo 4 gare la serie era ferma sul 2 pari.
I biancoverdi si imposero largamente in gara 5 ma due giorni dopo, fra lo stupore generale, gli Hawks impattarono la serie sul 3 pari, forzando un'inaspettata gara 7.
Quella settima sfida è tuttora ricordata come una dei più eccitanti match della storia. Fu vinta dai Celtics dopo due overtime per 125 a 123. Era il primo titolo della loro storia, il primo di una lunga serie di successi targati Bill Russell e di una dinastia senza eguali.
Nonostante la sconfitta, per Pettit furono solo gloria ed onori. Aveva chiuso gli interi playoffs con le strabilianti cifre di 29.8 punti e 16.8 rimbalzi a partita.
Ma il meglio doveva ancora arrivare per il numero 9 in maglia Hawks.
La rivincita sui Celtics era davvero vicina.
Pettit disputò la stagione successiva giocando ancora meglio e trascinò nuovamente la sua squadra alla finalissima contro Boston.
Stavolta nessuno fu così folle da dare per spacciata St. Louis.
L'evento fondamentale della finale si verificò in gara 3 (dopo una vittoria per parte) quando Russell si infortunò ad una gamba e fu costretto ad abbandonare partita e serie.
Gli Hawks vinsero gara 3 e persero gara 4, ma riuscrono ad espugnare il Boston Garden in gara 5, portandosi in vantaggio per 3-2.
I Falchi tornarono a St. Louis ben decisi a chiudere la serie.
Russell provò a giocare la partita decisiva, ma ben presto dovette abdicare definitivamente non riuscendo più neanche a poggiare il piede per terra.
Pettit salì in cattedra. Realizzò 31 punti nei primi tre quarti.
Ma fu nel quarto periodo che diede il meglio di sé realizzando 19 punti dei 21 complessivi della sua squadra. Chiuse il match a quota 50, sfornando quella che all'epoca rappresentava la migliore prestazione realizzativa mai registrata in una partita di finale.
Trascinata dalla sua ala, gli Hawks vinsero gara 6 e si ritrovarono campioni del mondo.
Secondo molti addetti ai lavori, senza l'infortunio di Russell, i Celtics non avrebbero mai perso quel titolo, ma Auerbach rifiutò di appellarsi all'infortunio del suo centro per spiegare quella sconfitta e fu il primo a rendere omaggio all'eccezionale prestazione di Pettit.
L'anno successivo, nel 1958-59, Pettit fu nuovamente MVP della Regular Season dopo aver realizzato oltre 29 punti per gara (primo nella Nba) e preso 16 rimbalzi (secondo dietro Russell). Mantenne queste medie anche nei tre anni successivi, in cui St. Louis finì sempre in cima alla Western conference.
Ma il titolo non arrivò più.
Dapprima i Lakers di Elgin Baylor li eliminarono in finale di Conference, quindi i soliti Celtics si rivelarono praticamente imbattibili per due anni di seguito in finale.
Eppure numericamente parlando, la stagione 1961-62 (l'ultima del grande Cousy) fu la stagione migliore per l'ormai trentenne Pettit.
Realizzò 31.2 punti a partita e catturò 18.7 rimbalzi. Non vinse il terzo titolo di MVP di stagione solo perchè Russell in quegli anni stava letteralmente riscrivendo non solo il ruolo del centro, ma anche la storia della lega.
Durante quegli stessi playoffs, Pettit divenne allenatore-giocatore della squadra.
Nel 1964 Bob si infortunò gravemente. Il primo infortunio serio in carriera.
Alla fine di quella stagione decise di ritirarsi e i St. Louis Hawks non furono più gli stessi.
Secondo l'autorevole parere di Auerbach, l'indimenticato ed indimenticabile Big Blue era stato in quegli anni, sotto molto punti di vista, un'ala persino migliore del giovanissimo Elgin Baylor.
Potremmo fermarci a questa dichiarazione per spiegare la meritatissima presenza di Pettit in questa classifica.
Ovvio che se ci basassimo sui suoi numeri, avrebbe sicuramente meritato qualche posizione in più, rientrando a buon diritto fra i primi 20 giocatori della storia.
Se così non è stato fatto, lo si deve esclusivamente ad una semplice questione "temporale".
Risulta impossibile non considerare come Pettit abbia esordito in una lega in cui era ancora vietato l'ingresso ai giocatori di colore e come abbia speso la maggior parte della sua carriera in un contesto ancora piuttosto lontano dagli standard elevatissimi che avrebbero contraddistinto la NBA dagli anni '60 in poi.
Ciò non toglie che anche con l'arrivo dei '60 e dei campionissimi Russell, Baylor, Chamberlain, Robertson e West, Bob Pettit abbia continuato ad esprimersi per le restanti stagioni su livelli di eccellenza assoluta.
Certo, ha vinto un solo titolo. Ma tanti, troppi grandi campioni dell'epoca hanno dovuto rinunciare alle loro velleità di vittoria per colpa di quei terribili Celtics.
Ed il paragone con Baylor (nessun titolo), West (un solo anello) e Chamberlain (due titoli) sorge naturale e spontaneo.
Alla fine di tutto, indipendentemente dalle calssifiche, rimane l'omaggio ad un grande campione troppo spesso dimenticato, al primo MVP della storia, all'unico immenso giocatore capace di battere in una serie finale Bill Russell ed i suoi Celtics.Bob Pettit
venerdì 12 febbraio 2010
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