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venerdì 12 febbraio 2010

Sir Charles Barkley

Rispetto a Bob Pettit ha chiaramente numeri inferiori.
Un solo titolo di MVP contro i due del suo predecessore in questa classifica.
Statistiche inferiori alla voce punti e rimbalzi, che pure erano il suo punto forte.

Ma soprattutto nessun anello.
Una maledetta lacuna che sir Charles Barkley, per gli amici Chuck, ha provato a colmare in tutti i modi. Passando da Philadelphia a Phoenix e quindi a Houston, prima che gli infortuni, che già da alcune stagioni non gli davano tregua, lo obbligassero al doloroso ritiro.

Un ritiro in sordina, senza clamori, forse molto diverso da come il grande Charles lo aveva immaginato.

Sicuramente diversissimo da quella che è stata la sua intera carriera, evolutasi fra giocate spettacolari, cocenti sconfitte, atteggiamenti goliardici, a volte persino eccessivi, ma compensati da una straripante, contagiosa simpatia. Da un'ironia ed un sarcasmo pungente, da una lingua che non sapeva tacere.
Per fortuna.

Alcune sue battute sono entrate di diritto nell'Olimpo della NBA, al pari delle sue giocate.
Come quando chiese al cattolicissimo compagno A.C. Green "Ma se il tuo Dio è così buono, perché non ti ha donato un tiro in sospensione degno di questo nome?"
O quando, riferendosi al non troppo esile Oliver Miller, esclamò "L’unica possibilità di vederlo scacciare è mettergli un Big Mac nel canestro!"

Questo era Charles Barkely.
Un personaggio particolare, persino all'interno del variegato mondo NBA.
Particolare per il suo modo di essere. Ed ovviamente per il suo modo di giocare.
A lungo è stato considerato una delle più grandi anomalie nella storia della lega.

Alto ufficialmente 6-6, ma alla realtà dei fatti sicuramente qualcosa in meno, dotato di un fisco rotondeggiante (giusto per usare un eufemismo), è stata una Power Forward di eccezionale livello, un rimbalzista devastante, non solo in proporzione alla sua altezza, ma addirittura in senso assoluto.

Ribattezzato "The Round Mound of Rebound" per la sua carica esplosiva a rimbalzo che lo ha portato ad essere nulla di meno che dominate sotto i tabelloni.

Ma Charles non era solo rimbalzi. Era energia pura su parquet. Era intelligenza cestistica, era difesa, uomo assist, palleggio, esplosività allo stato puro ma mai fine a sé stessa.

Ad inizio carriera la sua azione simbolo prevedeva un rimbalzo difensivo ed una partenza bruciante in palleggio che si concludeva con una roboante schiacciata.

Offensivamente giocava indifferentemente sul perimetro o sotto canestro. Difensivamente era sempre reattivo e pronto, sia sulle linee di passaggio che sotto canestro per rumorose stoppate ad avversari notevolmente più alti di lui.

"Come Magic e Larry. Non ha mai avuto un ruolo predefinito. Sapeva fare tutto e faceva di tutto" ha detto di lui un altro grandissimo della lega, Bill Walton.

Per poi aggiungere:
"He plays everything. He plays basketball. There is nobody who does what Barkley does. He's a dominant rebounder, a dominant defensive player, a three-point shooter, a dribbler, a playmaker."
Potrebbe bastare, no?

Arrivato nella NBA nel 1984 e scelto al draft dai Philadelphia Sixers, che due stagioni prima avevano vinto l'anello, Barkley si ritrovò in una squadra ricca di campionissimi al tramonto, quali Julius Erving, Moses Malone e Maurice Cheeks.

Chuck trascorse otto stagioni a Philadelphia, stagioni povere di successi a livello di squadra e personali.

Al primo anno fu inserito nel primo quintetto dei rookie (insieme a Jordan e Olajuwon) dopo aver viaggiato sui 14 punti e 8.6 rimbalzi a partita. Esattamente le stesse cifre con cui aveva lasciato il college di Auburn, dopo tre anni abbastanza anonimi.

I Sixers chiusero con 58 vittorie e 24 sconfitte, ma la loro corsa si arrestò nella finale della Eastern Conference dopo 5 gare, contro i soliti Celtics di Larry Bird.

Quella fu l'unica stagione in cui Charles giocò tutte le 82 partite di regular season e tutte quelle di playoffs, arrivando a disputare 95 gare complessive.

L'anno dopo, la giovane ala riuscì a soffiare a Moses Malone (sei titoli di miglior rimbalzista della lega alle spalle) lo scettro di rebounder della squadra, catturandone quasi 13 a partita e piazzandosi al secondo posto della specialità nell'intera lega, preceduto solo dal centro dei Pistons Bill Laimbeer.

Nelle 12 partite di playoffs segnò 25 punti a partita con il 58% dal campo e catturò 15.8 rimbalzi, ma Philly fu eliminata alla settima tiratissima gara (112-113) dai Bucks in semifinale di Conference.

Quell'estate Moses Malone fu spedito a Washington, mentre Erving si apprestava a vivere la sua ultima stagione nella lega.

Il terzo anno Barkley prese letteralmente in mano le sorti della franchigia. Vinse il suo primo titolo di rimbalzista della lega, catturando 14.6 palloni a partita. Il più basso giocatore della storia a raggiungere quel primato. Fu convocato al suo primo All Star Game.

Le prime vere grandi delusioni arrivarono però nella stagione 1987-88.
Numericamente Charles fu devastante. Segnò oltre 28 punti a partita e catturò quasi 12 rimbalzi, ma i Sixers non raggiunsero la post-season.

Barkley era uno splendido, meraviglioso giocatore in un contesto inadeguato.
In una squadra la cui dirigenza non era riuscita a costruirgli attorno una contesto soddisfacente, figlio di una degna rcostruzione, dopo i fasti della prima metà degli anni '80.

Nel 1990 Barkley realizzò 25.2 punti a partita, catturò 11.5 rimabzli e tirò col 60% dal campo per tutta la stagione. Condusse i Sixers a vincere 53 partite e sfiorò il titolo di MVP della Regular Season, preceduto nelle votazioni dal solo Magic Johnson.
Ma nei Playoffs l'ennesima delusione. Stavolta contro i Bulls.

L'anno dopo Chuck si aggiudicò il titolo di MVP dell'All Star Game, realizzando 17 punti e catturando 22 rimbalzi. Mai nessuno ne aveva catturati tanti in una partita delle stelle, da tempi ovviamente di Wilt Chamberlian. Alla fine della stagione per lui c'era il primo quintetto NBA per il quarto anno consecutivo.

La stagione 1991-92 fu abbastanza travagliata per l'ala in maglia Sixers.
La squadra stentava e Charles diventava giorno dopo giorno sempre più insofferente.

Oramai era diventato uno degli uomini simbolo della lega. Una lega che aveva superato con successo il profondo ricambio generazionale avvenuto tra la fine degli anni '80 e gli inizi dei '90, anche grazie a lui.

Le carismatiche figure del decennio precedente, le autentiche icone che avevano reso grande e popolare la NBA, erano tutte sul viale del tramonto e molte avevano già appeso le scarpe al chiodo (Jabbar, Erving, Malone).

Ma i volti nuovi, i vari Jordan, Pippen, Hakeem, Drexler, Ewing, Stockton, Malone, lo stesso Barkley, erano ormai stelle affermate che già da tempo ne avevano raccolto il testimone.
E fra questi Chuck era sicuramente una delle stelle più splendenti. La migliore, dopo il solo Michael Jordan.

Ma la situazione perdente dei Sixers non lo aiutava e non aiutava il suo carattere particolare, spesso bizzoso, a volte iroso ed irascibile.

La situazione si rese insostenibile allorché il giocatore si rese protagonista di alcuni incidenti.
Il più clamoroso avvenne Alla Meadowlands Arena, quando durante una partita con i Nets, Barkley sputò addosso ad un tifoso che, a suo dire, l'aveva pesantemente insultato.

Già questo di per sé sarebbe grave, ma a rendere l'episodio assolutamente intollerabile, fu il fatto che Charles mancò clamorosamente il bersaglio e centrò in pieno viso una ragazzina.

In seguito il giocatore si fece perdonare per quell'episodio stringendo un sincero rapporto di amicizia con la malcapitata e con i suoi genitori, in accordo con la sua paradossale natura, il suo modo di essere guascone ma nello stesso tempo genuino.

A fine stagione, dopo che i Sixers mancarono l'accesso alla postseason, il ventinovenne Barkley (nato tre giorni dopo tale Michael Jordan) chiese alla dirigenza di essere ceduto.
Le sue medie dell'ultima Regular Season parlavano di 23.1 punti a partita (calato di quasi 4 punti rispetto all'anno prima) e 11.1 rimbalzi.

Quell'estate, la stessa delle storiche Olimpiadi di Barcellona in cui Barkley fu miglior realizzatore e miglior giocatore della selezione statuinitense, il giocatore fu ceduto ai Suns in cambio di Jeff Hornacek, Tim Perry e Andrei Lang.

Era il 17 giugno.
Phoenix in quel preciso momento divenne una squadra da titolo.
Quello che al tempo era univocamente considerato il secondo miglior giocatore della NBA, aveva letteralmente stravolto i valori della lega.
I bicampioni in carica dei Bulls erano avvisati.

Barkley ai Suns sembrò ringiovanito di diversi anni.
Portò a termine una stagione spettacolare segnando 25.6 punti a partita e catturando 12.2 rimbalzi, ma soprattutto trascinando i Suns al primo posto nella lega con 62 vittorie e 20 sconfitte.

Charles vinse il suo primo e unico titolo di MVP della lega, di misura su Michael Jordan.
Era il terzo giocatore della storia a vincere l'MVP, subito dopo essere stato tradato.

Il 34 con la nuova maglia dei Suns fu devastante nei Playoffs, mettendo a tacere coloro che avevano storto il naso perché MJ era stato privato del titolo di MVP di stagione.

In gara 7 di finale di Conference contro Seattle, si caricò letteralmente la squadra sulle spalle, realizzando 44 punti e tirando giù 24 rimbalzi. Medie Chamberliane!

Trascinò di peso i Suns in finale. A sfidare i Bulls. A sfidare Michael Jordan, suo grande amico ed avversario.

Fu una serie memorabile.
Barkley giocò alla grande, ma dall'altro lato c'era una squadra ed in particolare un giocatore che non conoscevano il significato della parola sconfitta.
I Bulls vinsero in sei gare.

Per Charles l'appuntamento con l'anello sembrava essere solo rimandato.
In molti pensavano fosse ormai solo questione di tempo. Alla sue prima finale Barkley aveva giocato splendidamente. Avrebbe sicuramente avuto altre occasioni.

Opinione resa ancora più credibile dal fatto che, di lì a qualche settimana, Jordan annunciò al mondo intero, basito e costernato, il suo ritiro dall'attività agonistica.

I Suns si ritrovarono a vivere da favoriti assoluti la stagione 1993-94.
Ma Barkley proprio a partire da quella Regular Season fece conoscenza con un vecchio e temuto nemico. Gli infortuni. Che non lo molleranno più fino all'inevitabile ritiro.

In post season, la corsa dei Suns si arrestò in semifinale di Conference contro i futuri campioni di Houston.

Stessa identica sorte l'anno dopo.
Ancora gli infortuni resero un calvario la stagione del numero 34.
Charles saltò le prime 14 patite di season, ma quando tornò, trascinò Phoenix al comando della Pacific Division.

Al primo turno di PO demolì i Trail Blazers con 34 punti e oltre 14 rimbalzi a partita.
In semifinale di Conference i Suns si portarono sul 3-1 contro i Rockets, campioni in carica.
Houston, trascinata da un'incredibile Olajuwon e da un ringiovanito Drexler, rimontò fino al 3 pari. La decisiva gara 7 si disputava a Phoenix. Ma Barkley la giocò mezzo infortunato.
Ed i Rockets volarono verso il secondo anello consecutivo.

L'anno dopo fu l'ultimo di Barkley in Arizona.
Chiuse la sua avventura in maglia Suns con 23.2 punti e 11.6 rimbalzi a partita.

"Se non puoi batterli, fatteli amici!"
Con queste parole Charles annunciò il suo trasferimento in Texas, ad Houston.
Andò a raggiungere Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler in quello che a tutti gli effetti era un vero e proprio Dream Team.

L'anello, anche per lui, come per tanti altri giocatori del passato e del presente, stava diventando un incubo. Una fissazione. Un obbiettivo da raggiungere a tutti i costi.

Ma Michael Jordan era già da un anno tornato ai suoi Bulls. Per vincere ancora. E ancora.
E per Barkley il titolo rimarrà per sempre una chimera.

Alla sua prima stagione in maglia Rockets giocò solo 53 partite, segnò poco più di 19 punti a partita e catturò oltre 13 rimbalzi.
La corsa di Houston si arrestò nella finale della Western Conference contro Utah.

L'anno successivo, l'ultimo di Drexler, i Rockets erano una squadra vecchia e martoriata dagli infortuni. Al primo turno di Playoffs, sempre contro Utah, la squadra uscì definitivamente di scena.

Durante quei playoffs si consluse vittoriosamente l'epopea dei Bulls e subito dopo a Houston approdò Pippen, fresco campione NBA.

Via Drexler, dentro Scottie.
I Rockets continuavano ad essere un Dream Team. Ma solo nei nomi.

Gli anni migliori delle tre stelle erano ormai alle spalle.
Per Charles gli infortuni ormai erano le regola.
Nel 1999 giocò appena 42 partite.
L'anno dopo solo 20.

L'8 dicembre 1999 contro la sua prima squadra, i Sixers, si ruppe i tendini del quadricipite della gamba sinistra.
Fu la sua ultima partita NBA. Alla fine di quell'anno annunciò il ritiro.

Mai più rimbalzi per lui, mai pià sonore schiacciate, mai più canestri all'ultimo secondo, mai più infiammati finali di partita, mai più terribili sconfitte.
Ma ancora pungenti battute, dolcissima ironia, tagliente sarcasmo. Ancora quella lingua che, neanche da spettatore, voleva e vuole mai tacere.
Per fortuna.

Ad oggi Sir Charles è uno dei quattro giocatori nella storia delle lega (gli altri sono Jabbar, Chamberlain e Karl Malone) ad aver accumulato almeno 20.000 punti, 10.000 rimbalzi e 4.000 assist.


Parlavamo, ad inizio pezzo, del rapporto col suo predecessore in questa classifica. Bob Pettit.
Dicevamo come Barkley abbia vinto di meno a livello personale e di squadra.

Ma Charles, unanimemente considerato il primo giocatore nella storia a scalzare proprio Pettit dal primato di migliore Power Forward di sempre, merita una posizione più alta perché è evidente come abbia trascorso da assoluto protagonista i suoi 16 anni in NBA a cavallo fra le due epoche più ricche di talento nella storia della lega.

E come l'assenza di un anello, per lui come per altri grandi campioni dell'epoca, sia dipeso principalmente da questo.

Chi vi scrive è sempre stato convinto che sir Charles abbia avuto picchi di rendimento superiori a quelli del suo eterno rivale Karl Malone.
Che, dovendo scegliere fra il miglior Malone ed il miglior Barkley, quest'ultimo sia stato giocatore più completo, per alcuni versi migliore.

Cosa non da poco, considerando che i due sono stati a lungo in lotta per l'ambito titolo di migliore ala forte di sempre.

Ma chi vi scrive è altresì convinto che dovendo stilare una classifica di questo tipo e dovendo mantener fede alle premesse introduttive di questa rubrica, fatte un paio di settimane fa, bisognava tener conto non solo dei picchi di rendimento nel breve periodo, ma anche della costanza nell'arco dell'intera carriera.

Da questo punto di vista la carriera di Barkley è stata, dal '94 in poi, minata da infortuni, tant'è che Charles dall'età di 30 anni ha dovuto ridurre notevolmente l'apporto alla causa delle sue squadre, Phoenix e specialmente Houston.
Mentre contemporaneamente il già dominante Malone iniziava a vivere quelle che sono state le migliori stagioni della sua carriera, segnando carrettate di punti, vincendo MVP, arrivando due volte in finale e scavando un solco fra lui ed il suo rivale.

A maggior conferma di ciò (più che altro conferma personale), posso sempre fare riferimento alle mie premesse e attingere a mie testuali parole...
"...anche gli infortuni possono essere considerati come una discriminante per la classifica. E di conseguenza, la capacità (o la fortuna) di resistere agli stessi come una nota di merito."

Da queste considerazioni nasce il ventiquattresimo posto per il grande vecchio Charles. Lui che, a differenza di Pettit, non potrà mai essere dimenticato.

Perchè se solo ci azzardassimo, una sua battuta... inevitabilmente ci seppellirà. Charles Barkley

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